King Arthur

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Che la Spada sia con noi

L’involuzione del cosiddetto blockbuster. Se in un passato più o meno remoto il concetto di film popolare era studiato per prolungare ad arte quel sogno ad occhi aperti chiamato visione cinematografica, ora non si può che discettare di 3D, di suono stereofonico ultra-surround, di inquadrature della durata massima di cinque secondi. Scuotere insomma i sensi, piuttosto che stimolare l’immaginazione. Una tipologia di film che esclude a priori una visione “infantile” – non necessariamente riservata ai bambini di certificata età anagrafica – ma si rivolge in linea di principio ad un pubblico ben definito, tra coloro che vedono il cinema come un’esperienza ludica di brusco stacco dalla realtà. Fatta questa doverosa premessa, la nuova versione di King Arthur diretta da Guy Ritchie ben assolve il suo compito nel determinato contesto di cui sopra. Pare infatti indubbio che l’ex signor Madonna, di nascita suddito di Sua Maestà, abbia trovato una sua precisa dimensione professionale proprio varcando l’oceano e dedicandosi a lungometraggi di questo tipo, dove qualsivoglia velleità autoriale – e di certo Ritchie ne covava, vista l’impronta ben riconoscibile con cui vergava i lavori inglesi della prima parte di carriera – viene annullata dalla necessità di realizzare uno spettacolo teso ad appagare il gusto di quanti più palati possibili.
Anche in King Arthur, come pure accaduto nei due capitoli cinematografici dedicati alla rivisitazione in chiave action dell’icona british Sherlock Holmes, Ritchie si lancia a testa bassa in un vorticoso lavoro di contaminazione tra leggenda storica e moderna lettura mitologica effettuata con mezzi formali del tutto contemporanei. Comprensibilmente accantonata in partenza la ricerca dell’epica filologica perseguita, tanto per fare un esempio, da John Boorman nell’oggetto di culto imperituro Excalibur (1981), questa trasposizione di King Arthur si concentra sull’enfasi del fantasy, individuando immediatamente un antagonista all’altezza – lo “shakespeariano” Vortigern, interpretato da un Jude Law da recitazione in modalità “pilota automatico” – e prendendosi qualche libertà narrativa efficace anche perché abbastanza inaspettata. Più dell’eroe Artù – impersonato dall’emergente Charlie Hunnam, quasi una versione giovanile e ipervitaminizzata di Brad Pitt – risalta infatti quella, insolita, di una versione di Merlino al femminile, cui dà ottimamente volto la fascinosa Astrid Bergès-Frisbey, vista da noi a fianco di Elio Germano in Alaska di Claudio Cupellini. Non solo una banale concessione al politically correct in ossequio alla parità dei sessi, bensì un vero personaggio a tutto a tondo in grado di dettare i tempi narrativi del film. Un’opera che, guardando oltre la semplice cornice, nasconde anche un discorso affatto banale sui modi in cui il dna genitoriale condiziona le nuove generazioni con relative difficoltà a liberarsi di traumi ancestrali. Un percorso di crescita, riguardante il personaggio principale e non solo, che rafforza, dal punto di vista narrativo, un lungometraggio che sfora canonicamente le due ore di durata (troppe!) e dalla sceneggiatura non troppo sicura almeno nella prima, descrittiva sino all’eccesso, parte del film.
Corroborata da questi espedienti, l’azione presente per la maggior parte di King Arthur: Il potere della spada (come recita il titolo esteso) tiene desta l’attenzione dello spettatore, peraltro finanche ammaliato da alcune sequenze di notevole bellezza formale. Diamo dunque merito a Guy Ritchie e alla sua ultima fatica di essersi distaccata dalla routine imperante in questo genere di spettacoli. Per il resto, King Arthur– botteghino permettendo seguiranno altre avventure dei prodi della Tavola Rotonda – non si ricorderà molto a lungo dopo la visione; non ecciterà la fantasia di coloro che ambiscono all’empatia totale nei confronti di ciò che vedono sul grande schermo e tuttavia non farà rimpiangere i soldi del biglietto. In questi tempi di furbe e inflazionate operazioni esclusivamente commerciali non è di certo poco.

Daniele De Angelis