Isabelle

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Sentimenti deboli ed incerti

Viva l’A e po’ bon è una delle canzoni popolari più celebri di tutta Trieste, nonché, di fatto, il vero motto della città e del circondario. Le sue parole e le sue note invitano a rimanere sempre allegri, qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa capiti. Chi conosce bene i triestini sa come questo spirito sia davvero il loro e quello in cui si rispecchiano maggiormente.
Su questa canzone, che si ode intonata in sottofondo, scorrono i titoli di testa di Isabelle, ultimo film del regista milanese Mirko Locatelli, distribuito da Strani Film e premiato per la miglior sceneggiatura al Montreal Word Film Festival. Ambientata nel capoluogo giuliano e in un paese che si erge sopra di esso, la vicenda raccontata nel film è quella di Isabelle, astronoma francese che lì vive e lavora e che in una calda estate si ritroverà a fare i conti con le conseguenze di un incidente stradale mortale causato da suo figlio, Jérôme. Cercando di seguire il corso delle indagini da vicino, si avvicinerà a Davide, giovane anche lui coinvolto nel sinistro, ma il loro rapporto si rivelerà assai problematico e delicato da gestire.
Imperniato, come da titolo, sull’unica figura della protagonista, specialmente nella prima parte, Isabelle prende un ritmo lento e assorto fin dalle prime scene e non lo abbandona più fino alla conclusione. La struttura filmica è composta da tre capitoli, uno per ogni mese estivo. Progressivamente, ma con uno sforzo e una pazienza notevoli richiesti allo spettatore, ci addentriamo nella routine quotidiana di Isabelle e veniamo a conoscenza dell’incidente. Sull’auto guidata da suo figlio che ha causato la morte di una ragazza c’era anche lei. E ora il senso di colpevolezza, ma soprattutto la volontà di difendere Jérôme, in procinto di diventare padre a Montpellier, la spingono a premurarsi che nessuno scopra il colpevole e a tenersi aggiornata sul prosieguo delle indagini, facendo visita a Davide, ferito, in ospedale e conservando gli articoli di giornale che del fatto si occupano.
C’è una scena di particolare grazia espressiva nel film di Locatelli ed è quella relativa al primo ritorno dalla Francia di Jérôme. La sua voce fuoricampo cattura l’attenzione della madre che gli apre il cancello di casa e lo abbraccia, scoppiando in un pianto dirotto. Ma, spiace dirlo, questo momento resta un unicum nel perimetro di novanta minuti che fanno fatica a trascorrere, in un’opera che indulge in inquadrature statiche e che, soprattutto, non presenta alcuna figura che susciti empatia o perlomeno curiosità in chi la guarda. Isabelle, pur interpretata dalla brava Ariane Ascaride, non ha presa come protagonista, ogni aspetto della sua vita è sfiorato e mai colto, pure il suo mestiere di astronoma, che qualche rilevanza o interesse poteva avere, scompare, perde d’importanza, vinto com’è da una preoccupazione per le conseguenze dell’incidente che non trovano miglior espressione enfatica di qualche grida lanciata insieme al figlio. Saremmo ipocriti, e non vogliamo esserlo, se dicessimo altrettanto bene dell’interpretazione di Samuele Vessio, Davide, perennemente impassibile e in difficoltà in un ruolo che, a dire il vero, avrebbe potuto essere molto coinvolgente, diviso com’è tra una nascente passione per Isabelle, che gli dà ripetizioni di fisica per tenerselo vicino, e il sospetto, man mano più reale, che la disponibilità della donna nei suoi confronti sia meramente funzionale a suoi interessi, prima indefiniti e poi più chiari nel momento in cui il ragazzo scopre gli articoli di giornale.
La vicenda di Isabelle possiede delle potenzialità che non vengono sfruttate, risolvendosi in un intreccio non convincente e non coinvolgente, che ha l’ulteriore difetto di giungere a un finale aperto, totalmente non in linea con la scarsa profondità delle emozioni che è in grado di suscitare. Sotto la cappa di calore di un’estate di fuoco e in mezzo ai bellissimi paesaggi del Carso triestino, Isabelle ci lascia una sensazione di monotonia e insoddisfazione, soffocato com’è dalle sue spirali di amore, colpa e menzogna irrisolte.

Marco Michielis