Ippocrate

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Medicina ospedaliera

Benvenuta l’estate (cinematografica), se quest’ultima conduce in sala – grazie a Movies Inspired, nella circostanza – recuperi come Ippocrate di Thomas Lilti. Già, perché il film in questione è di due anni antecedente l’ottimo Il medico di campagna (2016), ammirato anche da noi appunto un paio di stagioni orsono. E, come si evince facilmente dal titolo, anche Ippocrate condivide con l’opera successiva la tematica portante, quella che l’ex medico Lilti mette giustamente al centro in entrambi i lungometraggi: la questione dell’etica professionale posta di fronte a situazioni di affatto facile gestione. Si potrebbe infatti definire Ippocrate come il terreno fertile da cui germoglia un fiore raro come Il medico di campagna, tanto per usare una metafora agricola. Differente dalla medicina ma che, come del resto tutti i lavori esistenti, richiede comunque un’onestà morale di fondo verso se stessi e gli altri troppo spesso tradita nella vita ordinaria.
Sta dunque di fatto che Ippocrate – non inganni il titolo pomposo dal famoso “giuramento di”; il film ne scardina presto ogni certezza con eccellente impatto drammaturgico abbinato ad un filo d’ironia – rappresenta un autentico racconto di formazione in grado di suscitare empatia per tutti coloro che si affacciano alla scoperta di un nuovo mondo lavorativo. Questo il destino a cui va incontro il giovane Benjamin Barois (ottimo Vincent Lacoste, sorta di Jesse Eisenberg in versione transalpina), catapultato con rapidità “nepotistica” dallo studio teorico universitario alla pratica sul campo delle corsie dell’ospedale dove il padre è primario. In Ippocrate Lilti e i suoi sceneggiatori lasciano saggiamente sedimentare ed evolvere le varie situazioni: il rapporto con il collega internista algerino Abdel (bravissimo Reda Kateb, premiato ai César per la parte) dapprima minato dalla rivalità sfocia pian piano nell’amicizia vera, così come si incanalano, in un senso o nell’altro, quelli con altri colleghi; mentre – ed è ciò che maggiormente riveste importanza nel film – Benjamin capirà anche a proprie spese che esercitare la professione di medico significa comunque crearsi una coscienza, una capacità di riconoscere e di conseguenza separare il giusto dallo sbagliato secondo una visione estremamente personale.
Ciò che davvero convince nelle due pellicole citate, oltre la minuzia descrittiva iniettata in ogni particolare in apparenza insignificante, è la tendenza di Lilti a far emergere un realismo davvero credibile nelle situazioni in precario equilibrio tra vita e morte; laddove l’ovvio dovere di un medico di curare un malato per preservarne la vita si scontra con casi nei quali la sofferenza di persone anziane raggiunge livelli troppo alti per cercare ad ogni costo una via di sopravvivenza. Come da prammatica poi, attraverso una serie di eventi come ad esempio l’ottusità della burocrazia nella sanità pubblica (tutto il mondo è paese, del resto…), la fiducia in se stesso e nella sorta di missione intrapresa da Benjamin sarà messa a dura prova e vacillerà. Eppure la sfida messa in scena nel corso di Ippocrate rimane sempre quella di compiere il fatidico scatto verso l’età adulta, in cui sarà proprio la maturazione di un’etica interiore a dissipare dubbi e incertezze che sempre si presenteranno.
Al netto di qualche eccesso di idealizzazione della figura di Benjamin specie nella seconda parte, Ippocrate resta dunque un’opera di ampio respiro in grado di travalicare la dimensione “medica” per farsi parabola universale su un flusso vitale inarrestabile, che può travolgere chi non è capace di restare in piedi ma far compiere il fatico passo avanti a tutti gli altri. Coloro che sapranno resistere e magari uscire migliori dalle difficoltà che sempre si presenteranno nel corso dell’esistenza.

Daniele De Angelis