Intervista ad Alessandro Grande

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A Cortinametraggio 2018, faccia a faccia con il fresco vincitore del David di Donatello 2018 per il miglior cortometraggio

Cortinametraggio è tra le vetrine più quotate nel circuito festivaliero dedicato alle produzioni brevi nelle sue diverse espressioni. Di conseguenza è inevitabile che tra i prestigiosi e numerosi ospiti presenti alla kermesse veneta vi sia anche colui che, più o meno recentemente, si è aggiudicato l’ambito e più importante riconoscimento del settore assegnato in Italia, ossia il David di Donatello. Ed è proprio nella sei giorni della 13esima edizione della manifestazione cortinese che abbiamo potuto incontrare e intervistare in esclusiva Alessandro Grande, approdato fra le nevi delle Dolomiti per accompagnare in concorso la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Bismillah, vincitrice fra gli altri di tre riconoscimenti, tra cui il Premio ANEC/FICE per il miglior corto assoluto.
L’incontro con il cineasta calabrese, avvenuto a una manciata di giorni dal ritiro della statuetta di categoria, è stata l’occasione ideale per ripercorrere le tappe principali della sua carriera dietro la macchina da presa, per scoprire le sue metodologie di lavoro e per ritornare sui temi a lui cari.

D: Come, dove e quando è nata l’idea Bismillah?

Grande: L’idea è nata dopo avere letto un articolo che riportava dei numeri allarmanti: nel 2011, a causa della Primavera Araba, in Italia si è registrato il maggior numero di clandestini tunisini, circa 23.000. Ma il dato ancora più allarmante è che di questi 23.000, 12.000 risultavano “fantasmi” nel nostro Paese. Dopo aver immaginato e pensato tutte le paure e le difficoltà che hanno dovuto superare questi “fantasmi” una volta arrivati nel nostro paese, mi sono chiesto se per loro i problemi fossero realmente finiti, riuscendo a trovare uno spazio dove vivere sereni e una condizione di vita normale. Da queste domande è nata la storia di Bismillah, una storia che è stata scritta brevemente nell’arco di un pomeriggio. Mi sono fatto guidare da questa ispirazione. Poi ho iniziato a documentarmi circa le vicissitudini burocratiche da loro affrontate, confrontandomi con volontari e con delle persone che hanno vissuto sulla propria pelle questo dramma. Questo confronto mi è servito a capire una cosa molto importante, che mentre scrivevo non avevo capito, ossia che non tutti venivano mandati via dall’Italia, nonostante all’epoca ci fosse un accordo tra il Governo italiano e quello tunisino, con quest’ultimo che si faceva carico delle spese di rimpatrio. Non tutti, infatti, venivano respinti e per quelli che restavano c’erano le case famiglia pronte ad accoglierli e le cure ospedaliere garantite anche coloro che non avevano con sé i rispettivi documenti di identità. Molte informazioni, quindi, utili alla definizione e chiusura dello script sono arrivate successivamente alla prima stesura e le ho capite solo dopo avere cercato e indagato più in profondità.

D: La saturazione e il sovraffollamento di opere che trattano o hanno trattato in modo più o meno diretto il tema dell’immigrazione ha rappresentato un ostacolo o un freno nel processo creativo?

Grande: Confesso che ho avuto molta paura nell’approcciarmi a questa storia proprio a causa del sovraffollamento che c’è intorno alla tematica in questione, ossia l’immigrazione clandestina e la mancata accoglienza. Vedere che venivano e continuano ad essere realizzate tantissime opere audiovisive a riguardo, di sicuro non è una cosa che ti stimola particolarmente, anzi ti fa pensare un attimo: perché devo fare questo lavoro se già ce ne sono altri centinaia di migliaia che trattano lo stesso argomento? Poi però mi sono fermato a riflettere ulteriormente e ho realizzo che in realtà il mio era un lavoro dove il tema dell’immigrazione rappresentava una cornice e un contesto sociale. Quello che volevo fare emergere dalla storia era il sentimento universale della fratellanza, attraverso la vicenda di una giovane protagonista che si trova costretta a fare i conti con una scelta più grande di lei per salvare il fratello maggiore.
In tal senso, la forza me l’ha data la storia stessa e la consapevolezza che quello che stavo per raccontare, e il modo in cui lo volevo raccontare, erano diversi da tutto ciò che c’era in giro all’epoca delle riprese. Quella al centro di Bismillah è una storia universale, prima ancora che tematica. Secondo me, il modo migliore per combattere lo stereotipo è quello di cercare di raccontare la storia di turno in maniera personale e sincera. Nel mio caso ho scelto volutamente di osservare tutto da lontano, tenendo la macchina da presa distante dai personaggi e dall’azione, così da seguire semplicemente le vicissitudini della bambina. Non ho fatto nient’altro che catturare ciò che poteva essere la situazione in quel momento. Il tutto a favore di una regia mai spettacolare e invasiva, ma funzionale al racconto e alle dinamiche dei personaggi, perché quello che mi interessava era il realismo e raccontare un momento vero e sincero. Spero di esserci riuscito.

D: In Bismillah e nei due cortometraggi precedenti, In My Prison e Margerita, il punto di vista è sempre quello di un adolescente; c’è un motivo dietro tale reiterazione nell’approccio narrativo e drammaturgico?

Grande: È qualcosa che sento particolarmente mia, come quando, ad esempio, un musicista deve scrivere una canzone e ha il suo giro preferito. La sento mia forse perché penso di conoscere meglio quella fascia d’età proprio perché l’ho superata. Allora le rimango fedele o quantomeno. Tuttavia non c’è un vero e proprio motivo. Nello specifico, per Bismillah mi piaceva l’idea che un messaggio forte come quello di fratellanza venisse dato proprio da una bambina. Nei precedenti lavori, come giustamente evidenziato, c’è lo stesso punto di vista, ossia quello di un adolescente che serve per fare emergere una determinata tematica, emozione o stato d’animo. Lo faccio inconsciamente, ma allo stesso tempo fa parte delle mie corde.
Un altro elemento che caratterizza il mio modo di fare cinema e che mi piace lavorare con non professionisti, perché con loro riesco a tirar fuori delle cose interessanti che fissiamo durante le prove. Successivamente andiamo alla ricerca di altri aspetti e sfaccettature. Sono solito lavorare tantissimo con gli interpreti dei miei lavori facendo prove su prove, principalmente sul percorso di vita dei personaggi al di là di quello che poi sarà la sceneggiatura. Voglio che arrivino a sentirsi in tutto e per tutto i personaggi che sono chiamati a interpretare, provare le loro emozioni. E questo passa anche attraverso la parola. Con loro, infatti, lavoriamo non su quello che poi andranno a dire in scena ma su quello che non dovranno dire, in modo tale che quello che vorrei che venisse detto abbia la giusta naturalezza. Ad esempio, con la protagonista di Bismillah, Linda Mresy, ho fatto due mesi di prove intense perché avevo in mente di concentrarmi solo ed esclusivamente su di lei. Questa, però, poteva rappresentare un’arma a doppio taglio, nel senso che se lei non avesse funzionato sarebbe stato un grandissimo fallimento e non avrei avuto la possibilità di recuperare il tempo perduto. Per questo motivo sono sempre molto scrupoloso. Ma non è stato il nostro caso perché Linda è stata bravissima e il merito è dell’ottimo lavoro svolto nei due mesi precedenti le riprese. Abbiamo cercato di passare più tempo possibile insieme e quando non ci potevamo vedere fisicamente comunicavamo via Skype per per parlare del personaggio. Ma questo è possibile solo quando dall’altra parte c’è una persona che è disposta al sacrificio. Ho scelto Linda per il personaggio di Samira soltanto guardandola negli occhi, perché si capiva che aveva la giusta determinazione. Poi ricordo che durante il provino è stata l’unica bambina che è venuta da me a dirmi – scusandosi – se poteva cambiare una frase. Quella è stata la prova che aveva una grandissima voglia di interpretare Samira e quindi se uno ha questa voglia, poi le cose le porta avanti con dedizione.

D: Le analogie tematiche e di approccio alla materia rintracciabili nella tua filmografia non possono in qualche modo ingabbiarti e farti cadere nelle sabbie mobile della ripetitività?

Grande: Portare avanti nel mondo del corto una o più tematiche non significa automaticamente che non possa farlo in modo sempre diverso. Nel mio caso, ogni opera che ho realizzato è differente l’uno dall’altro: in In My Prison si parlava del sovraffollamento delle carceri con l’immaginazione come unico strumento di evasione; mentre in Margerita la musica rappresentava l’elemento di unione tra due culture; e infine in Bismillah, come già accennato, c’è il sentimento di una bambina nei confronti di un fratello che vuole salvare. Insomma non li reputo uguali, ma di sicuro sono collegati l’uno all’altro da una linea sottile.

D: In un’epoca caratterizzata da una crescita esponenziale degli apparati audiovisivi, dei software e degli hardware di ripresa, ritieni che i cortometraggi siano ancora utile alla carriera e alla formazione di un aspirante regista?

Grande: Ritengo che i cortometraggi siano ancora una palestra molto importante per perfezionare uno stile che poi si vuole portare avanti, indipendentemente dalla tematica che si va di volta in volta ad affrontare. Per quanto mi riguarda ho cercato di fare un percorso di crescita dal primo all’ultimo corto che ho realizzato. Ripensando al percorso fatto sino ad ora noto che c’è stato uno sviluppo narrativo sempre più approfondito, quindi oggi se dovessi esordire con un lungometraggio, lo penserei in funzione di tutto questo bagaglio che mi sono portato dietro e che ho provato sulla mia pelle. Poi naturalmente la cosa più interessante sarà quella di mettersi in gioco cercando di fare altro, ma mantenendo comunque un’anima e uno sguardo personale. Ciò non mi ha impedito, negli anni, di sperimentare e affinare uno stile e un modo di dirigere gli attori, ma cercando sempre soluzioni narrative e visive diverse: facendo a meno dei dialoghi oppure girando lunghi piani sequenza. Insomma, ho portato avanti una ricerca e uno studio costanti e nel mentre ho cercato di mettermi sempre alla prova.

D: Cosa pensi che possa dare realmente, in termini di opportunità, la vittoria di un David di Donatello per un aspirante esordiente al lungometraggio?

Grande: In base alla mia esperienza ti dico che sono stato costretto in qualche modo a rimettermi in gioco e quindi a rigirare, perché con i cortometraggi precedenti a Bismillah, nonostante siano andati molto bene vincendo numerosi riconoscimenti nel circuito festivaliero, ormai erano datati. Devi essere bravo a cogliere la palla al balzo quando se ne presenta l’occasione e forse all’epoca non sono stato capace a farlo. Prima di decidere di girare il mio ultimo cortometraggio ho perso due anni e mezzo a causa di vari intoppi burocratici legati alla produzione e ai finanziamenti. Il risultato è che mi sono trovato in un momento dove se volevo proporre una storia a qualcuno non avevo materiali video recenti per mostrare il mio modo di scrivere e di girare. Ad esempio Margerita, nonostante avesse vinto una ottantina di premi, risaliva oramai al 2013, quindi a cinque anni fa. Se passa il tempo anche tu cambi e c’è bisogno di rimettersi in gioco. Del resto sono in pochi che dopo essersi fatti notare sono riusciti poi a guadagnarsi un lasciapassare per esordire nel lungometraggio e avere una continuità. A mio avviso esistono due possibili strade: da una parte chi riesce a farsi notare e a ricevere la giusta proposta, oppure dall’altra chi è bravo a procacciarsela e a portarla avanti. Ora il David di Donatello che ho vinto con Bismillah rappresenta una grande opportunità di visibilità, ma starà a me sfruttarla al meglio prima che passi troppo tempo e si dimentichino del sottoscritto.

D: A questo punto della carriera, qual è la tua più grande sconfitta e quale, invece, la più grande conquista?

Grande: Nel mio caso la sconfitta corrisponde alla mia più grande conquista, perché la mia più grande delusione è stata quella di vedere che, nonostante avessi a disposizione nel mio curriculum dei cortometraggi validi e che funzionassero dal punto di vista della comunicazione, capaci di arrivare al pubblico e di vincere molti riconoscimenti importanti, nessuno però mi ha mai aiutato, tantomeno sono mai riuscito a prendere dei contributi ministeriali. Nelle graduatorie, infatti, arrivavo sempre dietro gli altri colleghi. Poi non sono neanche mai riuscito ad avere dei grossi enti alle spalle. Il risultato è che mi sono sempre trovato in qualche modo le porte sbattute in faccia e quindi la vittoria più grande è stata quella di riuscire a fare lo stesso delle cose e a farle bene, dimostrando a me stesso che se si vuole fare qualcosa, se c’è veramente la voglia e la fame di fare qualcosa, la si fa a costo di non dormire la notte e a costo di farsi il doppio dei km a piedi. Se c’è quel fuoco dentro che ti spinge a fare le cose, alla fine in un modo o nell’altro le farai, ma dovrai essere pronto a combattere contro i muri perché nessuno ti regala mai niente.

Francesco Del Grosso