Intervista a Claudio Lattanzi

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Protagonista al Fantafestival 2018, con l’applauditissimo documentario su Michele Soavi

Vero cultore del cinema horror, il cineasta Claudio Lattanzi si è messo in evidenza all’ultimo Fantafestival con un documentario su Michele Soavi, accolto in sala a suon di applausi, che anche la redazione di CineClandestino ha avuto modo di elogiare attraverso l’appassionata recensione di Marina Pavido. Non solo! Nel tempio capitolino del cinema fantastico l’indomito film-maker ha portato, oltre ad Aquarius Visionarius, una breve clip del nuovo progetto cinematografico, stavolta di finzione, che dovrebbe concludersi a breve. Si intitolerà Everybloody’s End, ed ecco cosa ci è stato anticipato riguardo alla trama: la storia è ambientata in un tempo indefinito. In un sotterraneo – bunker, cinque persone lottano per la loro sopravvivenza: tre donne, Bionda, Nera e Rossa; un teologo e un giovane dottore. Fuori da questo nascondiglio regna l’Apocalisse. Il male è stato generato da un paziente zero e un gruppo di ex soldati, chiamati “Sterminatori”, crocifigge ogni persona che incontra per cercare l’origine del male. I cinque sono davvero al sicuro in questo posto o c’è qualcosa che non sanno?
Davvero intriganti e sanguinolente, le premesse… ma ecco il resoconto integrale del piccolo interrogatorio cui abbiamo sottoposto Claudio Lattanzi.

D: Per rompere il ghiaccio, Claudio, vorrei chiederti subito quando ha avuto inizio la tua passione per il cinema di Michele Soavi…
Claudio Lattanzi: Beh, la mia passione per il cinema di Michele Soavi è iniziata piano piano, iniziando a frequentarlo, a vedere come “costruiva” le storie che voleva raccontare e come dava sfogo alle sue visioni filmiche. Ho visto crescere Soavi perché sono stato il suo primo assistant director nei suoi lavori iniziali, Dario Argento’s World of Horror, Deliria, La Chiesa e parte della preparazione del film La Setta. Quando ho iniziato a lavorare in Aquarius che poi sarebbe diventato Deliria, mi sono immediatamente accorto di trovarmi difronte ad un enfant prodige del cinema horror degli anni 80.
Michele aveva una padronanza incredibile con la mdp e una voglia di proporre storie che potessero avere dei risvolti molto personali. Lavorare con lui è stata un’esperienza molto profonda ed entusiasmante per me, e devo ringraziarlo perché grazie a lui sono entrato a lavorare nel cinema professionale. Durante le riprese del film Deliria, parlavamo moltissimo del film, delle inquadrature, delle scene “gore”, soprattutto della meravigliosa scena finale con tutti i cadaveri sul palco. Nonostante sia stato un film a basso budget rispetto ai suoi film successivi prodotti da Dario Argento, Deliria rimane un piccolo cult con una potenza visiva ed espressiva notevole. E’ un film ricco di citazioni anche pittoriche che ritroveremo poi nel successivo La Chiesa. Dopo Deliria mi innamorai del cinema di Soavi.

D: Come è stato quindi l’incontro con lui? E l’idea di girare un documentario sulla sua carriera cinematografica?
Claudio Lattanzi: L’incontro con Michele è stato molto semplice e casuale. Era il 1984 e io frequentavo gli studi di montaggio e missaggio di Roma, gli International Recording che si trovavano a via Urbana: lì erano soliti andare a lavorare quasi tutti i registi del cinema italiano. Ero cresciuto con i film di genere thriller/horror, con Hitchcock, Fritz Lang e Ken Russel. Invece il mio mito italiano e punto di riferimento era Dario Argento. Dato che ero molto amico della figlia del proprietario degli International, una sera venni coinvolto in una serata in un noto locale di Roma e qui incontrai Argento e Soavi che all’epoca era il suo aiuto regista. Dario stava finendo le riprese del film Phenomena. Dopo questo episodio iniziai a frequentare il set di Argento per qualche giorno e approfondii la conoscenza con Soavi che successivamente mi propose di diventare il suo aiuto nel documentario Dario Argento’s world of horror. Girare un documentario sulla sua carriera era un’idea che avevo da molto tempo e nasce da un’esigenza ben precisa: volevo realizzare un’opera filmica completa di un autore che conoscevo benissimo, volevo raccontare in qualche modo tutto il suo mondo. Ma è stato un percorso molto lungo, perché più di una volta durante gli anni chiesi a Michele di poterlo realizzare, ma ci sono riuscito solo ora, perché credo che forse solo ora, in questo “momento storico”, Michele sia stato pronto a mettersi in gioco e raccontare la sua vita “filmica”. E’ stato entusiasmante e molto impegnativo.

D: Ci piacerebbe ora sapere come hai impostato registicamente questo tuo lavoro, Aquarius Visionarius, che grande successo ha avuto al Fantafestival 2018… ci sembra infatti che lo scrupolo filologico sia notevole, ma che questo non ti abbia impedito di andare a sondare liberamente tematiche, suggestioni visive, excursus di vario genere.
Claudio Lattanzi: Impostare il documentario è stato molto arduo perché dovevo raccontare l’opera filmica di un autore che ha attraversato quasi tutti i generi. Credo che Soavi sia uno degli autori più completi del cinema italiano e anche uno degli autori più visionari e criptici. Sai, all’inizio molti tecnici, quando parlavo del lavoro che volevo costruire, mi dicevano che in qualche modo potevo essere “agevolato” dal molto materiale che potevo avere a disposizione e che quindi non mi sarei mai trovato a un “punto di non ritorno” e il puzzle non si sarebbe mai complicato. Ma io sapevo che non era così e che proprio tutta questa abbondanza, poteva crearmi delle difficoltà realizzative! Il percorso era tortuoso e rischiavo di banalizzare un autore molto particolare e visionario. Forse proprio l’aspetto visionario della sua filmografia mi ha dato l’idea giusta e vincente di come esporre il tutto. Ho cercato di creare un documentario affatto didascalico e che avesse tutte le connotazioni per poter assomigliare ad un film. Ho girato sceneggiature che venivano sfogliate, ho introdotto riferimenti pittorici, ho approfondito sogni, ho estremizzato i passaggi da un film all’altro anche contrastandoli! Il Sacro e il profano sono stati messi sullo stesso piano e ogni fotogramma introdotto era studiato, nulla è stato lasciato al caso. Anche la scelta di non seguire mai una cronologia prestabilita è stata risultata vincente. Inoltre è stato fatto un lavoro enorme di scrittura e di montaggio. L’impatto iniziale del documentario è notevole: in un solo minuto ho mostrato l’intero mondo di Soavi, un mondo che caratterizza ogni sua opera e l’impatto che quest’opera ha sullo spettatore è dirompente! Altro aspetto notevole è invece la fine, dove ho raccontato ciò che è dentro Soavi, la sua sensibilità e il suo mondo filmico, relazionandolo in qualche modo al mondo interiore di Terry Gilliam. La sequenza dei sogni è sospesa fra realtà e immaginazione, dove lo spettatore si identifica con le sue ricorrenti visioni. Beh, alla fine credo di aver fatto centro e Aquarius Visionarius è un documentario con un’enorme potenza visiva, che ti coinvolge e non ti annoia mai, ma ti incuriosisce e ti affascina. L’Io di ogni persona che ama i sogni è dentro Aquarius Visionarius. Posso inoltre affermare che Aquarius Visionarius è anche l’unico documentario riguardante l’universo di Michele Soavi e di questo ne vado molto fiero.

D: Vorresti dirci due parole sulla figura di Tarantino in rapporto a Soavi, visto che anche a questo si allude in una parte del film?
Claudio Lattanzi: Il rapporto Tarantino-Soavi è sicuramente qualcosa che va al di là di una semplice passione: è un rapporto criptico che anch’io non so spiegarmi. Sono due cineasti diversi ma allo stesso tempo simili sotto alcuni aspetti. Io ho approfondito due episodi in “Aquarius” ma poi le dinamiche che si sono create o le situazioni e i percorsi intrapresi, non danno adito a commenti di alcun genere. Posso solo dire che amo il loro cinema e in qualche modo ho cercato di paragonarli.

D: Cosa ne pensi dell’accoglienza che ha avuto Aquarius Visionarius in questa edizione del Fantafestival?
Claudio Lattanzi: L’accoglienza di Aquarius Visionarius al Fantafestival è stata molto positiva e il lungo applauso finale della sala sold-out ne è stata la testimonianza. Ho ricevuto moltissimi complimenti come era già successo ad ottobre quando l’ho presentato al “Festival Internazionale del Cinema Fantastico di Sitges”. Credo Che Aquarius Visionarius possa intraprendere un bellissimo percorso e che possa far conoscere a tutti il cinema di Michele Soavi.

D: Sempre al Fntafestival hai avuto modo di presentare una breve clip, su un altro progetto cinematografico ancora in fieri, di finzione stavolta… cosa puoi dirci a riguardo?
Claudio Lattanzi: Sempre al Fantafestival ho avuto la possibilità di mostrare una clip in anteprima di un film che ho girato a giugno e ringrazio di questo i due organizzatori di questa edizione, Marcello Rossi e Luca Ruocco. Everybloody’s End questo è il titolo del film, è stata un’esperienza bellissima ma anche molto faticosa. Premetto che era diverso tempo che volevo tornare a dirigere un film horror ma come ben sappiamo, in Italia è un’impresa cercare fondi per poter realizzare un film di genere. Quindi dovevo partire da un’idea che mi potesse permettere di girare un low low budget. Volevo in un certo senso rendere omaggio ai meravigliosi film della “Hammer” che tanto mi avevano affascinato da bambino. Così, dopo aver scritto una paginetta di soggetto, contattai il mio amico Antonio Tentori, noto sceneggiatore e saggista di film di genere e gli illustrai il mio progetto. Antonio rimase entusiasta e accettò di far parte del film scrivendo la sceneggiatura. Così in poco tempo sono riuscito a coinvolgere attori e tecnici che in qualche modo hanno collaborato ai film di genere nei gloriosi anni 70/80: hanno fatto parte del cast Cinzia Monreale, Giovanni Lombardo Radice e Marina Loi. Sergio Stivaletti si è occupato degli effetti speciali trucco, Antonello Massimo Geleng ha supervisionato la scenografia mentre le musiche sono state composte dal maestro Luigi Seviroli che ho scoperto aver collaborato con Soavi per Nassiriya e Attacco allo stato, quando si dice la coincidenza. Altri attori che hanno fatto parte del cast sono Veronica Urban, Lorenzo Lepori e Nina Orlandi. In principio volevo girare un film molto “gore” con scene da Grand Guignol e sangue ovunque, ma man mano che il film prendeva corpo, mi sono allontanato da questa idea perché non la reputavo giusta. Posso dire alla fine di aver fatto un film molto personale e anche in un certo senso sperimentale, anche se chiaramente il tema trattato rientra nei canoni classici dei film horror. Piano piano mi sono anche allontanato dalle atmosfere della Hammer e il direttore della fotografia, il bravissimo Ivan Zuccon, è riuscito a creare una fotografia molto profonda, quasi “caravaggesca”. Il film strizza anche l’occhio a Jesus Franco e Paul Morrissey, due autori che ho molto amato e che forse in qualche modo mi hanno ispirato, senza dimenticare il finale che reputo molto autoriale. Credo alla fine di aver fatto un film che possa piacere distaccandosi molto dai film horror attuali pieni di jump o situazioni molto simili fra loro. Un film dove è stato molto importante creare un particolare montaggio e di questo devo anche ringraziare il mio film editor Michele Brogi che ha anche curato il montaggio di Aquarius Visionarius. Il film sarà pronto per i primi mesi del 2019.

D: Di tale clip e della tua introduzione in sala, ci ha colpito proprio la partecipazione al progetto di Ivan Zuccon, in qualità di direttore della fotografia… è un film-maker che difatti apprezziamo molto proprio per le atmosfere che riesce a creare, visivamente, nei suoi film, per cui ci viene spontaneo domandare: come ti sei trovato a collaborare con lui?
Claudio Lattanzi: Come ho accennato prima, il direttore della fotografia di Everybloody’s End è stato Ivan Zuccon. Non conoscevo personalmente Ivan e quando mi è stato proposto di contattarlo per coinvolgerlo nel film ho subito accettato. Mi sono trovato benissimo a lavorare con lui, Ivan è un grande professionista ed è riuscito a creare una luce molto profonda: tutto il film è pervaso da chiaro/scuri molto intensi. Era difficile riuscire a dare la connotazione che avevo in mente al film, ma Ivan mi ha capito ed è riuscito a darla. E’ stato un vero piacere collaborare con lui.

D: Per concludere, da amante e fine conoscitore del cinema di genere prodotto negli anni d’oro in Italia, cosa pensi della situazione attuale? Pur con macroscopiche differenze rispetto al passato, ci sono per te tentativi interessati di portare avanti, con più che ovvie limitazioni a livello produttivo e di mercato, quella tradizione cinematografica che ci vede strettamente legati ai generi e all’immaginario fantastico?
Claudio Lattanzi: Ahimè, la situazione attuale in Italia penso sia drammatica e non basta qualche sporadico incasso al botteghino per far risorgere un genere. Nelle varie produzioni indipendenti, esistono autori che con le loro forze cercano di crearsi uno spazio nel cinema di genere, ma sono realmente pochi, e io li apprezzo molto. La cosa più triste è che se anche riesci a portare a termine un film, è quasi impossibile trovare una distribuzione che ti possa permettere l’uscita in una sala cinematografica e questo è molto frustrante per un autore. Il paragone con gli anni d’oro è imbarazzante. All’estero, vedi ad esempio la Spagna, la situazione invece è migliore e i film di genere vengono incentivati e portati avanti. Spero solo che le nostre piccole realtà produttive e distributive, soprattutto per il mercato home, che sono nate da qualche anno, possano piano piano portare a dei cambiamenti, perché essendo un appassionato e un uomo di cinema, io ci credo ancora e spero ancora che qualcosa possa cambiare!

Stefano Coccia