Intervista a Stefano Savona

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La verità prima di tutto: il documentario secondo il regista palermitano

In più di un’occasione noi di CineClandestino abbiamo dimostrato, e continueremo a farlo, quanto ci teniamo al documentario e alle sue sorti. Le numerose pubblicazioni in merito, tra recensioni e approfondimenti che riguardano lo sterminato universo delle espressioni del cinema del reale, ne sono la riprova. L’intervista a Stefano Savona, tra i documentaristi più apprezzati del panorama nostrano e internazionale, già autore tra gli altri dei pluripremiati Un confine di specchi, Primavera in Kurdistan, Piombo fuso e Tahrir, è per quanto ci riguardo un ulteriore contributo alla causa.
Lo abbiamo incontrato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2018, laddove qualche edizione fa il cineasta palermitano ha deciso di dare il là a una collaborazione con il collega Simone Massi, pluripremiato regista d’animazione, al quale Savona ha affidato la creazione, insieme a una folta equipe, delle sequenze animate contenute nel suo nuovo film, La strada dei Samouni, vincitore del prestigioso Oeil d’Or per il miglior documentario al Festival di Cannes 2018.
Dopo la proiezione come evento speciale alla kermesse pesarese, dove era presente anche in veste di giurato, gli abbiamo rivolto una serie di domande, partendo proprio dalla lunga lavorazione della sua ultima fatica dietro la macchina da presa, per poi tastare insieme a lui il polso dell’attuale situazione del genere in questione dentro e fuori dai confini nazionali, allargando infine il discorso al suo modo di fare e concepire la Settima Arte.

D: Ci racconti le fasi che hanno portato a compimento la lavorazione di un film come La strada dei Samouni per il quale ci sono voluti otto anni.
Stefano Savona: Il convincere le persone e i potenziali finanziatori di questo film riguardo a ciò che sarebbe stato ha richiesto un lungo e complicato lavoro congiunto da parti dei produttori e dei soggetti chiamati in causa. Entrando nel merito della lavorazione le parti documentaristiche sono state realizzate nel 2009 a un mese e mezzo di distanza dagli eventi e nel 2010, sempre nell’arco di una novantina di giorni. Poi nel 2011 ci siamo resi conto che per raccontare al presente la storia al centro de La strada dei Samouni e per entrarci nella maniera giusta era fondamentale l’utilizzo dell’animazione. Questo ha ovviamente allungato e di molto i tempi di lavorazione, ma per la prima volta si è trattato di un tempo tecnico e fisiologico, nel senso che per fare ognuno di questi secondi di animazione che vanno a comporre i 40 minuti totali presenti sulla timeline ci sono voluti all’incirca due/tre giorni di lavoro da parte dei tanti animatori coinvolti. Prima di potere arrivare ad applicare sulle sequenze di animazione la tecnica grattata di Simone Massi c’è stato bisogno di pensarle e produrle prime in 3D. Un lavoro, questo, invisibile ma che è stato fondamentale per il completamento delle suddette sequenze. Lui è stato a capo di una squadra molto ampia di animatori, ciascuno dei quali ha dovuto prima di tutto mettere da parte il proprio stile per adeguarsi a quella del supervisor. Loro con la propria arte si sono messi completamente a disposizione del film, adattando di conseguenza il proprio modo di lavorare a quella che era l’idea centrale di Massi, facendola comunque propria. È la cosa mi fa più piacere e che trovo sorprendente è l’unità di stile e la coesione raggiunte.
Nel film c’è ovviamente anche un lavoro di scrittura cinematografica, ma in realtà non ci siamo inventati niente perché tutto quello che viene raccontato è desunto dalle testimonianze vere dei protagonista della storia. E quando dico tutto è davvero tutto, persino i sogni. Con gli sceneggiatori abbiamo cercato di dargli una forma cinematografica. Si tratta di un processo esclusivamente di selezione di ciò che c’è, di ciò che ci doveva essere e di ciò che non ci doveva essere nello script. Per lo più nel nostro caso c’è stato un processo di eliminazione di ciò che era superfluo per concentrarsi invece su ciò che era necessario. Una fase, questa, che si è rivelata molto lunga e ha richiesto una riscrittura più precisa soprattutto nei dialoghi. Anche quando si conosce o si pensa di conoscere bene una storia, perché magari si è stati testimoni diretti degli eventi, si finisce comunque con il rendersi conto che la scrittura è un lavoro di trasformazione e di creazione, sempre e comunque. Non importa se l’origine è la pura fantasia oppure la realtà documentaria. Io considero questo un lavoro assolutamente non fiction, perché tutto quello che diciamo è suffragato da quelli che una volta si chiamavano fatti e proprio per questo la scrittura è stata ancora più difficile.

D: Le recenti vittorie di Gianfranco Rosi con i suoi ultimi documentari hanno in qualche modo cambiato le sorti del documentario nel nostro Paese?
Stefano Savona: Non mi sembra che sia lì lo snodo. Ma al di là di questo, a mio avviso la situazione a livello internazionale, dunque non solo qui in Italia, è peggiorata invece che migliorare, perché c’è sempre meno spazio e forse non ce n’è mai stato per un tipo di cinema non formattato come può essere quello documentaristico. Opere come Sacro GRA o le mie sono complicate da portare nelle sale. In generale, il documentario per la sala è difficile da fare e può essere portato a termine solo con delle co-produzioni molto complesse. Era il caso prima e lo è ancora adesso. Non penso che nessuno si sia illuso che dopo le vittorie di Rosi del Leone d’Oro con Sacro GRA e dell’Orso d’Oro con Fuocoammare la situazione generale sarebbe cambiata. Sicuramente sarà cambiata per lui, che avrà molta più facilità a reperire i fondi per i suoi prossimi lavori, così come forse lo sarà anche per me grazie al premio vinto a Cannes 2018 con La strada dei Samouni. Ma restano comunque dei casi isolati, visti come delle eccezioni positive piuttosto che come la prova che il documentario made in Italy possa arrivare a ottenere dei risultati favorevoli in generale.

D: Quali sono e se ci sono state le tue più grandi vittorie e le tue più grandi sconfitte sino ad oggi?
Stefano Savona: Credo di avere avuto la fortuna di essere riuscito a portare a termine tutti i film che volevo fare. Ogni volta la vittoria è quella di riuscire a fare il film successivo, in cui provo a fare qualcosa in più e di diverso rispetto a quello precedente. Sinceramente credo di avere avuto tanta fortuna perché non ho mai sentito la possibilità che mi mancasse la possibilità di chiudere quello che volevo fare. La più grande fortuna è stata senza ombra di dubbio quella di essere riuscito a portare a termine questo mio ultimo documentario che in sé è stato sicuramente quello più complesso e rischioso della mia carriera. Complesso da un punto di vista materiale, economico e narrativo. Di sconfitte non penso di averne mai avute, semmai ci sono progetti che ho iniziato e che non ho ancora portato a termine e che non so se riuscirò a concludere.

D: Cosa pensi della situazione attuale del documentario in Italia?
Stefano Savona: Il rimpianto è che in Italia non esiste un vero movimento documentaristico e sarebbe bello che ci fosse, ma si tende a un lavoro estremamente parcellizzato che ci porta a chiuderci nei propri film. Eppure tra di noi che facciamo questo tipo di cinema ci conosciamo tutti, ciononostante i rapporti sono molto radi nel tempo. Ci vediamo più che altro ai festival e a distanza di anni, proprio perché occorre una lunga gestazione prima di riuscire a mettere la parola fine a un nuovo lavoro.

D: Quanto è stato importante per te e per la tua carriera andare a lavorare all’estero?
Stefano Savona: Per me è stato capitale, perché se non fossi andato in Francia probabilmente adesso farei un altro mestiere. Nel mio caso non è stato andare semplicemente all’estero, ma nello specifico proprio in Francia. Si tratta di una nazione dove esistono dei finanziamenti destinati al cinema che permettono a progetti di tutti i tipi di diventare film. Ho deciso di provare ad andarci anche grazie ad un amico e lì ho conosciuto un produttore che mi ha dato la possibilità di realizzare Primavera in Kurdistan. Da quel momento ho aperto una società di produzione in Francia, la Picofilms, che mi ha permesso per la prima volta di potere vivere dei miei lavori dietro la macchina da presa e di poterne pensare di sempre più ambiziosi come forma e con budget più alti. E successivamente c’è stata anche la scoperta dei miei film da parte del pubblico italiano, poiché da Primavera in Kurdistan in poi le mie produzioni hanno iniziato a circolare e ad essere acquistate con più facilità e frequenza in Italia.

D: Hai mai avuto la sensazione o la paura che il tema trattato in uno dei tuoi documentari potesse in qualche modo prevaricare o schiacciare tutto il resto, compresa la parte creativa e artistica?
Stefano Savona: Restringendo il campo a La strada dei Samouni, questa è prima di tutto una storia di una famiglia che ho conosciuto ormai quasi dieci anni fa e come tale va visto. Non è un manifesto, tantomeno il simbolo di niente. Poi è normale che vi siano delle attinenze, delle implicazioni e degli agganci con quello che sta accadendo adesso nella stessa parte del mondo.
In generale chi fa documentari come me è perché ha una passione molto forte per la realtà e in un certo senso se qualcuno non si accorge della forma ma viene colpito soprattutto dalla storia che viene raccontata, allora per quanto mi riguarda ho raggiunto l’obiettivo. Di fatto non ho mai cercato la forma per la forma, ma ho cercato di volta in volta di individuare quella che permettesse a una data storia di raccontarsi in tutta la sua evidenza. Quindi se una persona esce dal cinema ed è rimasto colpito dalla vicenda o dall’argomento che ho portato sullo schermo è proprio perché l’ho raccontata bene. Se una storia non la racconto bene, non importa se sia vera oppure falsa. Non ha nessun valore.
Al contrario se si tratta di un addetto ai lavori che è chiamato dal suo mestiere a esprimersi anche sulla forma, allora è giusto che questo possa giudicare se una cosa funziona e come funziona. Il pubblico per il quale faccio i miei film, invece, non è tenuto a farsi questa domanda, ma vuole in primis emozionarsi e saperne di più su e di una data storia. Allo spettatore devo raccontare una vicenda e lo devo condurre attraverso l’opera alla scoperta di qualcosa che magari non conosce o che conosce solo in parte. Poi il raccontare cose che hanno una base storica importante e degli eventi che hanno un loro peso specifico al di là del film mi aiuta a portare sullo schermo argomentazioni, temi e vicende forti. La vocazione del documentario è quella di mettersi laddove le cose accadono e di raccontarle. Personalmente non riesco a trattare cose intime perché mi risulta difficile penetrare veramente in certe situazioni con la macchina da presa. In quel caso forse opterei per una fiction.

D: Come mai non hai avuto una spinta verso il cinema di finzione o se ce l’hai avuta perché non è ancora emersa?
Stefano Savona: In realtà come ho detto in precedenza ne La strada dei Samouni sono presenti 40 minuti di animazione in cui ho dovuto mettere in scena le storie che stavo raccontando, esattamente come accade in una fiction. Tuttavia il documentario in quanto tale è la messa in scena della realtà e di conseguenza non vedo una differenza così sostanziale. Forse nel tipo di storie che racconto mi piace che la realtà possa entrarci più potentemente possibile e quando ciò non avviene mi impegno a ricostruirla. Nel momento in cui volessi raccontare una storia che non posso filmare dal vero, allora probabilmente potrei decidere di fare un film interamente di finzione.

Francesco Del Grosso