La comune

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

Vi presento la strana famiglia

Vi è senz’altro un pizzico di schizofrenia nella carriera registica di Thomas Vinterberg, che sin dalla stagione di Dogma 95 (inaugurata in combutta col sodale Lars Von Trier, destinato poi a scombussolare più in profondità gli orizzonti del cinema contemporaneo) non ha mai rinunciato a proporre provocazioni estetiche, controversi e spinosi temi etici, brusche inversioni di rotta sul piano sia contenutistico che della forma stessa. Tale atteggiamento in fondo ci piace. Ma il proverbio insegna che non tutte le ciambelle riescono col buco. E il film più recente del cineasta danese, sarà anche per la pesantezza degli ingredienti selezionati, ci è parso un ciambellone difficile da digerire.

Peccato. Perché Vinterberg con La comune è voluto comunque tornare a un cinema più personale, in cui riproporre il discorso sulla famiglia attraverso la causticità di una volta, con quello stesso desiderio di criticare l’ipocrisia delle convenzioni borghesi. Come nel suo capolavoro Festen, volendo. Ma con un risultato drammaturgicamente molto più scarso.
L’aspetto più paradossale della vicenda è che secondo noi l’autore è riuscito meglio nell’impresa, in tempi niente affatto remoti, quando si è prestato a un cinema più tradizionale, almeno nella confezione, infarcito però di sottili notazioni registiche e di altre implicazioni che sottolineassero alla bisogna la modernità del racconto. Il riferimento è ovviamente a Via dalla pazza folla, adattamento di un classico della letteratura inglese sapientemente arricchito di allusioni al mutare della concezione della famiglia, nonché del complesso rapporto tra uomo e donna, con l’avvento di una società diversa.

Ebbene, tramite La comune ci si è voluti riavvicinare ai giorni nostri, prendendo di petto una delle modifiche più radicali all’attuale assetto socio-famigliare, tentate negli ultimi decenni: la “comune” (post)sessantottina, per l’appunto. Ma già nell’impostazione di questo vivere insieme, nella scelta dei partecipanti al piccolo/grande esperimento sociale da parte della prima coppia, ciò che viene scacciato dalla porta principale ricompare subito dopo dalla finestra: parliamo qui della mentalità borghese. Il bello è che tutto ciò da parte di Vinterberg sembrerebbe pure voluto. I due protagonisti e la loro figlioletta adolescente hanno da poco ereditato una grande casa, con tantissime stanze, per cui da una condizione di agiatezza vien loro l’estemporanea idea di dividere i costi di gestione (e ammortizzare al contempo una incipiente solitudine) contattando altri piccoli nuclei famigliari o semplici conoscenti, ed invitandoli a vivere in quella spaziosa dimora.
L’apologo morale che ne scaturisce alterna, quasi a singhiozzo, scenette umoristiche e drammi incombenti di varia natura, soprattutto sentimentale, che romperanno ben presto gli equilibri faticosamente raggiunti. Il problema non risiede tanto in cosa Vinterberg vorrebbe dimostrare, ma in come lo fa. Umorismo fin troppo raggelato, una miriade di personaggi bidimensionali che nel film lasciano un’impronta effimera, dialoghi e confronti a tavola che aspirano ad essere anticonformisti ma risultano soltanto soporiferi, inquadrature scontate, incertezza nella direzione da prendere che crea un timbro narrativo in perenne (e poco produttiva) oscillazione tra farsa e tragedia, tra satira di costume e spaccato intimista. Tutto ciò finisce per sottrarre intensità e – soprattutto – freschezza all’intera operazione, che solo nella primissima parte può vantare soluzioni veramente brillanti, come ad esempio la figlia dei protagonisti che nella nuova casa sposta leggermente un televisore, per poi osservare sullo schermo (e ridurre così a una specie di canovaccio televisivo) il riflesso di un banale e spento scambio di idee tra i suoi annoiati genitori, già in cerca di qualche novità per vivificare il loro stanco rapporto.
Fosse proseguito su un binario del genere, un film come La comune ci avrebbe incuriosito maggiormente, ma con la sua progressiva omologazione formale e contenutistica ci ha lasciato più che altro il rimpianto di quel gioiellino, simile per l’ambientazione in una “comune” scandinava, che era stato Together dello svedese Lukas Moodysson.

Stefano Coccia