Intervista a Teresa Federico

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«Fare l’attrice è avere la possibilità di infilarti in qualunque tipo di scarpa»

Da giovedì 7 marzo è in sala con l’opera prima di Walter Veltroni, C’è tempo, e mentre si racconta, Teresa Federico, trasmette proprio l’entusiasmo che prova nei confronti della Settima Arte, del palcoscenico e di questa professione che tanto ama. Questa lunga chiacchierata è stata l’occasione per ripercorrere con lei un percorso fatto di diverse tappe e anche dei punti punti fermi, da cui ripartire per mettersi nuovamente in gioco.

D: Come nasce il tuo coinvolgimento in questo progetto cinematografico?
Teresa Federico: Sono stata chiamata per fare un provino su parte direttamente da Walter. Avevo sentito parlare della preparazione di questo film perché avevo avuto modo di lavorare in altri ambiti con Stefano Fresi ed entrambi desideravamo che arrivasse l’occasione anche per il grande schermo. Quando mi è stato raccontato che tipo di ruolo avrei dovuto interpretare, sono stata particolarmente felice perché, tra le persone a cui voglio bene, c’è una storia molto simile a quella del personaggio di Michela. L’idea di personificare a suo modo qualcuno che fa parte della mia vita è stato qualcosa di magico. Intorno a questo film ci sono state tante coincidenze: “C’è tempo” di Ivano Fossati è una delle mie canzoni preferite, amo moltissimo I 400 colpi di Truffaut. In più ci sarebbe dovuta essere una scena con un cerbiatto e una sera, mentre io e Stefano tornavamo in albergo dopo una cena, in queste strade meravigliose della Toscana, ci si è fermato davanti proprio un cerbiatto. C’è tempo è stata poesia dentro e fuori dal set.

D: La tua Michela riferendosi agli uomini afferma «sono troppo egoisti, prepotenti e vuoti». Sei d’accordo?
T.F.: La sceneggiatura è stata realizzata a quattro mani da un uomo (Veltroni, nda) e da una donna (Doriana Leondeff, nda). Si potrebbe rintracciare una sorta di femminismo in questa battuta, ma non è così. Sono sposata e non ho avuto esperienze dirette di una relazione con una donna; ma le donne che conosco che stanno con altre donne mi hanno parlato di come sia importante anche nel rapporto stesso la forte sensibilità femminile. La donna è piena di tantissime sfaccettature ed è in parte ciò che ci viene criticato dagli uomini. Mentre l’uomo ha la fortuna/arma a doppio taglio di riuscire a passare fasi di emotività e a saperle pure individuare in maniera probabilmente più puntuale; per quanto riguarda noi donne ci sono dei momenti in cui, se ci viene chiesto come stiamo, non è facile rispondere se bene o male perché c’è un mondo che ci si spalanca dentro. Suppongo che avere una relazione con una donna abbia il vantaggio che, quando ti senti domandare come stai, hai davanti una persona che sa esattamente come ti stai sentendo e non devi cervellarti per trovare le parole per descrivere cosa stai provando. Io non ho relazioni nel senso sentimentale del termine però lavoro tanto con le donne. Con altre due donne (Valentina Ruggeri e Francesca Nerozzi, nda), faccio parte di un trio – quello delle Ladyvette – con cui vivo h24. Trascorro molto più tempo con loro che con mio marito e ci sono degli istanti in cui ci guardiamo e sappiamo che una di noi, magari a turno con l’altra, sta vivendo un momento di grande complessità interiore, nel bene e nel male. Siamo tre anime gemelle, molto diverse tra di noi, eppure abbiamo trovato una quadra in cui riuscire a leggerci e a sentirci vicendevolmente – con ciò non voglio dire che non ci sono momenti bui o di fatica soprattutto sul piano lavorativo.

D: C’è tempo parla di amore per il cinema. Quanto sei cinefila?
T. F.: Senza piaggeria, davvero I 400 colpi (di cui è appassionato Giovanni nel film di Veltroni, nda) è stato il mio primo coup de foudre, mi ha segnata molto profondamente. Lo ricordo perfettamente come se fosse ieri pur essendo passati tantissimi anni. Rispetto al cinema italiano sono profondamente innamorata de La meglio gioventù che, a quanto so, non fece botteghino da urlo. Io lo vidi in un cinema d’essai e l’ho apprezzato per come ha saputo parlare del nostro Paese. In generale sono attratta da tutte le fasi della “macchina” cinema. Sono un’attrice che viene dal palcoscenico, soffro della crisi che c’è in quel settore perché il teatro è un altro modo che noi attori abbiamo per raccontare una storia. Il cinema rimane una grande possibilità per farci entrare nei vari mondi. Quando mi capita di stare sui set, non vado soltanto per girare la mia scena, mi piace stare lì e respirarne l’atmosfera.

D: Puoi approfondire il punto rispetto alla crisi del teatro…
T.F.: Credo che il teatro, negli ultimi anni, abbia un po’ tradito il proprio pubblico. Sono stati proposti lavori di grandissima qualità, ma altri che hanno deluso profondamente il pubblico. Il motivo per cui la gente non va a teatro non può essere attribuito soltanto al fatto che le persone si siano impigrite; semplicemente non sentono più di avere la garanzia di poter trovarsi davanti a qualcosa che le faccia emozionare, ridere o piangere.
Senza dubbio ci sono degli spettacoli che girano e fanno delle belle tournée, ma la maggior parte delle compagnie sono in crisi, ormai alcuni lavori riescono a essere soltanto nei circuiti off. Con il cinema è diverso perché quando si ci si reca in sala, si ha una maggiore possibilità di scelta (anche con le produzioni internazionali) e la possibilità di rimanere delusi, tenendo conto anche del costo del biglietto, è inferiore.

D: Cosa vorresti esplorare all’interno del mondo cinematografico?
T. F.: Ho deciso di fare l’attrice più tardi rispetto alle mie colleghe, nonostante la mia passione fosse emersa da quando avevo cinque anni. Per me fare l’attrice è avere la possibilità di infilarti in qualunque tipo di scarpa. Mi piacerebbe interpretare i personaggi più svariati ed essere sfidata il più possibile nella capacità di prendere un ruolo e indossarlo. La parte di Michela scritta sul copione è qualcosa di bidimensionale e tu, in quanto attore, insieme al tuo regista la devi far diventare qualcuno di reale e credibile. Quando penso a fare cinema penso a realizzare questa magia. Tra commedia e dramma preferirei stare maggiormente nei panni di un personaggio drammatico, ma la magia è in tutti e ho amato tutti i ruoli che ho interpretato.

D: Teresa, provenendo dal teatro, hai riscontrato delle difficoltà nell’accedere all’ambiente cinematografico o pensi che questi confini si stiano superando?
T.F.: Ci sono casting che sono un po’ più aperti, altri pesantemente chiusi, lo stesso vale per i registi. Obiettivamente c’è una difficoltà nel riuscire ad accedere a mondi che sono molto stratificati, in cui devi passare varie barriere prima di riuscire ad arrivare. Capisco anche che si tratta di lavori talmente complessi che è fisiologico tendere a lavorare con le persone con cui ci si trova già bene e questo, da un lato è positivo, dall’altro lato ti toglie l’opportunità di conoscerne altre e di correre il rischio di sperimentare altre forme di recitazione. Scardinare questi confini vuol dire per un’attrice cercare di farsi conoscere e vedere. Io sono un’espansiva nel senso più naturale del termine, se qualcuno mi sta simpatico ci parlo volentieri, ma non riesco mai a farlo con l’obiettivo di qualcosa e questo è un approccio che sicuramente mi penalizza, sono stata anche molto sgridata per questo motivo [si avverte quanta onestà ci sia dietro a queste parole]. A mio parere il modo migliore che si ha per conoscere gli attori non è lo showreel o il salotto di un aperitivo, ma andare a teatro nel caso in cui facciano degli spettacoli. In generale ritengo dipenda molto dalla natura della persona, il regista curioso va a vedere anche dei prodotti più off, in teatro o in sala e ci tengo a precisarlo non c’è alcuna polemica da parte mia.

D: Da cosa deriva la tua scelta di una formazione multidisciplinare e con uno sguardo internazionale?
T.F.: Fin da bambina ho sempre sognato di vivere a Londra e in seguito ho scoperto che era la patria europea di un certo tipo di formazione attoriale. Sono una gran secchiona, non mi sento mai abbastanza pronta e andare a Londra è stato il mio modo di sentirmi un po’ più formata e anche per perfezionare l’inglese perché in Italia ormai vengono girate molte produzioni internazionali. lI primo giorno in cui sono andata sia alla Royal Academy of Dramatic Art che all’Actors Centre il discorso introduttivo puntava a sottolineare come in questo lavoro l’attore deve arrivare a interpretare un personaggio con una valigetta piena di tutto ciò che gli serve per fare questo lavoro. Possono esserci talento e predisposizione personale, ma sono degli elementi, è fondamentale, però, una formazione strutturale e tecnica. Questa indicazione ha cambiato completamente il modo di immaginare questa professione. Prima pensavo – e mi avevano anche indotto a pensarlo – che fare questo lavoro volesse dire fare un po’ quello che senti, lasciarsi ispirare dalla propria empatia tanto che spesso molti attori si ritrovano a interpretare dei personaggi molto simili tra loro anche perché li avvertono nelle loro corde.

D: Annoveri anche un corso di doppiaggio con due maestri in questo campo, C. Iansante e R. Pedicini. Da spettatrice oltre che d’artista, qual è il tuo gusto rispetto a questo tasto?
T. F.: Guardo tutti i prodotti in lingua originale. Abbiamo dei fuoriclasse nel doppiaggio; ma io che sono un attrice non posso vedere un film doppiato perché devo osservare alla fonte. La decisione di seguire quel corso di doppiaggio non è mai stata legata al pensiero di fare la doppiatrice, ma può capitare che quando si gira si venga richiamati per doppiare se stessi anche solo per una scena e volevo essere pronta all’evenienza.

D: Teresa, tu già scrivi i brani delle Ladyvette, hai pensato di cimentarti anche in sceneggiatura?
T.F.: Frequento la Scuola Holden di Torino fondata da Baricco. Man mano che scrivevo i testi delle Ladyvette, ho acquisito sempre più consapevolezza che avevo la responsabilità di parlare a nome di un gruppo. Finché si è trattato dei testi delle canzoni poteva “passare”, poi è arrivato il primo spettacolo. In questi giorni siamo in scena col secondo (“In Tre”), che ho scritto insieme a Fausto Brizzi (e Lillo Petrolo, nda). Mi sono ritrovata intorno a un tavolo con lui, che è un autore, uno sceneggiatore e un regista di altissimo livello e ho avuto la fortuna di sentirmi abbastanza in grado di interfacciarmi con lui proprio grazie al fatto che grazie alla scuola ho cercato di formare tutta la parte della scrittura. Sussiste senz’altro l’idea di scrivere una sceneggiatura vera e propria.

D.: Sempre includendo le Ladyvette o pensandola individualmente come artista?
T.F.: Sono in una fase embrionale sul piano creativo. Non so dirlo di preciso, sicuramente non prescinderò dalle Ladyvette tanto più che si tratta del primo progetto in questa direzione perché loro sono il mio braccio destro e il ginocchio sinistro. Non penso a me individualmente, quando si scrive bisogna pensare a scrivere e cercare di dimenticarsi che si è un’attrice. Ad esempio, rispetto a quest’ultimo spettacolo, già dal primo giorno ho chiesto a Brizzi di occuparsi del personaggio che avrei incarnato in scena perché non mi sento sicura di scrivere qualcosa su me stessa. Credo nella suddivisione dei ruoli.

Teresa Federico è al cinema in C’è tempo e in scena col trio delle Ladyvette al Teatro della Cometa di Roma, dal 5 al 24 marzo 2019, nello spettacolo “In tre”, regia di Massimiliano Vado, direzione musicale e musica dal vivo di Roberto Gori, direzione artistica Lillo Petrolo.
(La foto di copertina è di Riccardo Riande)

Maria Lucia Tangorra