Intervista a Paolo Budassi

0

Conversando con il “veterano” di Videocorto Nettuno

Definire Paolo Budassi un “veterano” del Festival Videocorto di Nettuno è quasi scontato. Praticamente un atto dovuto. Sono anni che lo vediamo presentare cortometraggi di un certo spessore, al festival creato con grande passione da Elvio Calderoni e Giulia Bartoli. E poi, cosa che non ci dispiace affatto, siamo soliti ritrovarlo spesso tra i partecipanti più attenti dei piccoli salotti letterari, condotti con fare spigliato in tutti questi anni da Lucilla Colonna e Franco Vivona, che del festival organizzato a Nettuno sono senz’altro uno dei fiori all’occhiello. Lì gli autori dei cortometraggi, i diversi elementi di ogni cast tecnico e artistico, gli scrittori che nel corso dell’annata hanno pubblicato alcuni tra i libri più validi e i vari componenti della giuria hanno la possibilità di interagire tra loro, dando vita a un confronto vivace e piacevole da seguire.
Proprio durante uno di questi salotti, incentivati dal fatto che Senza occhi, mani e bocca, corto proposto nell’edizione 2017 e molto ben accolto dai giurati, rappresenta anche a nostro avviso uno dei più belli realizzati finora dal giovane cineasta, abbiamo avuto l’idea di fare il punto della situazione direttamente con lui, Paolo Budassi. Ed ecco quindi come si è sviluppata la nostra amichevole chiacchierata.

D: La prima domanda è quasi d’obbligo, visto che abbiamo cominciato a scoprire i tuoi lavori diversi anni fa, proprio grazie al festival che si svolge ogni estate a Nettuno. Come è nato, quindi, questo rapporto così longevo con Videocorto? E cosa ti lega in particolare a tale manifestazione cinematografica?

P.B.: Il Festival Videocorto di Nettuno è stato il primo Festival ad aver selezionato un mio lavoro. Era il 2007 e avevo da poco terminato uno dei miei primi cortometraggi dal titolo Con un vetro a separarci, all’epoca non sapevo ancora bene cosa volessi fare, ma la selezione di Elvio e Giulia è stata una graditissima sorpresa e mi ha dato la spinta ad andare avanti, tra l’altro il corto vinse due premi, Miglior Attrice e Premio Troisi. Da quel giorno ogni nuovo cortometraggio realizzato l’ho sempre sottoposto al giudizio del Festival e sono stato molto fortunato a rientrare spesso fra i selezionati.

D: Il corto che hai presentato quest’anno, Senza occhi, mani e bocca, ha raccolto svariati consensi tra pubblico e giuria. E anche a chi scrive è parso il più maturo tra i lavori realizzati finora. Da dove è nata l’ispirazione per raccontare sullo schermo una storia così difficile, problematica?

P.B.: È capitato tutto per caso, un po’ come sempre avviene, le storie ti vengono a far visita quando meno te lo aspetti. Era qualche giorno che, osservando le pagine dei quotidiani online, mi ero accorto che c’erano numerose notizie che riguardavano l’abuso sessuale su minori. Questo ha innescato in me una serie di ragionamenti, immagini, sensazioni. Ho iniziato a vedere le prime inquadrature del corto e da lì numerose idee per scriverci attorno una storia. Di solito quando scrivo un soggetto prima vedo le immagini e l’atmosfera del film, le visualizzo vividamente. Negli anni poi ho imparato a buttare il superfluo e costruire un meccanismo equilibrato fra tutti gli elementi che compongono la realizzazione.

D: Alla riuscita di Senza occhi, mani e bocca ha contribuito molto, a nostro avviso, l’ottima composizione del cast, con una nota di merito per il magnetismo della protagonista. Come si è svolto il casting del corto?

P.B.:Dopo aver passato sei mesi a stretto contatto con la protagonista (Bianca) scrivendo la sua storia, ero molto concentrato su come dovesse essere fisicamente l’attrice che avrebbe dovuto rappresentarla. Sono stato molto fortunato, lo ammetto, la scelta di Alessia Pellegrino, che ad oggi in questo ruolo ha vinto ben 5 premi come Miglior Attrice, è stata rivelatrice. Al di là della sua bravura come attrice, si è svelata anche una persona splendida, disponibile, umile, professionale. La scelta di Alessia poi ha aperto un casting per trovare l’attrice che avrebbe dovuto interpretare Bianca da piccola. Anche qui la fortuna ci ha aiutati, e ci ha fatto trovare sul nostro cammino Camilla Lenzi, 11enne con capacità attoriali già ben definite e presenti.

D: Altri elementi che ci hanno colpito positivamente sono la fotografia e la scelta delle location. Cosa puoi dirci a riguardo?

P.B.: Questo è uno dei passi importanti che sento di aver fatto. Ho studiato tanto e oggi non mi accontento più di fare un’inquadratura tanto per farla. Tutto deve avere senso. I colori e le luci devono essere giusti. La fotografia e gli ambienti sono stati studiati nei minimi dettagli. In questo ammetto di essere molto maniacale, ma sono convinto che il dettaglio faccia la differenza, sempre.

D: Facendo ora un piccolo salto indietro nel tempo, ci piacerebbe parlare un po’ di altri cortometraggi che presentasti in passato a Videocorto Nettuno. A partire per esempio da La parte che manca (2012). Cosa ti ha guidato nell’accostarti a situazioni così drammatiche come quelle cui si allude nel corto?

P.B.: Ancora oggi non so bene come le storie mi vangano a trovare. È tutto molto repentino, una volta che arriva la studio mentalmente , di solito il soggetto intero della storia lo completo in pochi giorni e senza scrivere nulla, rimane in testa. Quando poi, avverto che può essere interessante inizio a lavorarci per iscritto. È successo così anche per La parte che manca, molte immagini e suggestioni che poi si trasformano in parole e gesti. Di solito mi arriva prima il finale di un corto e poi scrivo andando a ritroso fino al principio.

D: Ciò che sembra interessarti parecchio, nelle storie che racconti, è il tentativo di rendere certi stati d’animo, la dimensione più introspettiva dei personaggi. Questo a mio avviso risalta molto in Ho scelto me (2013): cosa ti ha spinto a tratteggiare una storia di sentimenti così sofferti, delicati, ma al contempo ancora in grado di generare fastidio nei benpensanti?

P.B.: Sono molto affezionato a questo corto, che però ha avuto uno scarso riscontro all’interno dei Festival. Nel mio modo di pensare mi sono sempre trovato un po’ controcorrente e a volte creare una rottura mi diverte. Lo strumento del cortometraggio è un perfetto modo di raccontare il mio universo di pensieri in totale libertà. Sono molto influenzato da ciò che accade intorno e osservo sempre le situazioni con molta curiosità e attenzione, sono una fonte di ispirazione inesauribile. Odio i giudizi superficiali che si danno con così tanta facilità e cerco di giocare delineando caratteri forti e a volte disturbanti.

D: Tra i corti narrativamente più ambiziosi c’è senz’altro Unisono (2015). Puoi dirci qualcosa sulla sua particolare costruzione diegetica?

P.B.: Mi piace costruire storie che si compongono gradualmente, portando lo spettatore per mano lentamente nella storia. Una sorta di puzzle che alla fine si ricompone. Adoro creare curiosità e confusione per poi risolvere entrambe alla fine, dando un senso a tutte le immagini viste precedentemente. Raccontare una storia con un corto non è semplicissimo, ogni cosa deve avere il giusto peso e la giusta durata, qualsiasi disequilibrio si nota subito e può creare distrazione. Per questo negli ultimi lavori, dopo le varie esperienze e gli errori fatti sul campo, cerco di curare tutto con molta precisione, in questo modo ritengo si possa regalare alla fase artistica un risultato maggiore.

D: Tornando a discorsi più generali, si può forse affermare che sia una piccola “factory”, quella con cui collabori abitualmente per realizzare i tuoi cortometraggi?

P.B.: Siamo prima di tutto un gruppo di amici che si vede anche al di fuori della realizzazione di un corto. Negli anni ognuno si è specializzato in un ruolo ben preciso migliorando esponenzialmente. La macchina sul set lavora fluida e veloce, ognuno sa cosa deve fare e personalmente lo trovo un risultato eccezionale. Negli anni poi si sono aggiunte figure professionali molto importanti che hanno dato un contributo fondamentale. Posso dire con assoluta certezza che Amo la Pitefogre Film.

D: Chiudiamo pure con la domanda di rito: dopo così tanti cortometraggi ne hai in programma qualcun altro, nell’immediato futuro, oppure stai già pensando ad un lungo?

P.B.: A me piace il cortometraggio. Lo trovo una forma d’arte completa e difficile. E’ vero, il lungometraggio è più appetibile, regala maggiore visibilità, ma io credo nel corto e nella sua forma espressiva. Sarebbe bello si potesse dare molta più dignità al cortometraggio il quale di solito è destinato solo ad una carriera durante i vari festival. Io ad esempio ne proietterei uno prima di ogni film in sala, distribuire un cortometraggio, specialmente se sei un indipendente, è davvero molto difficile e dispendioso, e questo potrebbe aiutarci tantissimo. Il lungo? Ad oggi non è previsto, ma se dovesse capitare l’occasione giusta e soprattutto la giusta storia non mi tirerei di certo indietro.

Stefano Coccia