Intervista a Fabio Del Greco

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Conversando con il regista di Altin in città

A dicembre avevamo recensito molto volentieri, su CineClandestino, quel lungometraggio indipendente assai personale scoperto poche settimane prima al Polmone Pulsante, a sua volta uno degli spazi culturali della capitale dalla programmazione più varia e suggestiva. Il film in questione è Altin in città. E il regista Fabio Del Greco. Dato che di lui avevamo visto cose ugualmente interessanti in passato, abbiamo poi pensato di intervistarlo…

D: Fabio, quando e come è nata l’idea di girare Altin in città? La scelta dell’attore protagonista, Rimi Beqiri, ha poi influito sulla costruzione del racconto e sulla realizzazione del film?

Fabio Del Greco: L’idea del film Altin in città è nata da un soggetto su cui avevo girato nel 2000 un mediometraggio con altri studenti dell’Università di Roma Tre. Dopo aver riflettuto quasi un anno su quale potesse essere il racconto mi sono reso conto che le tematiche di questo film studentesco, l’annichilimento del ruolo dell’arte e della creatività nella società ultra capitalistica in cui viviamo, non mi avevano mai abbandonato, ed erano rimaste per me sempre di grande interesse. Anzi l’interesse si è incredibilmente rafforzato negli anni perché più vai avanti più ti rendi conto di come tutto ciò che conta nel mondo plastificato in cui viviamo ruota soltanto attorno agli interessi economici e nasconde spesso una mediocrità e un vuoto assoluto. Ho quindi deciso di riprendere ed ampliare questo soggetto che da piccola piantina si è rivelato, nel nuovo film, un grande albero, con nuove sottotrame e suggestioni che hanno reclamato a gran voce il loro spazio. Sono molto soddisfatto di aver ripreso quel soggetto perché era come un bambino imprigionato che mi chiedeva la possibilità di uscire fuori e diventare adulto sviluppando tutte le sue potenzialità, era assolutamente necessario e lo meritava. Inoltre credo che un film che rifletta sui falsi valori della società in cui viviamo oggi sia un film necessario: il nostro è un mondo di scatole colorate che la gente compra a prezzi stratosferici e di contenuti di qualità con scatole meno luccicanti che vengono buttate nella discarica. Le librerie, i cinema, la tv, la politica, i mercati debordano di prodotti e personaggi che vanno per la maggiore ma che non valgono nulla, un vero e proprio piano di annichilimento della mente dell’uomo medio iniziato negli anni 70 e continuato a perpetrare ai danni delle persone, da vari soggetti che si sono succeduti uno dopo l’altro e che hanno avuto tutti lo stesso obiettivo: farci dimenticare le nostre radici, i valori, le cose belle, l’arte, umiliando la popolazione, nutrendola con tonnellate di spazzatura per anni e anni, fino a forzarla ad amare i prodotti e i personaggi più inutili e nocivi. Ora siamo diventati noi stessi delle scatole vuote ed è diventato difficile anche per gli esperti, con una massa indistinta di prodotti enorme, riconoscere la spazzatura dall’oro.

Dato che ho sempre preso in considerazione il fatto di lavorare con attori non professionisti, in principio avevo pensato che il protagonista del film dovesse essere un cantautore. Amo la musica e avevo immaginato che fosse lo strumento migliore per dare forza a questa storia. Invece nella fase di preparazione ho scoperto che non era così: ho fatto provini con molti cantautori e ho capito che lo sviluppo della trama sarebbe rimasto troppo in superficie, che erano troppo pieni di ebbrezza sonora per affrontare un lavoro così faticoso e complesso come quello del cinema. È stato in questa fase che ho incontrato casualmente Rimi ad un festival quasi come una manna dal cielo, il fato che ci mette lo zampino e ti indica la direzione giusta. Rimi é entrato subito in sintonia col personaggio e si è immediatamente innamorato della storia, cosa essenziale per la riuscita di un film. Io ho riscritto il soggetto adattandolo a lui e trasformando il cantautore di provincia in uno scrittore albanese, cosa che inizialmente mi era sembrata meno spettacolare e che invece è stata fondamentale per la riuscita del film in chiave introspettiva e onirica. Il personaggio dello scrittore mi ha consentito di andare molto più a fondo rispetto a quello del cantautore. Rimi ha contribuito in maniera determinante alla personalità del film che ruota tutto attorno al suo personaggio, al suo volto e alle sue emozioni. Ha messo tutta la sua energia e il suo talento nelle sfumature psicologiche come nelle scene d’azione, e questo spicca chiaramente durante la visione. Senza di lui sarebbe stato un altro film…

D: Quali sono state, produttivamente parlando, le tappe che hanno contraddistinto la lavorazione di Altin in città?

Fabio Del Greco: Inizialmente ho preso i soliti contatti con produzioni, televisione, finanziatori vari, per vedere se c’era la possibilità di realizzare un film con un budget superiore, ma come al solito si prospettavano attese simili alla pre-produzione di Ben Hur, o di un viaggio su Marte, per avere poi contributi minimi che paragonati al nostro investimento di tempo nel progetto non avrebbero avuto molto senso. Dopo ho incontrato le solite situazioni grottesche, personaggi sopra le righe, società che operano con criteri oscuri al di fuori delle leggi economiche universali, con cui non ho mai amato lavorare così come non ho mai amato nemmeno i racconti dei fallimenti e delle cause che seguono. Ritrovarsi a parlare con questi personaggi che non danno il minimo peso alla storia (per loro qualsiasi storia è buona, basta che porti dei finanziamenti), che non si innamorano dei progetti e chiacchierano solo di product placement è davvero deprimente. E ti fa capire in che razza di posto viviamo, in che strana epoca. Insomma, si è delineato il solito scenario deprimente italiano dell’industria del cinema inesistente, che vive sulle spalle dei contributi pubblici e dei cittadini che però non decidono i film che si faranno. Tutto quello che ha distrutto il cinema negli ultimi 40 anni e che ha creato milioni di spettatori lobotomizzati davanti alla televisione. Commercianti, commercialisti, avvocati, consulenti finanziari, economisti e istituti finanziari: i padroni del mondo odierno in cerca di creatività fresca da succhiare con i loro canini.

Produttorucoli vari, ipotesi sgangherate di finanziamento da personaggi da cabaret, sponsor e perditempo vari alla ricerca del divetto italiano, incubi kafkiano – finanziari, vanitosi impiegatucci ministeriali amanti della chiacchiera. È difficile navigare in questo mondo di saltimbanchi, quasi tutti solo affamati di soldi o di prestigio, con un progetto che rifletta su temi universali dell’essere umano. Senza politica, senza scandalo, senza best seller o questione sociale o divetto dell’ultima ora, Perché mai dovrebbero essere interessati al tuo film? Chi se ne frega! Perché mai dovrebbe alzare il culo dalla poltrona?

Come al solito l’uomo trasforma le cose più belle in merce da sfruttare fino ad esaurimento totale, come ha fatto con la terra fa anche con le migliori invenzioni del suo ingegno.
Altin in città è stato completamente autoprodotto senza nessun tipo di finanziamento né dallo Stato-banca e dai suoi mutui agevolati, né dalla Regione, né da sponsor privati, né dalle poste. Abbiamo fatto una campagna di crowdfunding, abbiamo messo insieme la squadra ed il cast e ho fatto il film, semplicemente, lavorando e divertendoci insieme.

D: Parlaci in breve delle location, che hanno un ruolo importante. Come ti sei orientato per le riprese in esterni? E quand’è che hai pensato di girare qualche scena anche negli spazi interni del Polmone Pulsante, luogo di per sé così suggestivo?

Fabio Del Greco: Il film è stato girato principalmente a Ostia e Roma dove moltissime associazioni e aziende sono state molto disponibili a mettere a disposizione i loro spazi. In esterni è stato tutto ancora più semplice in quanto ho scelto i luoghi accuratamente tenendo conto anche dell’ambiente sonoro. Abbiamo girato nella Riserva del litorale romano e tra le rovine della Villa di Plinio, sulla spiaggia di Ostia, nella zona intorno al Colosseo e in molti altri posti di Roma. In effetti questo film è anche un film su Roma, a mio parere una delle città più assurde del mondo, dove potere religioso, politico e mediatico si incontrano in un mix esplosivo: è difficile trovare un’altra città dove la farsa del potere, non solo religioso ma in tutte le sue forme, raggiunge queste proporzioni gigantesche trasformando la realtà in qualcosa di fantasmagorico, ed ho voluto sottolineare questo con la ripresa aerea del Colosseo nei titoli di coda.

Quando ho visto i sotterranei del Polmone Pulsante ne sono rimasto folgorato e ho adattato alcune scene per potervi girare e sfruttarli al meglio: un posto magico, di fianco ai Fori Imperiali, come se ne trovano pochi, gestito da Andrea Ungheri che conserva con amore le surreali sculture biomeccaniche di suo padre che si animano nelle gallerie, che nel film diventano una metafora dei burattini animati dalla loro burattinaia.

D: Vuoi raccontarci qualcosa anche sulla difficoltà di girare le scene subacquee e sull’onirismo del film?

Fabio Del Greco: Volevo girare le scene subacquee per il finale del film direttamente in mare ma in effetti facendo delle prove era tutto affidato troppo al caso: la buona giornata, le correnti, la luce. Alla fine abbiamo preferito girare al Kursaal di Ostia, nella piscina olimpionica, messa gentilmente a disposizione dalla proprietà, e con un operatore subacqueo che potesse rimanere sul fondo alla profondità di 7 metri a filmare le varie inquadrature in cui Altin sprofonda nell’abisso, che siamo riusciti a realizzare mettendo a Rimi 4/5 kg di peso nascosti nei vestiti. Per fortuna Rimi Beqiri ha delle grandi qualità di nuotatore e apneista: quando è arrivato alla piscina per girare era piuttosto perplesso e mi guardava come se io fossi pazzo, ma poi una volta capito il metodo di lavoro si è talmente entusiasmato, si è lasciato sprofondare e ha camminato sul fondo della piscina per diversi minuti come un atleta olimpionico, e abbiamo potuto girare tutte le inquadrature che servivano per completare la scena finale. Le difficoltà erano molte, non ci potevamo permettere una piscina in green screen come fanno ad Hollywood, e nemmeno un’illuminazione subacquea. Ho dovuto lavorare molto in post-produzione per eliminare tutti i difetti ma alla fine il risultato ha superato le mie stesse aspettative e gli spettatori mi hanno detto che è la scena più bella ed più emozionante del film.

Il film è disseminato di scene oniriche che arrivano ad ondate sempre più grandi: inizia con uno stile quasi documentaristico: l’esteriorità del personaggio, il suo lavoro, la casa dove vive, i suoi rapporti sociali, per poi scavare sempre di più nella sua interiorità ed i suoi conflitti più profondi, fino ad arrivare al finale dove sogno e realtà si confondono e diventa tutto irreale. L’aspetto onirico mi interessa molto e con il passare del tempo sempre di più. Penso che sia una delle cose più interessanti da filmare, anche se il mio stile parte da una predisposizione al cinema del reale. Se si vogliono trattare certi temi il mondo dell’inconscio e delle emozioni è la chiave per cercare di capire l’essere umano più in profondità, il contrario di ciò che avviene nei film sociali e politici, costretti a navigare nella superficie della collettività. Penso che la scommessa più grande per me in questa fase sia mescolare nei film realtà e immaginazione, quotidianità e sogni, senza che lo spettatore se ne accorga, in maniera fluida.

D: Rimi Beqiri e Chiara Pavoni hanno fatto parte subito del progetto? E come ti sei regolato per completare il casting?

Fabio Del Greco: Dopo la fase in cui ho deciso di abbandonare il mondo dei cantautori e di cambiare rotta ho pensato a Rimi e lui ha aderito subito al progetto. Anche la scelta di Chiara Pavoni non è stata immediata in quanto il personaggio che avevo mente in principio era un uomo di potere di una certa età. Ma la Circe mediatica Mara Le Monde interpretata da Chiara si è rivelata più affascinante della prima ipotesi: Altin ne rimane sedotto e soggiogato anche da un punto di vista erotico. Tutto quello che funziona o non funziona lo capisci strada facendo ed è la storia stessa che si rivela e indica le svolte, quello che deve essere raccontato e quello che deve essere eliminato. Questo ti porta a modificare i personaggi e tutti i loro attributi. Ho lavorato con Chiara in tutti i miei film e devo dire che in questo personaggio ha dato il meglio di sé, dandogli le sfumature e le forti contraddizioni di cui aveva bisogno. Mara Le Monde è un personaggio complesso: una famosa e solare presentatrice televisiva in realtà falsa e diabolica, un vampiro che succhia il sangue di giovani talenti per il suo talent, che nasconde strani passatempi sotterranei…

D: Nel tuo cinema capita spesso di incontrare una satira sorniona dei peggiori ambienti mondani, specie quelli della capitale, cui si abbina con naturalezza uno sguardo amareggiato, disilluso, su quella realtà umana. In questo nuovo film c’è continuità coi precedenti o ci vedi più elementi nuovi?

Fabio Del Greco: Hai ragione, da quando mi sono trasferito qui, quasi 20 anni fa, non smetto mai di stupirmi di come in certi casi l’essere umano può diventare artificiale, una caricatura di se stesso, e credo che a contribuire in modo determinante a questo sia la brama di potere, l’ambizione, l’illusione di poter diventare qualcosa di diverso. Questo è il comune denominatore di tutte le grandi città, dove si va per fare carriera e dove bisogna confrontarsi con il potere. Alla fine tutto sembra diventare un ballo mascherato, un carnevale leggero e frivolo, al contrario della provincia dove le persone prendono tutto troppo sul serio e vogliono sempre dimostrare alla piccola comunità di essere qualcuno. L’impressione che ho sempre avuto e che le singole individualità spariscono e diventano burattini della città stessa e delle varie forme di potere e intrattenimento che propone, e tutto questo in fondo è molto divertente rispetto ai piccoli paesi dove ognuno pensa di essere chissà chi e di dover dimostrare qualcosa. In una grande città c’è qualche possibilità di salvezza: scegliere il carnevale giusto.

Penso ci sia continuità nei miei film. Il mio amico e drammaturgo Massimiliano Perrotta, che spesso mi aiuta nella fase iniziale della scrittura del soggetto, mi dice spesso che la tematica comune è quella di uno spirito adolescenziale che non vuole omologarsi alla società adulta ed ai suoi folli meccanismi. Ricorre spesso la figura del barbone, come è emerso durante un’intervista radiofonica, o comunque di qualcuno che vive al di fuori della società, un outsider… e molte altre tematiche ricorrenti che gli altri dall’esterno vedono molto meglio di me. Ovviamente le persone cambiano e cambiano i loro modi di vedere il mondo quindi sicuramente si aggiungono elementi nuovi e vecchie tematiche scompaiono. Negli ultimi due film ad esempio sono stato molto più interessato all’interiorità e al trascendente, mentre i primi due film erano più calati in una realtà concreta di conflitto sociale. Questo dipende dal fatto, credo, di aver capito che tutti i conflitti sociali ed extra personali della realtà dipendono dal mondo interiore che ogni essere umano ha dentro di sé. Per cambiare la società in modo duraturo bisogna cambiare le sue radici, e le sue radici sono i modi di pensare, l’anima delle persone.

D: Per concludere: stai già lavorando a qualche nuovo progetto?

Fabio Del Greco: Ora sono nella fase più divertente dove ogni progetto è possibile, ogni genere di film si può ancora fare, cioè mi sto guardando intorno e sto assorbendo dalla realtà, dai film, dai libri, e aspetto che qualcosa di necessario sgomiti dentro di me per essere portata alla luce, e credo che ad ogni progetto nuovo la voce con cui la storia reclama di venire alla luce deve essere sempre più potente. E quell’intervallo in cui bisogna essere aperti ad ogni tipo di idea e aspettare quella che veramente ti cambia il modo di vedere le cose. Realizzare un film, in particolar modo con una produzione indipendente, necessita di grande energia fisica e psicologica, e credo che sia opportuno muoversi quando si ha in mano un progetto assolutamente necessario da realizzare. Ma per necessario non intendo i problemi sociali, la politica, gli immigrati, le guerre, gli scandali e tutto quello che succede nel mondo; Per necessario intendo qualcosa che devi fare per forza per crescere come essere umano, per andare avanti e capire meglio il mondo intorno a te.

Stefano Coccia