La prima notte del giudizio

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

War Zone

Stavolta dubbi, almeno da un punto di vista formale, non ce ne sono: La prima notte del giudizio è un prequel degli altri tre film che compongono la fortunata saga. Il fatto che poi ricalchi con fedeltà più o meno assoluta alcuni degli schemi narrativi già impiegati per l’appunto nel primigenio La notte del giudizio (2013), nel sequel Anarchia – La notte del giudizio (2014) e nell’ultimo, in ordine di tempo diegetico, La notte del giudizio – Election Year (2016) pare cosa pressoché ovvia, quasi scontata. Gli eventuali pregi de La notte del giudizio, il primo lungometraggio del ciclo non diretto dal suo creatore James DeMonaco (per l’occasione solo sceneggiatore), andrebbero allora ricercati altrove, rispetto all’originalità di fatti e situazioni. Affidare ad esempio la regia ad un cineasta di colore come Gerard McMurray, all’opera seconda dopo il da noi inedito Burning Sands (2017), può essere considerato certamente un indizio di dove la produzione – tra cui l’onnipresente Blumhouse di Jason Blum – abbia voluto andare a parare. Nei pressi cioè di un vero e proprio film-militante, in grado di far deflagrare tutti i sottotesti politici latenti nelle opere precedenti ed avente come protagonista solo ed unicamente la comunità afroamericana.
Avanti allora, nella prima parte, con un’efficace istantanea di come sia stato possibile, nell’ambito del futuro distopico (ma quanto?) che così bene gli appassionati della saga hanno imparato a conoscere, concepire da parte dei famigerati Padri Fondatori (ovviamente wasp), nel film nuovo movimento politico appena salito al potere, una barbarie di livello assoluto come la notte della Sfogo, in cui ogni crimine è destinato non solo a rimanere impunito ma pure considerato perfettamente legale. Gerard McMurray chiama le cose con il loro vero nome: pulizia etnica nei confronti della parte più povera della popolazione, quella maggiormente bisognosa di un welfare ormai considerato una zavorra insostenibile per le casse di un paese minato della crisi e attento solo al benessere delle alte sfere. Sfruttando allora il pretesto di un esperimento psicologico nella Staten Island newyorchese – lo Sfogo come purificazione e rinascita – ecco allora l’invio da parte del governo di un buon numero di mercenari armati fino ai denti con l’obiettivo di fare tabula rasa dell’intera zona, abitanti (di colore) compresi. Ma sarà proprio la criminalità locale quotidiana, rappresentata dal giovane boss della droga Dmitri, a guidare una resistenza anomala tanto ostinata quanto efficace.
Altro punto di forza dello scenario apocalittico descritto ne La prima notte del giudizio è proprio la totale intercambiabilità di molti dei personaggi positivi e negativi. Davanti all’oscenità di un evento – riproposto in seguito su scala nazionale, come gli altri film testimoniano – così drammatico, i classici concetti separati di Bene e Male cessano di esistere per dar vita ad una nuova concezione etica. La critica feroce nei confronti dell’America esasperatamente individualista vagheggiata da Donald Trump è evidente, al pari dei limiti di un’operazione che alla fine risulta persino troppo imprigionata nel proprio alveo politico. Tanto da soffocare, almeno in parte, proprio quel cinema di genere – e ne La prima notte del giudizio, oltre a John Carpenter e Walter Hill, risultano evidenti anche retaggi dal Nightmare originale di Wes Craven, nel personaggio furente del tossico Skeletor, simil Freddy Krueger prima maniera – che avrebbe dovuto fornire le coordinate di base alla fruibilità del lungometraggio.
Se dunque il “gioco” cinefilo non scorre fluido come, ad esempio, nel terzo capitolo, nondimeno anche La prima notte del giudizio riesce tutto sommato nel duplice intento di intrattenere – essenzialmente per merito di un impianto visivo pressoché ineccepibile – e seminare inquietudini assortite sulle metaforiche derive sociali che va prendendo questo nostro mondo gestito da mani infauste. Alle volte l’esasperazione dei toni – ed è questa la modalità di realizzazione scelta da McMurray – può anche essere interpretata come un ultimo, disperato, segnale di allarme. Sarà ascoltato?

Daniele De Angelis