La Persistente

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7.0 Awesome
  • voto 7

Sei come la mia moto, sei proprio come lei…

Prima di avventurarci nell’analisi critica dell’opera in questione chiariamo subito a cosa si riferisce il titolo, laddove La Persistente nient’altro è che il nome di battesimo che il protagonista dello short di Camille Lugan, un giovane dall’aria misteriosa che lavora in una stazione sciistica da qualche parte sui Pirenei, ha affibbiato alla sua inseparabile motocicletta. Un legame indissolubile, il loro, ad un passo dal carnale come si evince dall’incipit. Ma cosa accadrebbe se questo filo diretto, morboso e patologico, venisse bruscamente e violentemente interrotto quando un gruppo di giovani del luogo decidono loro malgrado di rubare il mezzo?
Ovviamente non saremo noi a svelarvi gli sviluppi. Chi come noi ha avuto modo di assistere d una delle proiezioni del cortometraggio della giovane regista francese alla “Semaine de la Critique” dell’ultimo Festival di Cannes o alla 23esima edizione del Milano Film Festival sa già come e se lo strappo verrà ricucito. Una cosa però è certa e la si può rivelare senza incorrere nel pericolo di uno spoiler: le conseguenze saranno imprevedibili e poco piacevoli.
La Lugan, qui alla sua seconda prova sulla breve distanza dopo Karama, Karama, riesce a reinventare con grande originalità e in chiave del tutto personale una serie di spunti che vanno dal Carpenter di Christine al Cronenberg di Crash, passando per lo Tsukamoto di Tetsuo. In La Persistente si assiste ad un dramma dalle venature horror, che tocca il suo apice nella sorprendente scena finale del faccia a faccia sulla montagna rocciosa. In quel momento reale e sovrannaturale entrano fatalmente in contatto per rivelare la vera natura di un’opera che spinge provocatoriamente sino all’estremo il rapporto tra uomo e macchina, dove la carne si fonde con il metallo e il sangue con il carburante. Peccato solo che il tutto venga compresso e sacrificato in una ventina di minuti, quando il potenziale per realizzare un prodotto sulla lunga distanza degno di nota c’era tutto. Fatto sta che ad oggi abbiamo un corto degno di nota e un lungometraggio in meno che avrebbe potuto riservarci qualche sorpresa. Ma con i se e i ma non si va lontano e nel dubbio ci teniamo stretto quello che la regista ha voluto regalarci.
Scrittura e potenziale a parte è nella messa in quadro, nella capacità della regista di lavorare nello spazio, sulle atmosfere e di trovare con la macchina da presa soluzioni visive davvero efficaci per accompagnare le tappe di un revenge movie atipico, il punto di forza. Dateci retta, segnate questo nome e tenetelo presente per il futuro, perché se il buongiorno si vede dal mattino la Lugan di strada ne farà molta.

Francesco Del Grosso