Intervista a Simone Scafidi

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Un oscuro scrutare

Chi conosce il suo cinema sa bene che Simone Scafidi è un autore completo. Un cineasta perfettamente in grado di offrire una riconoscibilissima impronta personale in ogni opera girata, pur nella diversità di genere. Dall’esordio con Gli arcangeli, filosofico e disperato affacciarsi ad un’esistenza senza certezze di un giovane universitario, fino all’affresco pasoliniano sul degrado del Potere in Eva Braun, ci sono anche horror atipici come La Festa e documentari assai poco convenzionali come il calcistico Zanetti Story, codiretto da Scafidi con Carlo A. Sigon. Ma soprattutto c’è sempre una lucidità di analisi socio-politica che affiora in modo cristallino anche quando la diegesi filmica, in teoria, non lo richiederebbe. Un valore aggiunto, si sarebbe detto in altri momenti. Non è mai troppo tardi, quindi, per scoprire un cinema che esula, in cerca di sguardi attenti, dagli asfittici confini del nostro mercato distributivo.

D: Una domanda rituale per cominciare: come ti sei avvicinato al cinema? Una passione precoce come molti altri registi?
Simone Scafidi: Mi sono avvicinato al cinema senza accorgermene, non ho avuto un’epifania come il Dedalus di Joyce. È successo progressivamente, in maniera naturale quanto, in un certo senso, inesorabile. Al punto che spesso mi chiedo se avrei potuto scegliere un’altra via, e domandandomelo provo una sorta di malinconia. Sono cresciuto con due genitori che, senza essere cinefili, mi hanno fatto vedere fin da bambino i film di Billy Wilder, di Hitchcock, di Stanley Kubrick, di Federico Fellini. Prendere da subito confidenza con prodotti scorrevoli, ma complessi, mi ha portato immediatamente a sviluppare una certa predisposizione per il cinema di ricerca che avrei incontrato negli anni dell’adolescenza. Da Lynch a David Cronenberg, da Truffaut a Godard, da Antonioni a Pasolini, questi sono stati i registi che hanno cadenzato la mia adolescenza. Per me che ero un ragazzino di provincia – io sono di Tortona – amare un cinema anomalo, distante dai film di Fantozzi o con Schwarzenegger che giustamente facevano impazzire i miei coetanei, in qualche modo mi rendeva diverso e unico. Che poi è, in parte, quello che ogni adolescente si augura: uscire dal gregge. La passione per i film più stravaganti, da Liquid Sky a La Bestia, da Videodrome a Non si sevizia un paperino, era il mio segno distintivo, la mia appartenenza a qualcosa di solo mio. Da lì, in qualche modo, è nato il passaggio a desiderare di girare film. Già a 14 anni, usando la Sony Hi8 dei miei genitori e coinvolgendo gli amici nelle vesti di attori, iniziai a realizzare i primi acerbi video, tutte imitazioni di titoli di mio interesse. Quella palestra autarchica e amatoriale mi spiegò comunque qualcosa di importante: per essere davvero me stesso attraverso il cinema, dovevo, almeno inizialmente, realizzare film atipici e senza facili paragoni, che davvero potessero attingere alla mia singolarità. Non nel senso che io sia più particolare di altri, anzi, ma in quanto ogni essere umano è diverso da un altro, e così ogni regista dovrebbe essere autore di film in cui, come diceva Howard Hawks, si possa riconoscere la firma di chi l’ha diretto dopo poche inquadrature.

D: Giusto per approfondire ulteriormente il discorso: c’è stato uno o più film che hanno profondamente segnato il tuo immaginario cinefilo?
Simone Scafidi: A segnarmi sono stati tutti quegli autori che hanno saputo girare film altri e alieni rispetto ai loro contemporanei. Ogni volta che li ho incontrati per la prima volta, vedendo una loro opera, il mio mondo ne è rimasto colpito. È accaduto con Tarkovskij come con Herzog, con Welles come con Murnau, con Bunuel come con Bresson. Tutto quello che ho visto e vissuto ritorna in qualche modo nei miei lavori. Ma, mi auguro, sempre in una maniera che riplasmi la fonte originaria. Come ho raccontato molte volte, la scena dell’orgia d’amore in Eva Braun è una mia riscrittura di una scena similare nel finale del poco conosciuto Zelda di Alberto Cavallone. Ma nessuno potrebbe accostarle vedendole: la suggestione per me nasce in questa maniera, vedendo qualcosa che mi fa venire in mente una proiezione completamente distante. Gli arcangeli nasceva da alcune suggestioni che Andrea De Onestis, protagonista e co sceneggiatore, aveva preso dai primi due romanzi di Bret Easton Ellis, ma la nostra via è stata quella di traslare quelle ossessioni nella realtà della provincia borghese italiana.

D: Sei sempre anche sceneggiatore dei tuoi lavori. In quale fase trovi maggiormente gratificazione, nella stesura dello script oppure nel girare sul set?
Simone Scafidi: Girare mi ha insegnato a essere uno sceneggiatore più accorto. Perché alcune volte sono stato troppo sognatore su carta e poco realista con quello che la mia gestione, dei tempi e dei mezzi, mi avrebbe permesso di realizzare sul set. Questa discrepanza si avverte sicuramente ne Gli arcangeli, film che doveva essere una canonica opera prima dai costi adeguati e che poi è stata realizzata con pochissimo budget, grazie comunque al coraggio e alla passione del produttore David Cartasegna. E si sente, soprattutto, ne La Festa, film scommessa che ho girato in 9 giorni, dovendo cambiare la sceneggiatura in corso d’opera perché parecchi aspetti si rivelavano irrealizzabili. Appunti per la distruzione e soprattutto Eva Braun sono film scritti sapendo esattamente il budget, i giorni di ripresa e le location che avrei avuto a disposizione. E questo, in qualche modo, ha permesso a questi due titoli di essere quelli più compiuti – insieme a Zanetti Story, che è però opera a quattro mani con Carlo A. Sigon – tra i miei lavori.

D: Il tuo cinema possiede un’evidente impronta autoriale fortemente personale, ma anche una certa fascinazione verso il genere puro. Pensi si tratti di due concetti inconciliabili per il grande pubblico?
Simone Scafidi: No. Senza che mi metta a fare lo storico del cinema, sappiamo tutti come, almeno a partire dagli anni settanta, registi di grande personalità abbiano diretto film, sulla carta, di puro genere. Titoli di immenso successo, come Titanic, Lo squalo o Blade Runner, portano il marchio di registi considerati autori. Personalmente mi ha sempre interessato toccare generi confinanti, ibridi: dal point of view movie e il found footage con La Festa al biopic con cornice mockumentary in Zanetti Story. Il pubblico più ampio, però, credo che ami addirittura i generi contenitori, cioè quelli che sono un po’ un misto di tante tendenze, quelli che possono raccogliere gusti diversi sotto un’unica ala. Penso a certi cinecomics contemporanei, che mescolano elementi del cinema d’azione con quelli del fantasy, della commedia con quelli del film storico.

D: I tuoi film trattano sempre argomenti piuttosto particolari ed estremi, fattore questo che prevede una totale adesione ai ruoli da parte del cast. Che tipo di rapporto stabilisci con gli interpreti?
Simone Scafidi: Un rapporto che tende alla serenità, alla ricerca di un clima sempre distensivo e piacevole, e che, se fallisce, non genera un buon risultato. Personalmente credo che il regista sia il solo responsabile della cattiva prova di un interprete, perché o non ha saputo tirarne fuori il meglio, oppure ha assegnato il ruolo alla persona sbagliata. Sicuramente nei miei film ci sono stati esiti molto fortunati e altri in cui avrei dovuto agire con più attenzione (penso a La Festa e ad alcuni ruoli minori ne Gli arcangeli). Citando Von Sternberg, l’attore è come un rubinetto: non è lui che origina l’acqua, è la mano che lo apre che la fa sgorgare. E la mano, ovviamente, è quella del regista. Io ho avuto la fortuna di incontrare Andrea de Onestis, che ha scritto due e interpretato tre dei miei (anzi, direi dei nostri) film, raro esempio di attore/autore sempre coerente quanto imprevedibile. In Eva Braun sono riuscito a trovare gli interpreti più adatti ai ruoli previsti. E non è stato facile: leggendo la sceneggiatura, molti interpreti si sono rifiutati di partecipare al film. Ma è stato meglio così, autoescludendosi mi hanno permesso di incontrare gli interpreti realmente giuste per i personaggi che avevo scritto e che, col loro aiuto, ho riadattato alle loro qualità.

D: Nemmeno troppo tra le righe dei tuoi lavori emerge una visione socio-politica del nostro paese – e probabilmente globale – molto pessimista. Come vedi la situazione, soprattutto da un punto di vista giovanile?
Simone Scafidi: Ho sempre cercato di non raccontare la realtà, dato che non ne sarei capace, ma di reinterpretarla. Di usarla come spunto, per poi deformarla, piegarla a una mia visione. Ma da Gli arcangeli a Eva Braun c’è stato un cambiamento graduale: all’inizio tentavo un approccio che ambiva a essere trascendente e in qualche modo cupo – in alcuni passaggi troppo sentenziosi credo si possano annidare i limiti principali de Gli arcangeli – ora invece preferisco nascondere la drammaticità di quello che racconto sotto una patina stravagante, paradossale, non sense. Proprio perché il mondo in cui viviamo mi sembra sempre più irrazionale e quindi credo che meriti di essere raccontato con il medesimo atteggiamento.

D: Altra domanda “canonica”, per restare in tema. Come possono ottenere una certa visibilità dei loro film cineasti giovani che firmano prodotti ambiziosi ma senza un target commerciale specifico? Insomma, provano a non realizzare solamente commedie…
Simone Scafidi: Da una parte c’è il cinema del reale (che io non ho ancora capito bene cosa sia), che si realizza con troupe spesso da battaglia e che riesce ad avere ottimi consensi ai festival. Anche se poi, in gran parte, è un cinema che rimane confinato in quella realtà parallela, quella dei premi, degli elogi degli addetti ai lavori, ma che poi arriva in maniera irrisoria al pubblico. Un cinema stilisticamente anche interessante, benché ormai spesso ripetitivo, che ha però il limite di indirizzarsi quasi esclusivamente verso tematiche sociali, verso racconti di marginalità, rischiando di autoetichettarsi come mera indagine sociale. In generale, il cinema italiano sta vivendo un momento in cui la sua influenza è irrisoria, all’estero come nei nostri confini. In un momento storico in cui la serialità statunitense ha preso il posto di quasi tutto il cinema di intrattenimento alto, le attenzioni del pubblico sono rivolte verso prodotti sempre più abilmente in equilibrio tra svago colto e facile consumo, che il nostro cinema non è in grado di fronteggiare e che, nella serialità, riesce a fare con successo, ma con un numero di prodotti di qualità ancora esiguo. Sinceramente penso che un regista che voglia fare il proprio cinema abbia fondamentalmente solo due vie. La prima è cercare di renderlo più ‘commerciabile’, girarlo e ambientarlo nel mondo anglosassone, così da renderlo più vendibile. La seconda è perdere anni della propria vita tra bandi, tax credit e sponsor, mettere in piedi una troupe affidabile e girare quello che vuole senza perderci soldi, e sperando che la sincerità della propria visione trovi un minuscolo numero di spettatori che possa apprezzare lo sforzo e, soprattutto, una produzione che voglia investire seriamente su di lui.

D: Su CineClandestino abbiamo seguito con crescente interesse il tuo percorso artistico. Cosa ci puoi anticipare riguardo progetti futuri?
Simone Scafidi: Quando mi capita di rileggere mie vecchie interviste, scopro che a domande di questo tipo avevo risposto menzionando progetti che poi non sarebbero mai andati in porto e tacendo di altri che invece poi si sono effettivamente fatti. Quindi, per essere brevi, direi che i progetti per il futuro sono continuare a sperare di fare un altro film. Sto seguendo tante idee, di natura diversa, di ambizioni differenti, alcune avviate altre all’inizio.
Un tempo volevo essere il Derek Jarman contemporaneo, volevo girare il Salò dei nostri giorni, sognavo di girare solo i “miei” film, ma ero poco più che un ragazzino. Oggi non la penso più così e sono felice di non desiderarlo ormai da tempo. Perché un regista cinematografico può definirsi tale solo quando effettivamente gira dei film. E io voglio essere un regista cinematografico. Poi starà alla mia bravura o meno riuscire a infondere il mio tocco anche nell’operazione più lontana dalle mie corde.

Daniele De Angelis