Intervista a Kiyoshi Kurosawa

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L’indagatore dal Sol Levante

Dopo essere stato uno dei protagonisti del genere j-horror, dopo un cinema che incarna le inquietudini contemporanee, con i suoi fantasmi reali e metaforici, Kiyoshi Kurosawa approda alla fantascienza, a quella classica che tratta delle possessioni degli esseri umani da parte di alieni. Lo fa con il film Before We Vanish, presentato al Festival di Cannes 2017 nella sezione Un Certain Regard, dove tornano nuovamente le sue ossessioni e la sua visione della società.
Abbiamo incontrato Kiyoshi Kurosawa a Cannes.

D: Before We Vanish fa riferimento ai B-movie degli anni ’50 in tanti modi diversi. Mi puoi dire in che modo volevi incorporare questo genere nel tuo film?

K.K.: Si tratta di un genere molto popolare negli anni ’50, la cosiddetta “invasion science fiction”. Di solito erano film di piccolo budget. Il tema è la presenza di una minaccia nel mondo, che poteva essere bene rappresentato anche con questi limiti nel budget. È un genere che apprezzo, sono film che amavo guardare e desideravo fare un film di questo genere. Sono felice di averlo finalmente fatto. Forse dovrei essere un po’ più preciso, negli anni ’50 ero troppo piccolo per andare al cinema a vedere questi film. Ma da giovane adulto, negli anni ’70 e ’80, mi capitò di vedere molti film di questo genere, che erano pricipalmente remake dei film degli anni ’50, e mi piacevano molto. Quindi poi cercai di recuperare i film originali degli anni ’50, e da lì è partito tutto.

D: Come L’invasione degli ultracorpi, ma anche come Essi vivono, la fantascienza serve per dare uno sguardo satirico, impietoso a una realtà sociale. Mi pare che anche Before We Vanish abbia questo obiettivo, la descrizione di una società alienata. È come vedi il Giappone attuale?

K.K.: Sì, vedo che in Giappone abbiamo questo tipo di ansietà. Se fai film di questo genere, c’è sempre una metafora, un riferimento alla situazione storica attuale o del paese, e credo che sia una caratterstica del genere.

D: Di solito nel tuo cinema ci sono i fantasmi, che rappresentano tante cose, la vita passata, i rimpianti, ecc. Ora ci sono gli alieni. Cosa rappresentano? Insinuandosi nei corpi degli umani è come se fossero qualcosa di interno, una nuova personalità.

K.K.: L’idea originale del testo teatrale che sta alla base della sceneggiatura riguarda i “body snatcher” (ultracorpi/ladri/trafugatori di corpi): sono essi stessi alieni che si introducono negli esseri umani e li controllano. Però in questa storia, quando un alieno si impossessa di Shinji, il personaggio principale, lo fa diventare una persona completamente diversa ma questa trasformazione è una specie di reset come quello dei computer che gli permettere di ripartire da zero. E da zero gli è possibile agiungersi nuovi concetti fino a ricostruirsi come persona. Quindi è un alieno, ma diventa anche una persona completamente diversa. Questo rapresenta bene l’idea dell’opera teatrale, che è quello che ho trovato particolarmente interessante.

D: Gli alieni invasori hano la missione di rubare i concetti delle persone a proposito di certe cose importanti riguardanti l’esperienza umana. Lo scopo del film è anche quello di definire alcuni grandi temi come amore, vita, morte, ecc.?

K.K.: Al giorno d’oggi è davvero un problema collegarci ai concetti e alle parole. Nel mio film non sono entrato nella difficile definizione di questi concetti, ma ho cercato di rappresentarli con le scene comiche o con qualcosa di divertente o leggero, come per esempio rubando i concetti da qualcuno. È stato come un gioco e proprio quella era la mia intenzione.

D: Nel film c’è un’invasione ma non è detto che abbia successo. Vediamo esseri umani che cambiano, ma non è facile capire cosa rimarrà dell’umanità, cosa invece rimane degli alieni sulla Terra, o forse hanno trovato un modo per convivere pacificamente? Come la vedi?

K.K: Il messaggio principale è racchiuso nell’ultima scena, quando la dottoresssa dice “Penso sia stato il momento giusto per l’arrivo degli alieni perché l’umanità sta affrontando molti problemi ed è stata una fortuna che siano venuti”. Credo che sia la chiave per interpretare il film, un messaggio importante. Per esempio Shinji, il personaggio principale, era stato ‘smontato’ ma poi ricostruito grazie ai nuovi concetti. Così anche il mondo deve essere resettato anch’esso, per fare ripartire e cambiare il mondo. Magari sarà con risultati positivi o magari qualcosa di completamente diverso ma non abbiamo le risposte e le soluzioni. Questa è l’interpretazione dell’ultima scena e di tutto il film.

D: Sei un grande maestro della tensione, dell’inquietudine diffusa nelle tue opere. Qui abbiamo un climax altissimo nell’incipit, e poi una lunga fase di stasi, di calma. Di solito come lavori per creare tensione? E perché in questo film hai voluto che ci fosse questo andamento?

K.K.: Anche l’opera teatrale originale inizia così, inizia un po’ come un film horror poi saltano fuori gli alieni. È stata più o meno la stessa cosa, inoltre, dato che il budget era piuttosto limitato, ho dovuto sfruttare più efficacemente i luoghi dove le scene si svolgevano. Questo è il motivo di queste scene. Parlando invece delle scene veloci, forse ho un po’ esagerato.

D: Tradizionalmente si fa una classificazione tra il cinema di genere e quello d’autore. Nella tua carriera sei riuscito a spaziare in entrambe le definizioni con una certa disinvoltura.

K.K.: Io mi considero a metà tra questi tipi di regista e mi piacerebbe proprio appartenere a entrambi. Se volessi fare un film prettamente di genere, sarebbe impossibile in Giappone oggi. Per il cinema di genere il riferimento è quello di Hollywood con i film di Alfred Hitchcock e Howard Hawks, ma è impossibile da riprodurre in Giappone, e me ne sono accorto dopo aver firmato diverse regie. Quando fai un film su delle persone reali, devi tenere in considerazione come sono le loro vite e la realtà dei paesi dove vivono. Se fai un film solo di un genere, non puoi farci entrare tutte queste cose, perché queste persone hanno i loro problemi, le loro preoccupazioni, le loro vite quotidiane. Se vuoi filmare questo, non puoi farcelo stare in un genere, devi aggiungere elementi diversi al genere. Comunque, dato che il cinema di genere mi piace tanto, faccio entrambe le cose, il cinema di genere e il cinema “vero”. A volte mi chiedo quale delle due direzioni dovrei prendere, ma mi piacciono entrambi e mi piace girare entrambi i tipi. Mi piace fare film di intrattenimento ma mi interessa anche raccontare la società giapponese e i suoi temi specifici. Che ti piaccia o meno, nel film devi avere l’aspetto del genere e quello della realtà. Questo per me è la forma del film, per me è una cosa naturale.

D: Mi sembra esemplare in questo senso Tokyo Sonata, che è un horror senza esserlo ufficialmente, lo è in maniera diversa. L’orrore di quel film è nella vita quotidiana, nella guerre che ci raccontano i telegiornali, nella disoccupazione. Cosa ne pensi?

K.K.: Naturalmente non era un film di genere, la storia non era di quel tipo. Ma ho voluto fare un omaggio a David Cronenberg e al suo film A History of Violence.

D: Cambiando il punto di vista, anche le tue ghost story parlano in realtà della vita reale, dei problemi del quotidiano.

K.K: Per me un fantasma non è fatto di vento ma è un essere umano, era un essere umano. Se pensiamo a una persona morta, la pensiamo da viva, perché un tempo c’era, quindi per me non c’è differenza tra una persona viva e una morta. Questo film è il primo in cui metto degli alieni, parla di quello ma tramite gli alieni voglio mostrare quali sono le paure dei giapponesi oggi.

Giampiero Raganelli