Intervista ad Anastasia Plazzotta

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Wanted Cinema: tra sperimentazione, ricerca e nuovi tentativi di condivisione cinematografica

Negli anni ci siamo occupati delle diverse componenti della filiera cinematografica, senza però concentrarci mai sull’ultima e non meno importante dell’intero ingranaggio. Non è troppo tardi per rimediare, dedicando questa pubblicazione a chi da anni si occupa di distribuzione in un mercato machiavellico e complicato come quello nostrano. Per farlo abbiamo scelto una coraggiosa casa di distribuzione milanese che sin dal suo primo vagito ha perseguito una linea editoriale ben precisa, all’insegna della sperimentazione e della ricerca di nuovi modi di fruizione condivisa della Settima Arte, con una certa attenzione per il documentario.
Stiamo parlando di Wanted Cinema, la società fondata e diretta da Anastasia Plazzotta, che abbiamo incontrato qualche tempo fa nel quartier generale di via Atto Vannucci 13, il Wanted Clan, in occasione del press day organizzato per presentare il nuovo listino della casa di distribuzione indipendente meneghina. Ed è proprio dalle recenti acquisizioni entrate a fare parte del già ricco catalogo di Wanted, che ha preso il via questa piacevole e interessante intervista.

D: Ci illustri alcune delle recenti acquisizioni che andranno ad arricchire il catalogo di Wanted Cinema.
Anastasia Plazzotta: Il primo ad uscire lo scorso 5 luglio è stato Estate 1993 dell’esordiente Carla Simón, candidato spagnolo agli Oscar e presentato alla 67esima edizione della Berlinale nella sezione “Generation”. Si tratta di un film tenero e dolce, con tratti autobiografici, che racconta la storia di una bambina che si trova ad affrontare la prima estate senza i suoi genitori che sono venuti a mancare, con una nuova famiglia e tutta una serie di rapporti e legami ai quali si deve abituare. Poi Lucky il 30 agosto. Si tratta di una chicca meravigliosa interpretata da Harry Dean Stanton, con la straordinaria partecipazione di David Lynch e la regia di John Carroll Lynch. A Settembre, per la precisione il 24 sarà la volta di un documentario assai curioso e coinvolgente sull’importanza dell’arte oratoria, premiato al 35° Torino Film Festival, dal titolo Speak Up, scritto e diretto da Stéphane de Freitas e Ladj Ly. Nei mesi successivi porteremo in sala il bellissimo e intenso Just Charlie, il film diretto da Rebekah Fortune, vincitore del Premio del pubblico al festival di Edimburgo, che attraverso il classico coming of age racconta la lotta per l’accettazione e la ricerca della propria identità da parte di un ragazzino diviso tra i suoi desideri e le pressioni della famiglia che lo vogliono giovane promessa del calcio. E sulla stessa tematica proporremo anche Out di Denis Parrot, sul coming out ai tempi di internet, che colleziona le testimonianze di diversi adolescenti che hanno rivelato in diretta la loro omosessualità.
Tra gli altri titoli che per il momento non hanno ancora una data di uscita figurano John McEnroe: In the Realm of Perfection e The Rider. Nel primo, vincitore del premio per il miglior film all’ultima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, il cineasta francese Julien Faraut offre un’immersione nel Roland Garros del 1984 con il numero uno del mondo, John McEnroe. Un film didattico che rivela “i problemi di convivenza” tra un campione perfezionista e gli arbitri perfettibili, un pubblico desideroso di spettacolo e una troupe cinematografica che ha deciso di catturare ogni mossa dell’irascibile tennista americano. Mentre nel secondo, presentato al 67° Festival di Cannes, Chloé Zhao racconta la storia di un giovane cowboy che a seguito di un infortunio alla testa intraprende la ricerca di una nuova identità e di cosa significhi essere un uomo nel cuore dell’America. Inoltre anche due film di animazione: The Breadwinner di Nora Twomey, candidato Oscar 2018 e prodotto da Angelina Jolie, tratto dal bestseller “Sotto il burqa”, che narra la lotta di una ragazza afghana contro l’oppressione; e Gordon and Paddy di Linda Hambäck, presentato all’ultima Berlinale e tratto dal libro di Ulf Nilsson e Gitte Spee, su una storia di coraggio raccontata dal punto di vista di una rana e un topo poliziotti.

D: Quali sono le linee guida alla base delle scelte di acquisizione di Wanted Cinema?
Anastasia Plazzotta: Ho questa passione ormai pluriennale per i documentari, dunque è tanti anni che me ne occupo e sono le cose che più vado più a cercare. Negli anni ho costruito dei rapporti che mi permettono di andare direttamente alla fonte. Si tratta di rapporti in qualche modo privilegiati con molti produttori, sales agents e distributori internazionali che conoscono questa mia passione e mi vengono a sottoporre dei progetti che più o meno sono già scremati e indirizzati verso la linea editoriale che porto avanti. Dunque non devo andare a cercare nei mercati più affollati, perché ho già una proposta che tiene conto del vissuto e della tipologia di catalogo che vado a comporre annualmente. Occupandomi prevalentemente di cinema del reale, che purtroppo continua ad essere un prodotto di nicchia già in partenza, nella scelta devo tenere molto presente anche i temi che vengono affrontati. Come prima cosa devo escludere a priori dei film che pur bellissimi non hanno una vita lunga e che raccontano una realtà in cambiamento costante. Questo perché i documentari escono in sala con un numero limitato di copie, ma se portano sullo schermo dei temi universali, questi possono garantire all’opera di turno una tiratura dilatata nei tempo. In tal senso, ci sono dei film che ho acquisito due o tre anni fa e che, anche grazie ad accordi con esercenti e con un spazio a disposizione da gestire, continuano a circolare. Film che visti a distanza di tempo sono ancora molto attuali e che conservano ancora uno splendore che ci consente di costruirci intorno degli eventi personalizzati e dei dibattiti molto interessanti.
Poi se si tratta di opere a carattere biografico, queste hanno già nel proprio DNA un target di riferimento. Questa ad esempio è una componente che aiuta tantissimo nel percorso distributivo rispetto a un’altra tipologia di film che invece ha un audience potenzialmente aperto, che non consente di crearci una strategia precisa e mirata intorno. Di conseguenza, bisogna investire moltissimo in promozione e comunicazione, sperando poi di riuscire a convincere il pubblico ad andare al cinema. E non è semplice.
Spesso sia nei film documentari che in quelli di fiction che scelgo c’è già un suggerimento e un punto da cui partire, che può essere una fan base o una comunità di appassionati che può aiutare a costruire un primo pubblico. Se poi la pellicola in questione piace si innesca fisiologicamente una sorta di effetto domino che la porta all’attenzione di una platea sempre più vasta. In linea si massima sono queste le scelte e le strategie che perseguo e che cerco di portare avanti.
Quello che mi piace fare e che guida le acquisizioni di Wanted Cinema è la sperimentazione, che mi e ci porta a non sederci e affidarci mai a un unico filone, al di là dei risultati ottenuti. L’obiettivo primario non è quello di arrivare davanti alle altre distribuzioni o ai vertici del mercato nostrano, piuttosto quello di riuscire a scardinare delle logiche distributive che stanno dominando in questo momento in Italia. Fare in modo che nel tempo ci sia anche più libertà nell’esercizio, quanto basta per potere scegliere i film in maniera più indipendente a seconda dei desideri del bacino di utenza di ogni singola sala. Vorrei che la nostra presenza possa contribuire al cambiamento in atto, anche dal punto di vista della fruizione condivisa, come quella che offriamo nel nostro spazio Wanted Clan, dove sperimentiamo continuamente altri modi di stare insieme attorno al cinema, trovando alternative alla sala tradizionale, che deve comunque assolutamente rimanere, attraverso esperienze audiovisive parallele che ha senso proporre. Alternative valide che in realtà tornano a far respirare le atmosfere dei cineforum, dei cinema d’essaie e delle piccole sale di quartiere, dove è possibile incontrare appassionati della Settima Arte, scambiare quattro chiacchiere, magari davanti a un bicchiere di vino. Queste sono le caratteristiche di Wanted Cinema e lo spirito che lo anima.

D: Cosa ti ha spinto a dare vita a Wanted Cinema e perché hai deciso di dare così tanto spazio al documentario?
Anastasia PlazzottaSin dall’inizio della collaborazione con Feltrinelli Real Cinema mi sono resa conto che c’era tantissimo buon cinema non distribuito, a causa della vicinanza dei mercati (basta pensare a quelli del Sundance, di Berlino e di Cannes) che per esigenze di catalogo e di aggiornamento di line up non davano le giuste opportunità di visibilità alle opere che miravano a un’acquisizione. Di conseguenza, da un mercato all’altro i film diventavano già vecchi e finivano nel dimenticatoio. Per questo motivo, da subito ho provato a portare in sala quei film dimenticati, per poi rendermi conto che avevano e continuavano ad avere una loro platea. In tal senso, una larga fetta di pubblico nemmeno sapeva dell’esistenza di questa tipologia di cinema e bisognava combattere anche contro un certo pregiudizio da parte della gente che identificava il documentario come un semplice reportage per il piccolo schermo. Pensiero che per fortuna sta cambiando grazie al contributo dei festival, che non rilegano più il documentario in sezioni collaterali a scarsa visibilità, ma lo inseriscono nelle competizioni ufficiali. Ora le cose stanno cambiando visibilmente e si sta formando una cultura nel nostro Paese, che prima mancava.
L’esigenza era dunque quella di dare una dignità a questo modo di fare e concepire la Settima Arte, la stessa che era già presente in altre cinematografie del Vecchio e del Nuovo Continente, magari portandolo in sala dove è giusto che stia e garantendogli una fruizione lineare e non frammentaria come quella offerta dai canali televisivi.

D: Quali sono le opportunità che uno spazio gestito come Wanted Clan può dare a un distributore?
Anastasia Plazzotta: Avere uno spazio a disposizione dove mostrare e programmare le proprie acquisizioni offre ovviamente innumerevoli possibilità e anche una discreta libertà di azione. Al contrario, le altre sale con i rispettivi esercenti vanno convinti e questo è il più delle volte faticoso e non semplice da fare. Bisogna portare avanti un’opera di convincimento che è molto simile a una sorta di percorso di seduzione. Ma anche nel caso di Wanted Cinema, che ha a disposizione una sala dove programmare le opere del proprio catalogo, c’è sempre bisogno di un puntuale e attento lavoro di programmazione per informare la gente e dare al film di turno il tempo necessario per crescere, maturare e farsi conoscere. Normalmente se un film va male nel primo weekend viene subito tolto dalle sale, noi invece in questo spazio autogestito se crediamo veramente in quello che proponiamo, allora possiamo permetterci di avere anche per cinque giorni consecutivi pochi spettatori per dare poi il tempo al passaparola di diffondersi e portare nuovi spettatori. Le strategie distributive non sono uguali per tutti i film, perché ciascuno di essi ha delle caratteristiche ben precise, ma anche delle esigenze e un passo diverso, che necessita di una gestione personalizzata. Una delle cose belle e interessanti del mio lavoro è proprio quella di andare a trovare di volta in volta delle strategie distributive differenti e non applicare le stesse modalità.

D: Nonostante l’incremento della diffusione delle opere audiovisive sui portali web, Wanted Cinema continua a portare avanti la distribuzione in home video di molti dei titoli presenti nel proprio catalogo. Quali sono i motivi di questa scelta?
Anastasia Plazzotta: Vedo la distribuzione in home video come uno strumento per raggiungere i piccoli centri e quel pubblico che per motivi logistici, fisici e strutturali non può andare nelle grandi città, laddove c’è una concentrazione di sale dove quel dato film può essere programmato. Dunque, è a quel tipo di fruitore che è prevalentemente indirizzata quella metodologia distributiva, ossia a quelle persone che per un motivo o per un altro non possono andare al cinema o che, a causa di una tiratura limitata come quella dell’uscita evento di tre giorni o del one day, perdono l’occasione di potere vedere quel dato film in quella data sala e in quel dato giorno. Poi c’è anche quella fascia di pubblico che ancora desidera e vuole disporre di un supporto per potere decidere quando e dove vedere un film a casa. Certo si tratta di un tipo di distribuzione che non avrà ancora lunga vita, poiché ce ne sono di nuove, soprattutto sul web, che ne stanno diminuendo sempre di più le possibilità e le disponibilità. Questo a lungo andare finirà inevitabilmente con il cancellare dal mercato dell’audiovisivo l’home video.
Per quanto riguarda Wanted Cinema, la distribuzione in home video non è rivolta a tutti i titoli in catalogo, perché comunque bisogna tenere presente l’investimento economico necessario per la produzione del supporto. Di conseguenza, si scelgono quelle opere che possono avere delle possibilità nel mercato in questione, perché adatti a un potenziale acquirente per genere, tipologia, interesse e argomento, o perché possono essere adatti a una nicchia di riferimento.

D: Ripensando alle opere distribuite in questi anni da Wanted Cinema, quali sono andate al di sopra delle vostre aspettative e quali, al contrario, non hanno dato i risultati sperati?
Anastasia Plazzotta: In realtà sono due i film che sono andati oltre le nostre aspettative, che per quanto mi riguarda c’erano ma non erano così alte. Il primo è Un ultimo tango di German Kral, un docu-film prodotto da Wim Wenders che ha partecipato a pochi festival, tra cui quello di Toronto nel 2015, ma che dal punto di vista dei cinefili era comunque sconosciuto. La fortuna di quell’opera in Italia è stata di avere intercettato una comunità di appassionati di tango, che lo ha amato e sostenuto. Ovviamente c’è stato anche un importante lavoro di preparazione all’uscita da parte nostra, che all’epoca si concentrò molto sulla comunicazione e sull’entrata in contatto con scuole e appassionati del settore. È stato un grande successo di pubblico, al di sopra delle nostre aspettative, che ha creato un vero e proprio movimento nato e cresciuto dal basso che ha spinto e fatto arrivare il film in tante città, anche in quelle dove noi non eravamo riusciti a portarlo noi.
E poi sempre in questa direzione, un notevole riscontro lo ha avuto Walk With Me di Marc Francis e Max Pugh, con la voce narrante del candidato di Benedict Cumberbatch. Si tratta di un documentario che ci conduce per mano in un viaggio nel microcosmo della comunità monastica del maestro Zen Thich Nhat Hanh, che insegna l’antica arte della meditazione buddhista oggi nota come Mindfulness. Un’opera, questa, anch’essa capace di intercettare e conquistare una comunità e un bacino di utenza sufficiente a garantirle un discreto successo in Italia, anche grazie alla presenza nel film di una figura chiave del mondo della meditazione.
Quando, al contrario, ho puntato su prodotti più di largo consumo, con potenzialità commerciali piuttosto spiccate e che potevano in qualche modo lasciare presagire possibili risultati economici rilevanti, sono stata invece sistematicamente delusa. Quindi dopo due o tre esperienze che andavano in quella direzione ho deciso di non lasciarmi più condizionare dall’ipotetico potenziale commerciale. Due esempi in particolare riguardano documentari incentrati sul mondo della musica. Il primo è The Rolling Stones – Olé Olé Olé, che segue il tour che gli Stones hanno compiuto nel 2016 in 10 Paesi dell’America Latina. Distribuito in oltre duecento sale, il documentario diretto da Paul Dugdale non ha dato i risultati sperati, al contrario è andato ben al di sotto delle aspettative. E in quel caso l’abbaglio non fu solo nostro, ma anche di tutti quegli esercenti che hanno deciso di metterlo in programmazione, convinti quanto noi della sua commerciabilità. Lì ad esempio abbiamo erroneamente sottovalutato – e questo è stato il vero problema – il fatto che avesse avuto un passaggio televisivo. Decidemmo comunque di fare un’uscita evento, puntando sulla portata dei protagonisti, ma purtroppo non andò bene. Il secondo, distribuito in collaborazione con Nexo Digital, è stato Soul Boys of the Western World, il documentario di George Hencken sugli Spandau Ballet. Anche in quel caso puntammo sul fattore nostalgico legato agli anni Ottanta e sulla presenza di un potenziale bacino di fan pronti ad accogliere con il giusto entusiasmo un’opera dedicata alla mitica band britannica.
La cosa tremendamente complicata di questo mestiere, affascinante si ma anche difficile da portare avanti, è proprio questa mancanza assoluta di certezze, che anche se hai a disposizione una nicchia di riferimento, quella poi non è detto che decida di sposare le tue scelte andando al cinema a vedere un dato film su un dato tema o personaggio.

Francesco Del Grosso