Intervista ad Adelmo Togliani

0

La Macchina Umana raccontata da Adelmo e da Pier Luigi Manieri

Non sempre, dopo un colloquio così serrato, si scopre come in Blade Runner di avere a che fare con il “replicante” di turno. A volte sono più semplicemente persone vere. Nel caso poi di Adelmo Togliani e di Pier Luigi Manieri, oltre che di persone vere stiamo parlando anche di veri appassionati di cinema e più in particolare di fantascienza, per cui assai stimolante è stato analizzare insieme a loro i modelli e le fonti di ispirazione che hanno portato alla realizzazione de La Macchina Umana, cortometraggio decisamente brillante e in grado di rivitalizzare un immaginario già molto presente sul grande schermo. Adelmo Togliani di tale corto è l’autore. Mentre Pier Luigi Manieri, critico e saggista di fama, è l’esperto della materia chiamato da Adelmo per introdurre il suo lavoro al MAXXI, durante la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Ciò che leggerete ora è il succo del piccolo confronto a tre che abbiamo avuto a tale riguardo.

D: Conoscendo già altri tuoi lavori cinematografici e racconti, Adelmo, si può dire che l’immaginario fantastico eserciti su di te suggestioni profonde?

Adelmo Togliani: Non sono mai veramente cresciuto. Il bambino che è in me è vivo e vegeto, e molto molto invasivo. Sin da piccolo ho sempre fatto correre l’immaginazione, anche se quando devo pensare a un’opera filmica devo scontrarmi con la dura realtà: la sua realizzazione! Producendo le mie opere sono piuttosto combattuto nella fase di elaborazione e scrittura perché ho idea di quanto costi una messinscena; e quella di un’opera di fantascienza è per ovvi motivi la più dispendiosa in termini economici. Però, è nei limiti che mi esalto, come la gran parte degli italiani, e quindi cerco soluzioni per far uscire al meglio la mia idea a dispetto della scarsità di mezzi.

D: Da dove è nata, quindi, l’ispirazione per scrivere e realizzare un corto come La Macchina Umana?

Adelmo Togliani: Innanzitutto dalla mia esigenza narrativa di mettere l’essere umano sempre al centro della storia. E poi perché non riesco a vivere appieno il presente al punto che mi vedo sempre proiettato nel futuro. La prima stesura de La Macchina Umana è del 2003, proposi il ruolo del protagonista a Charlie Cox (Daredevil): ci eravamo conosciuti sul set di Casanova della Walt Disney, ma per vari motivi poi non se ne fece più nulla. L’ho tenuto nel cassetto per un po’, solo recentemente un fondo ottenuto attraverso un bando del NuovoImaie mi ha consentito di mettere in piedi l’operazione. Dopo 14 anni posso dire che il valore del film è rimasto immutato. Oggi il corto sa di premonizione. Io volevo raccontare l’esasperata ricerca dell’uomo di una perfezione artificiale. Viviamo un tempo in cui la gente sfrutta il proprio avatar del mondo virtuale per apparire felice, soddisfatta e sempre al top, quando nella realtà tra le mura di casa è depressa, infelice e col morale a terra. La Macchina Umana si spinge addirittura oltre, immaginando un’umanità in cui si progettano androidi, possibilmente felici, sensibili, belli e capaci di vivere al posto nostro il mondo reale.

D: Il cortometraggio, di cui tu sei il protagonista, può contare peraltro su un cast di tutto rispetto, visibilmente affiatato… come hai scelto gli altri interpreti?

Adelmo Togliani: Abbiamo in Italia dei buoni attori, bisogna solo sapersi guardare intorno e metter loro nella condizione migliore per lavorare. Aggiungo che con molti attori del cast avevo già condiviso alcune esperienze professionali e ci lega una grande stima e un sincero affetto. Gli attori li ho scelti dopo aver scritto l’ultima stesura e trovo che siano tutti particolarmente azzeccati, a partire da Valentina Corti, con la quale abbiamo avviato da oltre un anno un sodalizio artistico importante.

D: E come ti trovi da attore a dirigere altri attori?

Adelmo Togliani: Bene, diciamo che parliamo la stessa lingua. Per il resto punto sempre alla naturalezza e alla semplicità. Come dice il maestro Pupi Avati: ognuno di noi ha una sola verità. So di non risultare troppo chiaro quando spiego una sceneggiatura ad un attore, per questo motivo il lavoro di Simone Siragusano, che è il direttore della fotografia e regista con me de La Macchina Umana, è stato davvero prezioso. Sono un tipo che preferisce nutrirsi della performance dell’attore sul set, di quello che può darmi in quel momento, alle prese con l’azione; solo dopo alcune prove che vanno in una direzione comunque prestabilita, mentre Simone è alle prese con la macchina da presa, io ne approfitto per arricchire la scena. Dovreste vedere la faccia di Siragusano quando attuo questi cambiamenti repentini, sono piuttosto spiazzanti ma rappresentano solo un’evoluzione perché alla fine tutto ha un senso.

D: Come è stata finora l’accoglienza del tuo lavoro ai festival cui hai partecipato, da Roma dove si è svolta l’anteprima nazionale fino a Trieste dove è di scena proprio la fantascienza? E quali saranno le prossime tappe?

Adelmo Togliani: Alla Festa del Cinema di Roma sezione Risonanze, il film è stato proiettato all’Auditorium del MAXXI, il museo di arte contemporanea del XXI secolo, grazie a Valerio Toniolo e a Buonacultura, l’Associazione che da anni si propone di supportare le nostre anteprime-evento. Sala gremitissima e grande calore da parte del pubblico. Al Trieste Science+Fiction Festival, non c’è un pubblico di ‘casa’, i cinefili riempiono intere sale fino a tarda notte, conoscono il genere e non fanno sconti…beh, la cosa mi spaventava. Invece, al termine della proiezione c’è stato un lungo applauso sentito che mi ha veramente commosso. Prossima tappa, domenica 12 novembre al Festival Popoli e Religioni di Terni, il cui tema quest’anno è la metamorfosi.

D: A Pier Luigi Manieri, saggista e critico di spessore che ha introdotto La Macchina Umana in occasione del Festival di Roma, vorrei chiedere invece se nel lavoro di Adelmo Togliani ha trovato elementi particolarmente originali o comunque interessanti, rispetto all’immaginario fantastico e più specificamente robotico…

Pier Luigi Manieri: Adelmo, che conosco da anni e col quale condivido numerosi interessi e punti di vista, essendo tra l’altro uno degli autori da  me selezionati per “Operazione Europa”, ha aggiunto un elemento nuvo alla narrazione.
L’archetipo della creazione da Frankenstein in poi si articola sul punto di vista dell’uomo. Perciò l’automa che anela un’umanità che può solo emulare. In alcuni casi tale afflato sconfina nel dolore e, come conseguenza, nell’odio, pensiamo alla Creatura della Shelley o al Roy Batty di Blade Runner. Anche l’utopia di Star Trek se n’è interessata con Data. Droide positronico che per tornare ai replicanti di Dick/Scott vuole essere più umano dell’umano. Ma Asimov nel suo fondamentale “Io robot” ci introduce alla robotica affermando la natura strumentale dell’automa. E ponendo le 3 leggi. A cui però Briking dì Kyashan si ribella per una supremazia tecnologica su quella umana
E in questo scenario s’inserisce l’intuizione di Adelmo Togliani che aggiorna la relazione uomo macchina, in cui il principio Cogito ergo sum si definisce nella piena consapevolezza e accettazione di essere una macchina.
Prima di Data e dopo Asimov è doveroso inserire gli stessi Ian Watson, Spielberg e Kubrick che ne hanno esplorato le possibilità in A.I. – Intelligenza artificiale.

Per tornare al lavoro di Adelmo Togliani, pur nella sintesi del cortometraggio, il regista-autore pone sotto una nuova luce il mistero della creazione artificiale. Con una narrazione direi letteraria che combina una sensibilità personale a suggestioni che certamente non sono distanti dall’opera seminale di Blade Runner. I cui rimandi si colgono tanto nell’idea dei ricordi innestati, quanto nella stessa fotografia e nella figura del medico. La stessa emancipazione di tipo esistenziale e una novità forte, La Macchina Umana è comunque una piccola pagina di grande innovazione. Inquadra il punto di vista del robot decretandone la sua natura distinta. Il robot sceglie di essere se stesso. Cioè automa. Tagliando così il cordone ombelicale dal suo creatore. La relazione non è più, perciò verso l’uomo ma unicamente verso il suo “io”.

D: Per restare in tema, Adelmo, volevo chiedere a te se ci sono stati modelli cinematografici o letterari particolari, riguardo all’immaginario fantascientifico, futuristico, utopico, da cui ti sei sentito orientato in qualche modo nella realizzazione del corto.

Adelmo Togliani: Ho preso spunto da Blade Runner e dai suoi ‘innesti’ per raccontare il modo in cui il protagonista Stefano, il ragazzo androide, viene testato. A differenza dell’opera di Scott il mio robot non ha nessuna intenzione di ribellarsi all’uomo, tutt’altro, e senza voler spoilerare, credo sia questa la vera novità che il film porta sullo schermo, oltre al fatto di essere girato interamente dal punto di vista dell’androide. All’interno della vicenda il robot è vittima degli eventi come lo era, in parte, suo malgrado Khyashan (Casshern) nell’omonima serie a cartoni animati. Mentre l’analista, che in realtà è uno scienziato, può essere paragonato al Dr. Azuma che crea le macchine per poi pentirsi di aver innescato un processo che coincide con il punto di non-ritorno.

D: Per finire, potresti spendere qualche parola sul tuo precedente cortometraggio, L’uomo volante, e sui tuoi progetti per l’immediato futuro?

Adelmo Togliani: Con L’Uomo Volante, che vede Bianca Guaccero protagonista, sono stato ospite a Pechino dell’ ISFVF della Beijing Film Academy il 23 ottobre scorso. In Cina è stato un vero successo, al punto che abbiamo vinto un Audience Award. Al momento stiamo lavorando affinché questo corto diventi un lungometraggio. Per finire, in primavera uscirà finalmente il teaser-trailer di Vita da Avatar, un progetto di webserie a cui teniamo molto e che racconta la vita dei personaggi dei videogiochi una volta spenta la console. Ti avevo detto che non sono mai davvero cresciuto, no?

Stefano Coccia