La educación del Rey

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’adolescenza rubata

L’adolescenza difficile e troppo breve di ragazzi che cercano di sopravvivere e riscattarsi in una società che li dimentica e li abbandona a loro stessi è un tema ricorrente nella letteratura come nel cinema ed è anche il cuore del primo lungometraggio di Santiago Esteves, La educación del Rey, presentato in anteprima nazionale a CinemaSpagna 2018. Il regista argentino, classe 1983, sceglie la sua città natale, Mendoza, per ambientare la storia di tre giovani ragazzi che vivono ai margini della società: una realtà familiare per una storia che si sviluppa in un mix di realismo, thriller e polar.

La educación del Rey racconta la storia di Reynaldo Galíndez, detto Rey, un ragazzo cacciato di casa dalla madre che deve trovare la sua strada. Per prima cosa, non sapendo dove andare cerca il fratello Josué per trovare una sistemazione dopo essere stato appunto cacciato dalla casa materna. Josué presenta Rey ad un suo amico, con cui abita e con il quale fa dei lavoretti sporchi per un malvivente protetto dalla polizia corrotta. Per andare a vivere con loro Rey deve aiutarli in un colpo. Josué non vuole che il fratello venga coinvolto, ma Rey accetta, il colpo si fa ma finisce male ma Rey riesce a fuggire con la refurtiva. Durante la fuga dalla polizia cade nel cortile di una famiglia che sta festeggiando un compleanno. Qui vive Carlos, un pensionato che ferma Rey e lo obbliga a restare da lui per rimettere a posto la serra che ha rotto. Rey trova rifugio da Carlos ma fuori lo stanno cercando e la situazione diventa sempre più complicata e pericolosa.
La educación del Rey inizia presentando Rey e gli altri ragazzi: giovani sbandati, abbandonati che cercano espedienti per vivere: un realismo sociale asciutto e efficace che in una sequenza dice già molto su tutti e tre i personaggi. Ma il registro cambia molto velocemente perché il colpo non riuscito, la fuga e gli sviluppi successivi, forse in parte troppo prevedibili, virano sull’azione e sul thriller. All’interno di questa vicenda c’è una storia parallela che si sviluppa, quella tra Rey e Carlos. Il rapporto tra i due è prende mana mano, forma. Carlos, addetto alla sicurezza di portavalori, ormai in pensione, è un uomo taciturno che per la sua esperienza di vita capisce chi è Rey e di cosa ha bisogno. Poche parole ma gesti e sguardi di comprensione: un dialogo essenziale, ridotto ai minimi termini, ma efficace quanto basta per costruire un rapporto molto simile a quello padre/figlio. Un affetto composto e contenuto ma tenero e profondo si scontra con il contesto esterno della società brutale e corrotta che Carlos conosce bene. Polizia e malavita collaborano: un rapporto non ufficiale che deve essere tenuto sotto controllo ma che permette di non dare importanza alle vite dei ragazzi come Rey.
Esteves che firma anche il montaggio ed è co-sceneggiatore de La educación del Rey, sviluppa l’intero film sull’alternanza tra il mondo protetto della casa di Carlos (interpretato da Germán de Silva) e quello esterno dove la legge del più forte controlla la società. Rey, ragazzo coraggioso, pieno di rabbia e insicurezze, combatte tra la voglia di riscatto, la consapevolezza che fuori deve farsi giustizia da solo e il bisogno di una famiglia, di un posto sicuro in cui stare. L’interesse de La educación del Rey è in particolare nella struttura basata sulla continua opposizione tra i due mondi, dentro/fuori, e dei conflitti interiore di Rey e di Carlos. Forse Esteves mette troppa carne al fuoco, lasciando alcune tracce poco sviluppate, come il rapporto tra Carlos e suo figlio, accennato solo all’inizio e il ruolo della polizia corrotta, e proprio nella seconda parte, tra azione thriller e polar, La educación del Rey mostra alcune debolezze.

Alice Casalini