Intervista a Gianfelice Imparato

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L’attore si racconta tra cinema, teatro e tv, con uno sguardo alla sua terra

Nato a Castellamare di Stabia, Gianfelice Imparato è tra coloro che custodiscono e trasmettono l’eredità lasciatagli da Eduardo. «Voglio dire che tutto ha inizio, sempre da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi», diceva De Filippo e in quest’intervista con Imparato si avverte sentimento civico, umano e artistico molto vicino ai pensieri dell’autore di “Natale in casa Cupiello”. L’attore con orgoglio continua a portare in scena i testi dello scrittore partenopeo, da “Non ti pago” per la regia di Luca De Filippo (scomparso nel novembre del 2015) a “Questi fantasmi” diretto da Marco Tullio Giordana (entrambi saranno ripresi nella stagione 2017 – 2018). Di recente lo abbiamo visto sul piccolo schermo ne I Bastardi di Pizzofalcone, fiction tratta dai romanzi di Maurizio Di Giovanni e in 1993; mentre a partire dal 24 agosto lo rivedremo al cinema in 7 giorni per la regia di Rolando Colla con Bruno Todeschini e Alessia Barela.
Abbiamo avuto modo di conversare con lui nel corso della 15esima edizione del Sa.Fi.Ter – Film Festival Internazionale, dove ha presentato Vieni a vivere a Napoli!, film a tre episodi, diretto da Edoardo De Angelis, Guido Lombardi e Francesco Prisco.

D: Lei è nel primo episodio diretto da Lombardi, cosa può dirci del suo Armando?
G.I.: Il mio personaggio è Nino, un portiere che rappresenta l’iconografia classica del portiere napoletano che cerca di evitare ogni fatica e, a causa di ristrettezze economiche, lui e la sorella badano a un bambino cinese mentre sua madre è a lavoro. Quando la sorella parte per una vacanza, lui si ritrova da solo col piccolo, che ha la vocazione per il lavoro, approfittandone così per fargli fare tutti i lavoretti che avrebbe voluto fare lui, però alla fine vince l’indolenza napoletana col bambino cinese che si adegua ai ritmi partenopei. Mi è piaciuto renderlo quasi una maschera.

D: Questo film tematizza l’integrazione, qual è il suo pensiero in merito?
G.I: Vieni a vivere a Napoli!, con questi tre episodi, per quanto diversi tra loro sia come stile che come storie, hanno raccontato una delle poche qualità ancora rimaste a Napoli, che consiste nella capacità di accogliere. È un po’ di tutte le città di mare, ma in questa città, in particolare, c’è un’energia dal tempo dei Greci che attira popoli, si riesce a convivere e a collaborare rispettando anche tradizioni, religioni, abitudini gastronomiche. Napoli riconosce di fatto lo ius soli anche se non c’è ancora una legge che lo regolamenti, anzi lo fa in una maniera più ampliata, non solo ai bambini nati in Italia, quindi, ma anche a coloro che provengono dall’estero e ai loro genitori. Speriamo che da qui possa ripartire una ricrescita culturale. In questo momento Napoli e tutta l’Italia stanno vivendo una grossa crisi di degrado culturale, abbiamo decenni alle spalle dove sono stati effettuati inopinatamente tagli alla cultura e all’istruzione e manifestazioni come festival cinematografici e teatrali hanno avuto sempre meno fondi. Questo è stato fatto scientemente per abbassare il livello degli italiani. Io ritengo Napoli una sorta di laboratorio sociologico e qui, nel bene e nel male – più nel male -, avviene sempre prima ciò che, in un secondo momento, si riscontra nel nostro Stivale e non solo. Lo scempio dei rifiuti tossici interrati è stato scoperto, infatti, anche in Trentino e Svizzera e chissà dove altro non si sa ancora.

D: Lei aveva preso parte a un altro film che trattava l’argomento, Into Paradiso di Paola Randi (2011). In cosa si differenziano rispetto al tasto dell’integrazione?
G.I.: Narravano la stessa cosa, nel lungometraggio del 2010 c’era la comunità degli srilankesi. C’è una strada a Napoli, via Correra, detta ‘O Cavone, un budello lungo non più di 400m, dove insieme agli autoctoni ci sono gli srilankesi, col proprio monaco buddista, hanno i loro luoghi di culto così come i bambini vanno vestiti all’inglese. Sono stato quasi un mese a girare lì e notavo come i napoletani non battessero ciglia per il fatto che ci fossero persone che professavano un’altra religione, c’era una naturale convivenza.

D: Lei ha una carriera lunghissima, costellata anche nomi importanti di maestri. Molti di loro stanno venendo a mancare, avverte la responsabilità di far da ponte per chi si affaccia a questo mondo?
G.I.: Noi artisti, dovremmo fare da ponte, purtroppo i ponti ce li hanno tagliati nel senso che hanno prodotto la confusione tra l’apparire, il diventare famosi e il nostro lavoro, che non viene più trattato con la dignità di lavoro. È stata instillata nei giovani la convinzione che si possa diventare famosi e ricchi senza saper fare concretamente nulla, si può cantare senza esser in grado di farlo, poi, un giorno ti invito al Grande Fratello o a chissà quale reality, ti riconoscono per strada e loro si ritengono arrivati. Il problema è che sono generazioni di illusi e i ragazzi che, invece, provano una necessità intima di intraprendere questa professione e vorrebbero fare una gavetta, non ne hanno l’opportunità perché vengono visti come soggetti strani. Io cerco di sostenere moralmente chi si approccia così, sottolineando l’unica strada è cominciare col dire le due battute nelle prime compagnie, se siete bravi, ve ne offriranno altre, non si può pensare che oggi si vuole iniziare a fare questo mestiere e domani già possa chiamare Martin Scorsese, (scherzando) a me son trascorsi quarant’anni e non mi ha ancora telefonato. Provo a far entrare qualche ragazzo anche in compagnia. Va detto che purtroppo è diventato un mondo barbaro, quando ho esordito, al primo giorno di prove corrispondeva il primo contributo, invece, adesso li illudono e sfruttano con paghe sotto i minimi sindacali e ciò accade anche con enti pubblici, ahimè.

D: Nella sua carriera qual è il personaggio che più l’ha emozionata nell’interpretarlo e, dall’altro lato, quello più ostico?
G.I.: Per quanto riguarda l’emozionarmi, direi Estragone in Aspettando Godot di Beckett (2001/2002, nda), fu una bella edizione con Luca De Filippo e Mario Scarpetta. Per il resto non parlerei di rapporto ostico in sé col personaggio, l’ostilità sta soltanto nel tirar fuori anche le parti sgradevoli di te per poter incarnare quel personaggio e da questo punto di vista è stato “ostico” don Ciro di Gomorra perché dovevo far emergere dei sentimenti di viltà e di una paura sporca. Nella scena prefinale, in cui c’era una sparatoria, dovevo trasmettere la paura e con la macchina da presa a mezzo metro non si può recitare (nell’accezione di fingere), la devi tirar fuori davvero. In teatro la schizofrenia tra quello che sa l’attore e sa il personaggio è più gestibile. Al cinema, con l’obiettivo a pochi centimetri dovetti ricorrere all’escamotage di proiettare la mia paura in modo autentico su un altro fatto: pensai a uno dei due aggressori, il quale era del posto, già agli arresti domiciliari, non essendo attore professionista né avvezzo a gestire una scena così concitata, poteva lasciarsi trasportare, immaginando che nell’azione potesse darmi un calcio con la pistola, che è vera per quanto caricata a salve. Io son stato circa un mese a girare in quel posto, non tornavo neanche a casa perché mi sembrava di portarmi il dolore.

D: Continuando a parlare di piccolo schermo, lei ha partecipato negli Anni ’89-’90 a due programmi televisivi tra cui “Televiggiù”, ispirato al varietà di Arbore “Indietro tutta!”. Come crede che sia mutata la tv?
G.I.: Io, oggi, cerco di fare una televisione di qualità. Non posso nascondere che essendo il nostro mestiere essendo precario, capita che delle volte si debba accettare un ruolo in una serie che non mi entusiasma, non come compromesso, ma proprio perché si rispetta il lavoro. Negli Anni ’90 io
credo sia partito l’impazzimento di questo mondo, mi offrivano cifre abnormi per ciò che dovevo fare, feci, però, solo queste due esperienze, quella con Gianfranco D’Angelo (“Televiggiù” appunto, nda) e il numero con Silvio Orlando (in “Emilio”, nda). Mi offrirono altro, io rifiutai, non era il mio mestiere e andai a lavorare con Cecchi in un testo di Thomas Bernhard, “Claus Peymann”, al Teatro Niccolini di Firenze.

D: Al di là del dover giustamente anche vivere del proprio lavoro, cosa la spinge ad accettare una parte piuttosto che un’altra?
G.I.: Il fascino del copione principalmente o l’autorevolezza del regista. In quest’ultimo caso neanche leggi, se ti chiama Bellocchio vai subito.

Francesco Del Grosso e Maria Lucia Tangorra