Intervista a Sergio Stivaletti

0

L’importanza della progettazione

Sergio Stivaletti non ha bisogno di presentazioni, per cui non staremo qui a riassumere quanto fatto sino ad oggi nella e per la Settima Arte, tanto nel campo dell’effettistica al fianco di numerosissimi cineasti di ieri e di oggi, autori blasonati o emergenti appartenenti al nutrito sottobosco del cinema indipendente, quanto dietro la macchina da presa con film come il recente Rabbia furiosa – Er canaro. La sua è una figura che nel panorama di un Paese storicamente riconosciuto come quello dei grandi artigiani, al quale lui ha contribuito in prima linea con le sue creazioni, si è dedicata senza timori al cinema di genere e all’artigianato nobile e intelligente. Ed è per celebrare tale importantissimo contribuito che il Noir in Festival 2018 ha deciso di conferirgli il Premio Luca Svizzeretto 2018 alla carriera, riconoscimento dedicato al compianto critico e attribuito annualmente ad un autentico “maverick” della cinematografia nostrana. Lo abbiamo incontrato e intervistato a margine della masterclass mattutina sugli effetti speciali, tenuta al fianco del responsabile del VFX team di frame by frame Alessandro Sabbioni, e ad una manciata di ore dalla consegna del premio sul palco dell’Auditorium dell’Università IULM.

D: Come nasce un effetto speciale?
Sergio Stivaletti: Una delle prime cose che dico nella mia scuola a Roma, la Fantastic Forge, è che ogni creatore di effetti speciali tende a fare credere che quello che fa lui è il modo. Un difetto che qui in Italia hanno in molti. Questa secondo me non è la strada giusta, perché chi lavora in questo campo deve mettere a disposizione un bagaglio molto più ampio che non si riduce ad una sola tecnica. Piuttosto si deve andare a cercare la migliore soluzione o tecnica tra le possibili e le esistenti, oppure crearne di nuove quando non ce ne sono. Dico sempre ai miei allievi che la parte più importante non è il realizzare l’effetto, ma progettarlo. E la progettazione inizia con il copione del film in mano. La riuscita del singolo effetto per quanto mi riguarda parte da lì prima ancora che dai vari sistemi che possono essere più o meno realistici, iper-realistici o addirittura in certi casi volutamente non realistici come ad esempio nella stop motion, un’arte che non insegue la realtà ma la ricrea attraverso una tecnica che la rende addirittura qualcosa di mai visto: vedi i dinosauri o le creature nate dal genio di Ray Harryhausen che sono e rimangono unici nel loro genere e che puoi provare solamente a imitarli con la computer grafica o con altre tecniche.

D: C’è qualcosa che ti manca del passato e se sì cosa?
S.S.: Era molto bello in quegli anni studiare i singoli casi e trovare di volta in volta le soluzioni o addirittura inventarle. Per cui ci si divertiva di più. Oggi le cose sono essenzialmente più semplici grazie agli effetti digitali, che a differenza di quello che in molti pensano non ripudio, al contrario ne faccio uso anch’io. Paradossalmente molto di più anni fa quando li ho acquisiti come un patrimonio tecnico e utilizzati per fare La sindrome di Stendhal, che se non erro è il primo film italiano in pellicola e per il grande schermo a contenerli. Di fatto, gli effetti speciali si sono evoluti tantissimo, mentre all’epoca erano qualcosa di avveniristico che noi vedevamo fare – e non sapevamo bene come – agli americani. Avevamo capito che esistevano dei computer più o meno potenti, ma come il girato in pellicola finisse dentro di essi rappresentava un vero mistero. In pochi in Italia conoscevano il procedimento. Per quanto mi riguarda ho faticato un po’ per entrare in questo mondo così meraviglioso, anche se non più di tanto in realtà, perché quando ho deciso di iniziare veramente questo mestiere ho trovato le porte abbastanza aperte e la gavetta l’ho fatta lavorando. In tal senso, non mi sono mai risparmiato e ho cercato di fare sempre le cose al meglio, affrontando di volta in volta la sfida del momento. E dove c’erano delle sfide l’ho sempre raccolte, le stesse che ora stanno venendo meno e che sono la cosa che più mi manca.

D: Viene da sé chiederti allora qual è la tua posizione nei confronti delle nuove tecnologie? Sei tra coloro che le demonizzano?
S.S.: Adesso accade questa strana cosa che con un telefonino in mano hai di fatto a disposizione ciò che un tempo registi come i vari Lenzi, Argento, Bava o Fulci, non avevano, ossia qualcosa in grado di girare, montare, modificare le immagini e abbozzare persino piccoli effetti speciali fai da te. Questo ha creato una democratizzazione che illude chiunque di potere fare qualsiasi cosa. Di conseguenza si vede un fiorire nella produzione di film horror e non solo che non si era mai visto prima. Chiunque inizia con un film horror o più in generale di genere, che tra l’altro sono anche i più divertenti da fare. Ma poi in tutto questo fiorire c’è qualcuno che stabilisce cosa vale e cosa no? Il risultato è un appiattimento che porta grandi nomi d’esperienza e con una lunga carriera alle spalle ad essere messi sullo stesso piano di chi quell’esperienza non ce l’ha. Insomma, lo sbaglio che si fa oggi è quello di pensare che è il mezzo che hai a poterti garantire il meglio. Non è così perché la buona fotografia non la fa solo la macchina più o meno potente a disposizione, ma chi ha sapientemente posizionato le luci per creare una certa atmosfera. E questo lo può fare solo chi ha studiato e ha anni di lavoro maturati sul campo.

D: Quanto il passaggio alla regia ha e se ha influenzato il tuo lavoro nel campo degli effetti speciali?
S.S.: Forse è il contrario, con l’approccio all’effettistica che ha fatto sì che io fossi un regista un po’ particolare, con alle spalle una scuola che lo ha messo nelle condizioni di avere una visione diversa rispetto a quella del cineasta classico. Gli effetti speciali richiedono del tempo, del denaro e un impegno di un certo tipo. Se uno vuole fare cinema come io ho sempre sperato di riuscire a fare, e devo dire che forse non ci sono mai riuscito, deve mettere in campo alcuni dei suddetti elementi, altrimenti si rischia di non raggiungere gli scopi prefissati. Diciamo che gli escamotage che ho usato nel tempo con i registi con i quali ho collaborato per ottenere dei risultati sono gli stessi che poi ho messo in pratica nei miei film, ad esempio dedicando parte dei budget a disposizione a momenti mirati. In parole povere, semplificando delle cose per poi spingere bene su altre. E dunque, le scelte operate dal momento in cui scrivi la sceneggiatura a quando giri sono tutte impostate sull’equilibrio tra l’avere e il non avere, così da riuscire a realizzare qualcosa.

D: C’è qualcosa che ancora ti appassiona fare del tuo mestiere?
S.S.: Molti pensano che il genere splatter sia quello che amo di più ma non è assolutamente così. Quando adesso mi chiedono di fare film con effetti di sbudellamenti o sgozzamenti per me è diventato come andare a fare la fila all’ufficio postale [sorride]. Non mi divertono più, tant’è che oramai gli effetti di quel tipo li affido ai miei assistenti. Poi ovviamente se dovesse arrivare la proposta di un film che in qualche modo mi dovesse mettere davanti ad una sfida, allora non mi tirerei di certo indietro. Faccio l’esempio del mio ultimo film da regista, Rabbia furiosa – Er canaro, dove c’è un’evirazione decisamente diversa da quelle viste sino ad oggi al cinema e che in termini di resa mi soddisfa molto.

D: Hai collaborato in veste di effettista a pellicole altrui e realizzato film da regista nei quali i livelli di di violenza ed efferatezza sono piuttosto elevati, ma c’è un limite che il cinema non dovrebbe oltrepassare?
S.S.: Il limite viene oltrepassato quando ti trovi al cospetto di quei film in tutto e per tutto amorali. Quel tipo di film non mi piace per niente. Al contrario preferisco quelli violenti, ma nel quale posso calarmi con facilità grazie alla presenza di una morale. In Rabbia furiosa, ad esempio, dove non mancano scene forti, una qualche morale comunque è possibile rintracciarla, indipendentemente se questa sia discutibile o no. Non sopporto, invece, quei film che non vanno oltre una mera esposizione di cose sempre più efferate che puntano unicamente a disgustare o a scioccare lo spettatore di turno. Quest’ultimo tra l’altro ormai è abituato e assuefatto alle brutalità della vita reale, tanto che quello che scorre sullo schermo arriva a non colpirlo più.

D: A parte i soliti noti, c’è qualcuno a cui ti sei sentito particolarmente affine e che secondo te non ha avuto il giusto riconoscimento da parte della critica e dal pubblico?
S.S.: Ricordo con piacere Gianfranco Giagni e in particolare un suo film del 1988 dal titolo Il nido del ragno, che più di ogni altra collaborazione ha permesso di esprimermi bene e di dargli tutto ciò che potevo in quel momento, con quelle condizioni economiche e lavorative. E devo dire che si tratta di un piccolo cult, perché conteneva delle cose che in Italia non si erano ancora viste o si vedevano di rado. E si trattava di tante cose e di tecniche diverse che era stato divertente mescolare, a cominciare dalla stop motion all’uso degli animatronics. Stranamente però da noi si era visto poco al cinema, mentre all’estero era ed è considerato ancora un piccolo gioiellino. Tra l’altro è un lavoro al quale sono molto affezionato perché al suo interno c’è una sequenza con effetti visivi realizzati in stop motion che mostrai a Ray Harryhausen in persona.

D: Al netto di tutto quanto quello che hai fatto, che non hai fatto e che avresti voluto fare, qual è la tua più grande conquista/vittoria e qual è la tua più grande delusione/sconfitta?
S.S.: Da una domanda così può uscire qualsiasi cosa. Nel risponderti potrei mettermi a piangere di gioia nel ricordare delle bellissime esperienze oppure tirare fuori tanta rabbia nel ripensare alle volte che stavo per cambiare lavoro. Questo perché quando rivolgi a te stesso una simile domanda non è facile esprimere ciò che si ha dentro e nel mio caso non sarebbe di certo una risposta solare, ma malinconica e carica di tante delusioni raccolte negli anni. Al netto di tutto questo è un bilancio parzialmente positivo e il che vuol dire parzialmente negativo. Insomma, la classica situazione del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Ma quando non hai più quindici anni, i bicchieri tendi a vederli più mezzi vuoti che mezzi pieni. Sinceramente a questo punto della mia carriera vorrei di più e credo di avere un talento ancora in parte inespresso, perché l’Italia non è un Paese che ti aiuta a svilupparlo fino in fondo. Magari anche per una mia incapacità, dato che non sono mai stato un grande manager, ma più un “artistoide” che è riuscito comunque a fare tanto di ciò che voleva e non è una cosa da poco. Però strada facendo hai sempre la sensazione che l’occasione importante deve ancora arrivare. Ed è una sensazione che provo tuttora. Alla mia notorietà che vedo essere così espansa nel mondo dove trovo gente che all’estero mi conosce molto bene e mi stende davanti tappeti rossi, non corrispondono possibilità direttamente proporzionali di trovare con facilità contributi economici per realizzare i miei progetti, per i quali faccio una fatica enorme. Questo è un Paese dove la bravura e la meritocrazia non bastano, fatto non per chi ha delle belle idee e sa fare le cose bene, ma per chi è capace di ottenere le risorse necessarie – economiche e non solo – per realizzare i progetti. Ma è impensabile fare determinate cose con solamente le proprie energie. Quando mi rivolgo a qualcuno il più delle volte vedo un specchio che riflette me stesso. Di conseguenza ho iniziato a produrre i miei lavori da regista. Con Rabbia furiosa, così come I tre volti del terrore, ho deciso di fare un film completamente da zero. Non esisteva nulla se non delle porte già sbattute in faccia. Questo mi ha dato la forza per riuscire a fare quello che volevo, ma in Italia si finisce con l’essere contenti di avere portato la nave in porto, più che di aver fatto un bel viaggio o avere risolto un grande problema con una soluzione egregia.

Francesco Del Grosso