Intervista a Nicoletta Taranta

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L’abito fa il monaco

Quando guardiamo un’opera cinematografica balzano subito all’occhio la prova attoriale o i movimenti di macchina. Noi di CineClandestino, oltre a dare giustamente spazio ad attori e registi, vogliamo dar voce anche al “dietro le quinte” – preziosissimo per l’ottima riuscita. Dopo esserci addentrati nei segreti del trucco con Giannetto De Rossi, questa è la volta di un’importante costumista. Avevamo avuto occasione di incontrare Nicoletta Taranta nella serata-evento al Teatro dal Verme di Milano dedicata ad Agadah di Alberto Rondalli, nel frattempo sia il film (ha ricevuto, tra gli altri, il premio come Best Fantasy Film all’European Cinematography Awards) che lei ne hanno fatta di strada: per questo lavoro e per A ciambra di Jonas Carpignano, infatti, è stata insignita del Nastro d’Argento per i Migliori Costumi. A lei la parola.

D: Qual era la sua percezione degli anni affrontati nel lungometraggio prima di immergersi in questo mondo?
Nicoletta Taranta: Grazie al mio lavoro ho avuto modo di studiare quell’epoca – e altre – in diverse occasioni, in più mi sono formata al liceo artistico e successivamente all’Accademia di Belle Arti dove abbiamo approfondito ogni periodo della Storia dell’Arte.
In particolare Agadah presenta dei riferimenti al 1640 se pensiamo al personaggio di Dariolette (Federica Rosellini), un filo conduttore del 1735 e, infine, tematizza la vita di Potocki (a cui dà corpo Jordi Mollà) connessa al 1815. Ritengo che questo film abbia una notevole importanza in quanto è la somma del passato e l’inizio di un futuro, in quanto nel romanzo di Potocki vengono trattate le filosofie del Settecento e si arriva agli albori del Romanticismo perché il nostro cavaliere ha un ideale.
Per quanto concerne il mio lavoro è stato davvero stimolante trovare le stoffe giuste, ad esempio per la divisa sono partita dalla stoffa ecru e l’ho dipinta nei pentoloni, strati su strati fino ad arrivare al colore utilizzato all’epoca. Sono contenta per tutto il lavoro compiuto in ogni passaggio, dal reperimento del materiale al taglio e alla costruzione di ogni capo.

D: Richiamando il termine cabalistico scelto per il titolo – Agadah – e cioè raccontare, cosa vuole dire per lei narrare attraverso i costumi?
N. T.: Lavoro a opere di tutti i tipi, da quelle storiche alle contemporanee. A mio parere il contemporaneo esiste solo nella moda, nella nostra quotidianità no in quanto siamo la somma del nostro passato. Entrano in campo delle valenze connesse alla sociologia, una componente determinante per il personaggio, infatti, è il dove si nasce – inteso sia come città che come quartiere, ma anche come nucleo famigliare e relativo status economico. Per come la vedo io il proprio background sociologico non può essere cancellato da nessuno: se si nasce proletari, si può diventare ricchi all’ennesima potenza, ma un occhio sensibile avverte le origini; solo la cultura può modificare l’immagine, non la ricchezza. A tutto ciò si aggiunge la parte psicologica e i colori sono fortemente legati a questo aspetto: la principessa Montesalerno (Caterina Murino) indossa un abito rosso importante, che annuncia il suo essere una diavolessa; invece, Dariolette, la quale è sempre un demonio, si presenta come apparentemente buona tant’è vero che la scelta è caduta su varie tonalità di celeste poiché l’abito doveva nascondere ciò che sarebbe stato.

D: Nicoletta, sin da subito ha pensato di voler intraprendere il percorso da costumista?
N. T.: Già dall’inizio ho manifestato una propensione al disegno, quando da piccola concludevo la lettura di testi come “Cime tempestose” o “Piccole donne” mettevo su carta i personaggi. Ho una forte capacità pittorica, infatti durante l’Accademia e subito dopo praticavo molto il tromp-l’oeil perché so riprodurre il vero.
In realtà sono gli altri che hanno scelto me: dopo il liceo artistico mi hanno suggerito l’Accademia durante la quale, a diciannove anni, mi hanno scelta per realizzare le scene e i costumi de “La vedova scaltra” di Goldoni al Centrale di Roma. Non ho mai fatto l’assistente e tra le varie tappe di questa gavetta ho vinto una borsa di studio al Festival Internazionale di Lirica Inglese, direi proprio che si tratta di una strada segnata.

D: Quanto il David ricevuto nel 2006 per Romanzo criminale (regia di Michele Placido) ha cambiato il suo cursus?
N. T.: Tantissimo. La gente continua a ricordare ancora oggi i costumi di quel film.

D: Cosa la porta a scegliere un progetto piuttosto che un altro?
N. T.: Diventa sempre più difficile. Nel caso di Agadah avevo già lavorato con Alberto (si riferisce a Il derviscio nel 2002, nda), lo stimo moltissimo e anche sul piano dei costumi è preparatissimo.
Solitamente l’iter consiste nel contatto da parte del regista, leggo il copione, da cui scaturiscono le mie riflessioni e subito dopo avviene l’incontro tra me e chi dirigerà l’opera. Il primo lavoro operativo parte coi bozzetti e in seguito si parte coi costumi.
Recentemente ho concluso Il mangiatore di pietre di Nicola Bellucci, un regista svizzero, nato in Toscana. Protagonista è Luigi Lo Cascio, la storia è tratta dal romanzo omonimo di Davide Longo. Ed è ambientata interamente in montagna.

D: Nicoletta, anche se non ha mai fatto da assistente, ha dei punti di riferimento a cui guarda?
N. T.: Sono un’appassionata di arte, sociologia e psicologia. Detto questo, credo ci siano delle persone che mi hanno donato tanto, da Placido a Rondalli (per citarne alcuni) alla sarta anziana conosciuta agli inizi del mio percorso. Io non so cucire non nascendo dalla moda; però provenendo dal disegno riesco a riconoscere se la linea è corretta al momento del confronto con le sarte perché ho una costruzione mentale diversa.

D: Esiste un abito con cui si è sentita particolarmente rappresentata nel suo essere costumista?
N. T.: Il top, secondo me, è avvenuto con Patrizia di Romanzo criminale, con Anna Mouglalis che si sentiva perfettamente a suo agio in quegli abiti. Quando ho incontrato sul set, due anni fa, una ragazza di ventitré anni che mi ha detto: «quando la sera vado in discoteca mi vesto da Patrizia» sono rimasta molto colpita di come quel ruolo e quel lavoro avessero lasciato il segno. È stata la soddisfazione più grande che mi ha dato questa professione.

Attualmente Nicoletta Taranta sta lavorando a 5 è il numero perfetto di Igor Tuveri aka Igort dalla sua graphic novel, con Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso e Iaia Forte.

Vi segnaliamo che il percorso di Agadah prosegue, ad esempio venerdì 27 luglio è in programma al “Festival del Cusanino” a Filottrano (AN), una interessante finestra sul Barocco a cui prenderanno parte i musicisti de l’Ensemble Agadah che accompagnerà il film.

Maria Lucia Tangorra