Intervista a Federico Mattioni

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Con lui ci si è avventurati “Dalle parti di Astrid”

Animati da uno spirito paragonabile a quello della Carboneria risorgimentale, vi sono spazi a Roma dove è ancora possibile confrontarsi con gli esiti più interessanti di un cinema low budget, in molti casi persino auto-prodotto, altrimenti escluso da circuiti più grandi. Il Cineateatro Flavio è uno di questi luoghi. Ed è lì che tempo fa abbiamo avuto occasione di cogliere i proverbiali due piccioni con una fava: nel corso della stessa giornata, infatti, vennero proiettati sia Three the Movie di Elisabetta Minen che Dalle parti di Astrid di Federico Mattioni. Entrambi realizzati da esordienti, entrambi votati a una ricerca cinematografica molto personale. Di Three the Movie abbiamo già avuto occasione di parlare. Ora è il turno dell’etereo Dalle parti di Astrid, ambientato a Roma e capace di osare parecchio, sul piano stilistico, come anche di esprimere stati d’animo turbati, ai quali si resta empaticamente vicini.

D: Per prima cosa, Federico, come sei arrivato a realizzare il tuo primo lungometraggio, Dalle parti di Astrid? Avevi già girato qualche corto? O da quali altre esperienze venivi?

Federico Mattioni: Ci sono arrivato dopo una serie di rivelazioni, conseguenza di alcune possibilità di lavoro avute come insegnante, prevalentemente per mezzo di associazioni culturali. L’esperienza come insegnante con bambini e adolescenti mi ha dato una grande voglia e determinazione. Ho scoperto il Cinema da piccolo, attraverso film horror e d’amore, anche se nel tempo il mio “genere” preferito è diventato il road-movie. La storia di Astrid difatti è la storia di un viaggio, fisico, emotivo e sensoriale. In seguito ho scoperto il festival di Cinemadamare, un’esperienza innovativa e stimolante che mi ha dato la possibilità di confrontarmi soprattutto con addetti del mestiere stranieri, dai quali ho appreso dei fondamenti tecnici. Lì ho avuto la possibilità di realizzare molti cortometraggi a costo zero, secondo logica del festival stesso. Con mezzi limitati e pochi spalleggiamenti sono stato costretto a cercare di finalizzare i lavori praticamente da solo, avendo la possibilità d’imparare rapidamente un po’ di tutto, testando anche i più svariati programmi di montaggio video. A volte mi sono anche cimentato in varie mansioni all’interno di una troupe o messo alla prova come attore per piccoli ruoli. Secondo me c’è bisogno di capire e per riuscirci devi metterti alla prova, anche sbagliando a volte. Ma la vera differenza poi la fa lo studio, quello sui film e sui libri, perché è quello che puoi far durare di più nel tempo, mentre la possibilità di farsi esperienze va e viene e a volte proprio non arriva. In questo ho avuto la possibilità di fare il critico cinematografico approfondendo il cinema contemporaneo dopo quello passato, prima per vari web-magazine e poi mettendomi in proprio con un blog di mia creazione. Dopo una serie di cortometraggi, non solo all’interno del festival di Cinemadamare, ho pensato di provare ad ambire a qualcosa di più. Sono venuto a conoscenza di cineasti che sono riusciti a realizzare lungometraggi con poche migliaia di euro, mi sono rimboccato le maniche, ho tirato fuori una storia che si potesse realizzare con poco, mi sono impegnato a trovare la soluzione produttiva ideale, ho cominciato a fare casting divenendo credibile per mezzo dello studio, frontale agli occhi di altri appassionati e studiosi, e ci ho provato. Il fatto che si trasformasse poi in dato di fatto è stato in parte motivo di sorpresa anche per me stesso.

D: Tra i motivi di vanto del tuo film c’è anche questo, l’esser riusciti a mostrare in alcune sale cinematografiche un lungometraggio sostanzialmente autoprodotto, senza una distribuzione dietro, che ci risulta essere costato non più di 1500 Euro. Come è avvenuto, a livello produttivo, questo piccolo miracolo?

Federico Mattioni: Se di miracolo vogliamo parlare potrei provare a chiedere numi a qualche presunto santo … Ho cercato e trovato un’associazione culturale che ha deciso di sostenere il mio progetto con un costo davvero limitato, fornendomi collaboratori apprendisti che mi hanno dato una mano, non tutti convinti dell’ardito progetto ma infine coinvolti nella vera e propria avventura creativa. Senza creatività, credibilità e convinzione sarebbe stato impossibile. Abbiamo girato per dieci giorni e nonostante non sia riuscito a girare tutto quello che era previsto nella mia sceneggiatura, sono riuscito a dare una corposità, un senso ultimo all’insieme delle componenti. I limiti e qualche passeggero attrito mi hanno condotto verso un doveroso rigore. Poi ho avuto la fortuna di collaborare con degli attori e in particolare un’attrice, la protagonista, che si sono catapultati dentro una storia non immediatamente assimilabile. Per quanto riguarda la distribuzione, non avendo delle basi solide mi sono messo io stesso a contattare esercenti di sale cinematografiche meno incastrate nella filiera che conta e ho trovato degli spazi, il più delle volte in giorni e orari improponibili ma che comunque mi hanno dato la possibilità di emergere, di farmi notare e di essere considerato da alcuni dei portali nazionali di cinema più rilevanti.

D: Al di là di uno sguardo sicuramente “educato”, da vero cinefilo, del quale parleremo più avanti, ciò che ci è piaciuto di Dalle parti di Astrid e della traiettoria esistenziale della sua protagonista è anche il mood così attuale, così vicino a un disagio percepito da molti, oggigiorno, specie a livello giovanile. Come ti sei mosso, a livello di scrittura, per rendere simili stati d’animo?

Federico Mattioni: Questo credo faccia parte di qualcosa di difficilmente afferrabile, definibile. Dentro di me albergano voglie, inquietudini, intuizioni, immagini aleatorie. Bisogna metterle su carta e poi tentare di convincere gli altri del fatto che è possibile tramutarle in immagini pure e contrastanti. Non riesco a concepire storie troppo banali, perciò se qualcosa non è originale lo cestino, ed è successo con poesie, racconti e sceneggiature. Il mio è un processo lungo, elaborato, dove a partire dal testo arrivo a lavorare sulla conoscenza, la reciprocità e la psicologia dei personaggi, quindi degli attori, con i quali amo rapportarmi in maniera libera e diretta, senza preconcetti. Non concepisco la noia e la disaffezione, o peggio ancora la cattiveria verso gli attori da parte di molti registi. Non dovresti essere un regista allora, considerato che con l’attore ci dovrai passare molto tempo anche in intimità per far sì che l’interpretazione germogli al meglio. Infatti, a mio avviso, se non ami fare casting dovresti smettere di dedicarti al Cinema, al di la del fatto che alcuni registi di valore preferiscono conoscerli dialogando piuttosto che sottoporli a un provino. Per me sono fondamentali entrambe le cose: conoscenza e prova. Escono talmente tante cose belle e inattese anche nelle imperfezioni, nelle indecifrabilità del tormentato e fantastico essere umano, da lasciarti davvero di stucco a questi casting. Ma forse è solo questione di energia e tutto parte necessariamente dal dialogo, possibilmente in trasparenza. Continuerò sempre a ripetere quelle che sono per me le due paroline magiche del Cinema: autenticità ed atmosfera. Per far sì che arrivino felicemente in coppia bisogna aprirsi al dialogo, possibilmente già prima degli eventuali provini. Un dialogo che dovrebbe continuare anche dopo e che dovrebbe essere fitto e ricco di aspettative. Meglio avere aspettative e riempirle di entusiasmo che rimanere vuoti senza la possibilità di riempire la propria immaginifica interiorità. Il dialogo è la miglior prova prima del set. Non mi stancherò mai di ripeterlo. E dialogo significa aprirsi a uno scambio, non a un interrogatorio a senso unico. Anche per questo invito sempre a farmi domande. Con Astrid è stato tutto molto semplice, perché se funziona la scrittura e se funzionano i personaggi, gli attori recettivi lo avvertono immediatamente e se sono dei professionisti non ci mettono molto ad entrare nel personaggio di riferimento. A volte è grazie a loro stessi che anche tu, autore, ti convinci del fatto che la tua storia possa davvero funzionare.
Nika Perrone ci è finita dentro con tutte le scarpe e nonostante le condizioni di lavorazione non propriamente accomodanti non c’è mai stato un vero momento di pausa per lei sul set, era sempre con la testa dentro la parte assegnatale dopo un solo provino. Un connubio illuminante.

D: Restando sul cast, all’interno del quale spicca tra l’altro la presenza di Jun Ichikawa, attrice di origini orientali brava e dotata di un certo carisma, come sei riuscito ad assemblarlo?

Federico Mattioni: Ho realizzato dei provini senza spalleggiamenti di sorta, come avviene finalmente adesso, dopo che mi sono costruito una credibilità grazie all’illuminazione riguardo Astrid. Ho cercato di mostrarmi affidabile, di esternare il mio lato creativo sempre bloccato dalle ridottissime possibilità economiche. Alcuni, fra i pochi attori che sono riuscito a provinare a suo tempo, hanno deciso di seguirmi, lasciandosi guidare probabilmente dall’istinto. Fortunatamente è andata bene. Adesso faccio provini con un numero molto più alto di partecipanti e la cosa mi eccita terribilmente.

D: Su un piano più squisitamente formale, gli intenti narrativi dell’opera non sono disgiunti da una ricerca libera, stilisticamente curata, tale da concepire piani sequenza coraggiosi per la durata e scelte di montaggio non convenzionali. Cosa puoi dirci a riguardo? E alla poetica di quali autori ti senti più vicino?

Federico Mattioni: Esattamente, decisamente pertinente il tuo punto di vista. Trattasi di un film dai contenuti forti, a tratti resi in maniera potente, ma presentati in modo arduo. Mi sono preso dei rischi con quei piani-sequenza a camera fissa, verso i quali la maggior parte del pubblico ha risposto in maniera inaspettata, con grande coinvolgimento di pancia. Il soggetto è abbastanza semplice e lineare, ma è la struttura sintattica del montaggio, nella sua funzione basilare, a risultare spiazzante e talvolta indigesta per occhi e menti meno “educate”. L’abbinamento di montaggio discontinuo e piani-sequenza ha prodotto un risultato a tratti impervio ma anche neurotonico, in virtù di scelte audiovisive e musicali neanche fossero personaggi a sé stanti.
Amo tutto il Cinema realizzato con grande amore e autenticità, indipendentemente dal genere.
Mi sento molto vicino a quegli autori che sono immediatamente riconoscibili, coloro che hanno una precisa poetica, gli inesorabili diciamo. Potrei citare, ad esempio, Robert Bresson, John Cassavetes e Terrence Malick. Non amo qualsiasi cosa facciano ma hanno una poetica molto forte, seppur in netta contrapposizione, utilizzano la macchina da presa in maniera completamente differente. Non me la sento di fare altre citazioni però, altrimenti potrei dilungarmi all’infinito. Preferisco portare un esempio di ferma autorialità.

D: Più in particolare, l’inquadratura frontale della protagonista che mostra diverse emozioni, mentre è alle prese con un panino che impiegherà qualche minuto a finire, rappresenta una scelta estrema, che non lascia indifferenti. Puoi dirci come è nata questa sequenza e che impatto ha generalmente sul pubblico?

Federico Mattioni: Non può lasciare indifferenti. Una scena che ha entusiasmato ma che è stata anche osteggiata da persone che si sono sentite coinvolte in maniera coercitiva, nelle frananti emozioni della protagonista. In quel preciso istante occorre starle vicino, del resto ci siamo passati tutti e non c’era altra maniera per rappresentarne il dolore. Sentivo che bisognava per forza essere diretti e al contempo astratti, grazie a un lavoro sul suono molto ricercato. E’ divenuta la scena più citata a fine proiezione. Solitamente mi piace osservare le reazioni del pubblico, seguendolo a momenti con lo sguardo, gironzolando in piedi a destra e sinistra a tutte le proiezioni del mio film, cercando di non disturbare ovviamente. Ho visto occhi lucidi e deglutizioni trattenute a iosa. L’importante è che arrivi, l’obiettivo primario era quello, ossia che scatenasse delle emozioni contrastanti e qualche brivido. Molti credono sia stata semi-improvvisata, quando in realtà è la scena della sceneggiatura con la più lunga, dettagliata descrizione. E la protagonista l’ha centrata in pieno già al primo ciak, arrivando al pubblico lungo dieci interi minuti senza un attimo di sosta, dall’interno della sosta ristorativa nello sconforto finalmente da lasciare andare.

D: Anche le alternanze tra b/n e colore sembrano seguire un iter non del tutto usuale. Puoi spiegarci meglio questa tua scelta?

Federico Mattioni: Ho deciso di restituire alla fotografia del film varie tonalità cromatiche, diverse sfumature. Una di esse raffigura i ricordi passati della protagonista, un’altra il tempo presente di stampo documentaristico, una le anticipazioni future stanti esclusivamente nella fervida immaginazione della stessa, e l’ultima i frammenti onirici incastonati nelle brame dell’intertestualità del racconto. Temevo potesse disorientare troppo e invece ha finito perlopiù per far passare in secondo piano gli inevitabili limiti tecnici, dovuti all’impiego di attrezzature difficilmente utilizzabili in un film di natura commerciale. Ho capito che bisogna cercare di essere sinceri col pubblico e indipendentemente dal budget, è la mente a divenire la tua miglior risorsa.

D: Per finire, quali sono per Dalle parti di Astrid i prossimi appuntamenti in sala e ci sono invece altri progetti, ai quali ti stai dedicando?

Federico Mattioni: Dopo una serie di proiezioni speciali e di mini-programmazioni presso monosale e/o piccoli cinema tra Roma, Milano e Matera, a seguito di una proiezione speciale al Trevi grazie al benestare della Cineteca Nazionale e alla significativa pubblicizzazione web ottenuta da Sky Cinema, grazie alla grazia del proprietario del cineteatro Flavio di Roma, posso continuare a proiettarlo, inserito in piccole rassegne di cinema indipendente che ho deciso di curare invitando cineasti che come me si battono per farlo vedere a più festival possibili e dentro il luogo che più compete ad un film, il Cinema. Sono rassegne di cinema veramente indipendente a cadenza mensile, per le quali si accettano svariate proposte utili a medi, lunghi e documentari bloccati ingiustamente a casa, più e meno riusciti, ma genuini nel loro avanzare a tentoni verso un’accettabile forma di commercializzazione.
Attualmente sto girando, con modalità produttive e dentro difficoltà simili, un folle mockumentary sulla piaga dei cinema chiusi dal titolo Tundra. Credo che possa rivelarsi un film utile alla riappropriazione della libertà creativa attraverso una svincolata, dai grandi poteri, condivisione della stessa.
Spesso i miei progetti nascono piccoli piccoli e poi a poco a poco acquisiscono sempre più interessi e volontà collaborative, tanto da indurmi a pianificare un film ancora più ambizioso a cui sto lavorando – in fatto di scrittura e casting – già da quasi un anno, dal titolo provvisorio We Love You. Storia e personaggi stanno coinvolgendo alla grande. Si tratta di un film che fa a pezzi l’idea dell’amore secondo consuetudine e morale comune per mezzo di tante storie d’amore di ascendenza gotica, prettamente poetica e intensamente psicologica.

Stefano Coccia