La giornata

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8.0 Awesome
  • voto 8

L’ultima volta che l’abbiamo vista

Non troppo lontano lo vedremo nuovamente impegnato sulla lunga distanza con Il bene mio, in cui racconterà le vicende di Elia (interpretato da Sergio Rubini), ultimo e tenace abitante del “paese fantasma” di Provvidenza, ma nel frattempo Pippo Mezzapesa ha parallelamente continuato, prima e dopo il suo esordio con Il paese delle spose infelici, a firmare cortometraggi di grande valore, capaci di mescolare temi dal forte peso specifico con indubbie qualità artistiche e tecniche (vedi ad esempio SettanTA, ambientato nel cuore delle case-parcheggio del rione Tamburi di Taranto, a due passi dall’Ilva). Ultimo in ordine di tempo La giornata, fresco vincitore non a caso del Nastro d’Argento per l’Impegno Sociale e di numerosi altri riconoscimenti nel circuito festivaliero, tra cui il premio per il miglior film della sezione “Diritti Umani Fiction” alla 16esima edizione del Sa.Fi.Ter.
Qui narra la storia di Paola Clemente, bracciante pugliese di quarantanove anni morta di fatica per due euro all’ora, sotto il sole nei campi del Sud. Una storia vera, questa, che il cineasta pugliese ha deciso di raccontare attraverso le parole tratte dagli atti dell’inchiesta ai caporali che la sfruttavano e delle donne che viaggiavano in pullman con lei.
Quello di Mezzapesa è uno short che arriva allo spettatore di turno come un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco, di quelli che ti lasciano senza fiato. La stessa sensazione provata in passato al cospetto di un’opera analoga, ma costruita sulla lunga distanza, come Sole cuore amore, dove Daniele Vicari, alla pari del collega, affronta con coraggio la brutalità che la crisi economica incoraggia e legittima, mettendo sotto assedio donne di buona volontà, le cui esistenze sono state violentemente interrotte per rincorrere disperatamente e con orgoglio la possibilità di una vita dignitosa.
Il risultato assolve al contempo alle esigenze drammaturgiche del quale lo script si è fatto portatore sano e a quelle di un’opera che vuole essere un atto di denuncia, una rivendicazione e un dito puntato contro lo sfruttamento del lavoro e il caporalato. Il tutto attraverso le parole pronunciate dai personaggi chiamati di volta in volta in causa, che si cedono di testimone rivolgendosi direttamente a coloro che sono dall’altra parte dello schermo, quasi fossero le testimonianze rilasciate durante le fasi di un processo. Ne scaturisce un coro greco di voci che ricostruisce l’accaduto senza mostrarlo, affidando al solo potere evocativo della narrazione orale il compito di catapultare il fruitore nell’inferno di quell’ultimo maledetto giorno di vita di una donna. E quelle voci, incasellate una dopo l’altra, costituiscono esse stesse il tessuto di una timeline che ha nell’efficacissimo piano sequenza finale in time-lapse e nel suo controcampo, dove il prima si fonde con il dopo, l’apice emotivo. Un fattore al quale contribuisce in maniera altrettanto determinante la performance davanti la macchina da presa di una dolente Arianna Gambaccini, che regala alla platea silenzi e sguardi di struggente intensità.

Francesco Del Grosso