Una notte di 12 anni

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Mujica, la dittatura, il carcere…

José Alberto Mujica Cordano, apertamente chiamato Pepe Mujica, è stato l’ex 40º Presidente dell’Uruguay (2010-2015). Noto al mondo non per la carica ricoperta, ma nel modo in cui ha rivestito questo ruolo politico, attraverso la sua vita spartana (una fattoria, un abbigliamento comune ecc.), i suoi discorsi pregni di saggezza popolare, e le politiche sociali (ad esempio i matrimoni gay o la liberalizzazione della marijuana). Nato a Montevideo il 20 maggio del 1935, la sua vita è stata un lungo percorso di lotte e di dure violenze subite. Rievocare la sua biografia sarebbe affascinante, zeppa di accadimenti come in un romanzo d’avventure, seppure tragicamente ammantata di colore nero e intrisa di rosso sangue. Entrato nel 1964 nel gruppo dei guerriglieri Tupamaros, noti con la sigla di MLN (Movimiento de Liberación Nacional), fu arrestato ben quattro volte, prima del colpo di stato del giugno del 1973, e in queste dure reclusioni Mujica si è distinto, secondo le testimonianze dei suoi compagni di lotta, sempre come un fedele e saggio guerrigliero, anche nella formidabile evasione di 111 fuggiaschi avvenuta nel 1971 dal carcere di Punta Carretas (apostrofata dai Tupamaros con il termine “l’abuso”). Ma il carcere più duro lo ebbe con l’avvento della dittatura, nel 1973. Dodici anni recluso in differenti carceri o caserme con altri otto Tupamaros, di cui due lustri trascorsi in un pozzo, isolato da tutto e tutti. Mujica e gli altri otto compagni vennero trasformati dai militari da condannati (quindi giustiziati con una morte rapida) a “rehenes”, cioè ostaggi da detenere – e torturare – all’infinito per ricattare e bloccare le azioni dei Tupamaros che non erano stati arrestati.

È su questa lunga, tragica e vile detenzione che il regista Álvaro Brechner, autore anche della sceneggiatura, si focalizza per La noche de 12 años (titolo italiano fedelmente tradotto in Una notte di 12 anni), opera che ha inaugurato il 32º Festival Cineuropa. Un recupero di quei duri anni di prigionia non tanto per rievocare uno scuro momento storico dell’Uruguay, oppure una porzione dolorosissima della vita del noto Pepe Mujica, ma per mostrare che cosa fu quella terribile detenzione e come i militari fossero degli abietti aguzzini e dei ciechi ignoranti seguaci della dittatura. Brechner, nell’aver voler rievocare questo triste pezzo di storia del suo paese, aveva due scelte: o montare un documentario memorialistico, oppure realizzare una pellicola di finzione e ricostruzione. Optando per la seconda forma, ma basandosi su molti degli accadimenti reali, ha scelto di romanzare la storia, per renderla fruibile – e vieppiù emozionante – a un vasto pubblico, per fargli conoscere e comprendere che cosa subirono quei detenuti. Portando gli otto ostaggi reali a tre, cioè a un numero cinematograficamente più gestibile, e scegliendo come protagonisti i compagni José Mujica, Eleuterio Fernández Huidobro e Mauricio Rosencof, il regista ha modo di amplificare i patimenti, le emozioni e l’amicizia che hanno vissuto questi tre Tupamaros. Seppure pellicola di spettacolo, nel senso di rielaborazione di quelle vicende, Brechner mostra il suo tentativo di dedizione e profondo rispetto verso questi avvenimenti storici già dalla prima inquadratura che, con una panoramica stabile e vorticante a 360 gradi e oltre dentro il primo carcere di prigionia, segna il lungo e violento percorso che subiranno i protagonisti picchiati per puro sadismo dai militari. Scene di soprusi che si ripeteranno anche successivamente, a volte come cliché di tanti film carcerari (docce gelate con gli idranti, carcerieri aguzzini, interrogatori spietati, pisciate sugli ostaggi, cibo putrido). Molte di queste ricostruzioni sono le parti migliori della pellicola, perché il regista è riuscito a evitare facili commozioni, con un piglio registico asciutto. Di converso, però, riescono a suscitare grandi emozioni le lunghe e animate discussioni tra i tre attraverso la comunicazione fatta battendo le nocche sui muri, con un linguaggio inventato da loro, che si spinge fino ad articolate partite a scacchi.
È bene ribadire, però, che La noche de 12 años non è solamente un circoscritto biopic su Mujica, perché se da un lato si concentra su cosa hanno vissuto questi tre uomini, dall’altro, con toni da “commedia”, descrive le figure dei militari, cioè marionette della dittatura. Sono personaggi analfabeti, ligi all’amore per la patria – impostogli dall’alto – ma incapaci di amare il prossimo; figure senza poesia, come dimostrano le scene in cui Rosencof deve scrivere componimenti d’amore per i soldati. Fermandoci sulla descrizione di questa idiozia dei militari, va rilevata la riuscitissima scena, trattata con toni demenziali, in cui Eleuterio deve usare il bagno, ma le manette troppo corte non gli permettono di espletare il suo bisogno. Chiedendo a un militare se può togliergliele, il soldato chiede informazioni al superiore, che successivamente domanda al suo capo, che a sua volta interpella altri superiori, fino ad arrivare all’affollamento del bagno degno di una gag dei fratelli Marx. Probabilmente queste flessioni comiche, non sempre riuscite, potrebbero disorientare lo spettatore, ma l’intento, al di là di sbertucciare i militari, sono per Brechner delle piccole interpunzioni facete per smorzare un poco il tono della vicenda, e mostrare al lato del tragico ci può anche essere della farsa. Quello in cui erra e stecca Brechner, e mostra il predominio della finzione cinematografica, sono le visioni schizofreniche dei personaggi. Il voler dare forzatamente corpo alle visioni dei tre, soprattutto di Mujica, con toni vistosamente gridati, che rompono quei sobri momenti evocativi costruiti con rispetto di memoria; oltre a qualche scena immaginativa e il finale, troppo protesi verso una facile commozione. Purtroppo sono queste le parti – troppo – romanzate che sbilanciano e intorbidiscono il rispettoso tentativo di commemorazione che Brechner ha voluto attuare con La noche de 12 años.

Roberto Baldassarre