Intervista ad Adriano Giotti

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A Shock to the System

Con il suo lungometraggio d’esordio, Sex Cowboys, ha vinto il Rome Independent Film Festival 2016 nella sezione riservata ai lungometraggi italiani. Adriano Giotti ci ha subito colpito per l’immediatezza dello sguardo, uno dei pregi che il nostro cinema contemporaneo pare aver inesorabilmente smarrito. Lo abbiamo incontrato virtualmente per una chiacchierata a tutto campo sulla sua visione di cinema così personale.

D: Raccontaci qualcosa di te: come ti sei avvicinato al cinema?

A.G.: Fin da piccolo ho sempre preferito i film ai cartoni animati. Da adolescente scattavo fotografie in pellicola, scrivevo poesie e suonavo in un gruppo punk. Ma è con la Scuola Holden che ho capito che dovevo fare cinema. Sia perché quando mi hanno messo la telecamera in mano tutti, compreso Alessandro Baricco che per questo mi ha fatto da tutor durante il mio terzo anno, hanno riconosciuto un talento naturale, ma soprattutto perché era il solo modo che avevo per unire immagine, poesia e musica arrivando al fondo delle cose, in maniera reale e potente.

D: Sex Cowboys è il tuo primo lungometraggio, tra molti cortometraggi. Da quale urgenza nasce?

A.G.: Sex Cowboys nasce dal non poter più aspettare. Dovevo fare cinema e dovevo farlo subito, con qualsiasi mezzo a disposizione. Avevo solo una cosa chiara: mi ero stancato di aspettare le lungaggini burocratiche, le mancate risposte quando non si hanno commedie o storie socialmente commerciali. E soprattutto mi ero stancato di vedere film finti. Per me fare cinema è emozionare.

D: In Sex Cowboys hai affrontato un paio di “tabù” non da poco, per un paese molto particolare come il nostro. Difficoltà economiche e sesso sono una combinazione che non si vede spesso nei nostri film. La forza di rischiare appartiene solo agli indipendenti?

AG.: Non godo nell’affrontare tabù, godo nel raccontare la realtà e quello che ho esperito sulla mia pelle. Volevo raccontare una storia che poteva accadere in qualsiasi appartamento tra i migliaia che popolano Roma. Volevo raccontare qualcosa di diretto e di sincero, e, per me, non c’è niente di più diretto e sincero dell’amore e del sesso. Di diretto, inoltre, ci sono anche le difficoltà economiche che noi giovani cresciuti nei tempi della crisi siamo costretti a fronteggiare giorno dopo giorno.
Per quanto riguarda la forza di rischiare, beh, non è questione di essere indipendenti. E’ questione di evolversi. Se non rischi, sei uguale a te stesso o a qualcun altro.

D: La vittoria ottenuta dal film al Rome Independent Film Festival 2016 cosa ha comportato, in termini pratici?

A.G.: La vittoria al Rome Independent Film Festival 2016 era un contratto di distribuzione con la New Gold Entertainment. Eravamo entusiasti, io, la troupe, gli attori, tutti i nostri sforzi avevano avuto un senso, finalmente il nostro sogno di andare nei cinema veniva coronato. Ma invece, nonostante gli accordi presi, hanno rifiutato di distribuire il film, dicendo che lo stesso era scabroso. Io ero presente in viva voce alla telefonata. Mi è sembrato un commento tanto fuoriluogo quanto orribile, ma che in sostanza è stato il primo di altrettanti rifiuti successivi motivati sempre dalla stessa ragione: troppo sesso. Il film è stato venduto in Germania, Regno Unito, Australia, Corea del Sud… Ma purtroppo in Italia il film ancora non esiste. Questo è il paese dove non si rischia e si resta uguali a se stessi o a qualcun altro. Ma è in questo paese che sono nato e credo fortemente che le cose possano cambiare.
Per fortuna, infatti, grazie a questa vittoria con Sex Cowboys e ai miei due ultimi cortometraggi, uno prodotto da Rai Cinema e l’altro in cinquina ai David di Donatello 2017, ho avuto colloqui con cinque tra le case di produzione più importanti d’Italia e al momento stanno leggendo con interesse le mie storie.

D: Per i giovani cineasti come te il problema rimane appunto quello della visibilità delle proprie opere. Ostacolo che si pone in misura maggiore, per motivi facilmente intuibili, riguardo Sex Cowboys. Quale può essere una soluzione, secondo te?

A.G.: Incentivi statali per la distribuzione, sicuramente. Ma anche più coraggio per le distribuzioni e inventiva nel creare campagne web e nuovi modi di fruzione dei film che esulino dalla classica programmazione. Per esempio, organizzare proiezioni ad evento come da tempo alcuni film piccoli come il nostro stanno facendo, mi sembra un’ottima soluzione.
Ovviamente il mio desiderio è riuscire ad organizzare un vero e proprio “Sex Cowboys Tour” con me e gli attori in giro su un pulmino scassato per l’Italia e le nazioni vicine, tornando agli albori del cinema quando era uno spettacolo itinerante, seguendo anche l’esempio delle band punk che girano l’Europa e il mondo. L’idea è trovare finanziatori e sponsor, prendere contatti diretti con le varie sale e creare movimento, rumore e curiosità attorno a quello che tutti stanno additando come un film scabroso, quando, in realtà, lo scabroso è solo negli occhi di chi guarda. Il nostro è un film diretto e se non sei diretto, beh, allora non metterti sulla nostra strada.

D: Cosa ti suggerisce l’iter di Sex Cowboys, soprattutto in vista di progetti futuri?

A.G: Sono convinto che i diciassette giorni di riprese del film, girati nella casa condivisa dove abitavo, con il sottoscritto e l’attrice protagonista Nataly Beck’s impegnati ogni giorno a tirare fuori il materiale per le riprese, cucinare per la troupe e poi ripulire gli spazi comuni per il rientro dei nostri coinquilini, siano stati tra i più felici e punk della mia vita lavorativa. Sicuramente il clima sul set, la troupe di sole quattro persone, l’ambiente entuasiasta, intimo e creativo che avevamo messo su, rimarrà sempre nel mio cuore. Ma tutto quello che è venuto dopo, beh, lo trovo alquanto incomprensibile. E soprattutto non deve essere qualcosa per cui io devo smazzarmi come regista. Semplicemente perché non è il mio mestiere. Quindi sono assolutamente convinto che non voglio più fare un film con un iter così. Un autore deve lottare per far arrivare le proprie idee alle case di produzione e farsele produrre, ma pensare che con un’aspirina si possa guarire un sistema cinematografico che ha il cancro è utopistico. I film fatti in casa sono importanti, ma è il cinema con il quale sono cresciuto quello che cambia le cose. Ed è questo che voglio fare.

Un pensiero che noi di CineClandestino condividiamo in senso assoluto.

Daniele De Angelis