Intervista a Silvia Luzi

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Dentro “Il cratere”

Non è un “reality”. E’ fiction, ma è tutta realtà. Immersi nel “cratere”. Applaudito alla XXXII Settimana Internazionale della Critica della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2017, esperimento per un genere di Cinema indipendente e risoluto quanto visionario e partecipe dei “suoi” e dei nostri mondi, Il cratere primo lungometraggio di fiction dei documentaristi Silvia Luzi e Luca Bellino è l’unico film italiano in concorso al Festival Internazionale di Tokyo, che inizierà il 25 ottobre. Due giovani autori con una missione civile che trascende la Settima Arte e viceversa.

D: Silvia, con Luca Bellino, dopo due documentari di forte impronta sociale, (Dell’Arte della Guerra e La Minaccia) avete fondato la vostra casa di produzione, Tfilm, per la quale Il Cratere è il primo lungometraggio di fiction, che nel frattempo, come abbiamo da poco saputo, è l’unico film italiano selezionato al Film Festival Internazionale di Tokyo. Come vivete la sfida dell’indipendenza in questo momento di riconoscimenti?
S.L.: Beh, Tokyo è stata una grande sorpresa… Perché creare Tfilm? Volevamo sicuramente sganciarci dalle “normali” logiche produttive, quindi è stato un percorso logico diventare indipendenti, per evitare di invischiarsi nei processi e nelle burocrazie della produzione. La volontà ovviamente era ed è avere maggiore indipendenza possibile e nello stesso tempo cercare i percorsi più adatti al nostro cinema anche di fiction, che si avvicina, nei modi e nei tempi produttivi, al documentario, ed ha quindi sue dinamiche proprie… Con Tfilm abbiamo prodotto anche altri autori e creato una rete di collaborazioni internazionali. Con Il cratere le condizioni erano quindi ottime… RaiCinema, in coproduzione, ha lasciato carta bianca, abbiamo lavorato in libertà… Tokyo è stata una sorpresa perché è un festival enorme, il più imporante del mercato asiatico e seleziona pochissimi titoli andiamo tra i grandi “mostri” dei Cinema… Una fortissima emozione…

D: Forte quanto la storia del “cratere”, dove la finzione racconta la realtà, si lega e fonde in modo quasi impercettibile ad essa. Come nasce questo film?
S.L.: Nasce dalla fantasia, abbiamo immaginato totalmente la sceneggiatura, attingendo da un mondo che conosciamo. Per la sceneggiatura abbiamo vinto il bando ministeriale e da lì tutto ha preso corpo. La scrittura aveva già tutti gli elementi, il rapporto genitore-figlia, il desiderio di riscatto sociale, l’adolescenza, etc anche del luogo, dell’humus culturale in cui abientare tutto, eravamo certi… Poi per trovare gli interpreti siamo andati in quello spazio immaginifico e reale, nel “cratere”, tra Napoli e Caserta, e abbiamo iniziato una sorta di casting sui generis… Siamo andati in giro, tra tv private dove si esibiscono tanti giovanissimi, e poi una serie di incontri con le famiglie… ci servivano un padre e una figlia oppure una madre e una figlia che avessero tale parentela anche nella realtà, per riportare in modo forte e naturale la disfunzionalità della famiglia… avevamo trovato le storie che ci interessavano e un giorno alla Fiera della Madonna di Pompei ci siamo imbattuti in questa ragazzina che cantava e attirava molte persone, con questo peluche… che è entrato a far parte della fiction. Un padre e una figlia, due talenti se vogliamo inconsapevoli…

D: …costellazioni flebili, luci che lottano contro l’oscurità della società… chi rappresentano i protagonisti del film e il loro mondo?
S.L.: Sono un archetipo universale… i sogni del padre che si riversano sulla figlia… In fase di scrittura Luca ed io avevamo pensato a Federica Pellegrini, questa ragazza sotto la pressione di un grande sogno, gli allenamenti, le crisi d’ansia… proveniente da tutt’altro mondo, è nei contesti più borghesi se vogliamo, che si attiva questo meccanismo… Il nostro habitat era quello del mondo neomelodico: qui il processo è più rapido, immediato… si viene pagati per le esibizioni, si paga anche solo 30 euro per poter andare in tv private a cercare gloria, riconoscimento… I due protagonisti de Il cratere rappresentano semplicemente questo contesto… Sharon è il simbolo vivente di questa adolescenza in cui i desideri genitoriali si scontrano con quelli dei figli… raccontiamo due ribellioni, un padre che vuole un riconoscimento sociale e uscir fuori dal “cratere” e una figlia nella sua fase di rivolta per eccellenza. Su tutto la famiglia come cratere nel cratere… in un cortocircuito tra realtà e fiction… tutto chiuso in un unico ambiente, fatto di primi piani che nutrono l’ossessione vissuta dai personaggi… la claustrofobia…

D: Una vera e propria cifra stilistica. Prossimi progetti insieme in tale direzione e non solo?
S.L: Il tema della rivolta rappresenta il nostro tema principale, l’odio sociale, la ricerca del riscatto attraverso la ribellione.. a questo si è aggiunto il nucleo familiare, il grado zero di ogni rivoluzione… stiamo lavorando ad un nuovo soggetto ora in fase embrionale… Sicuramente l’amalgama fiction e non fiction è la nostra cifra… così come usare attori non professionisti e poi i nostri luoghi… E’ quello che ci piace fare e guardare al cinema… Mutuare dalla realtà, è un po’ il processo contrario a quello del documentario… qui il reale è a servizio del tuo immaginario ma è la verità… il “cratere” è vero nei luoghi nei costumi negli oggetti nei rapporti… credo sia una strada, magari non semplice, ma percorribile, che come autore ti da possibilità di ampliare gli orizzonti, di avere libertà.

Sarah Panatta