Insulaire

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’isola che c’è

Cosa potrà mai accomunare un barone bernese di nome Alfred von Rodt e una piccola isoletta posta a centinaia di chilometri dalla costa cilena? Presto detto e a fornirci la risposta è il regista Stéphane Goël con il suo ultimo documentario dal titolo Insulaire, presentato nella sezione “Visti da vicino” della 37esima edizione del Bergamo Film Meeting dopo l’anteprima fuori concorso al Festival di Locarno 2018. Il nobile svizzero dal carattere ribelle, con il pallino dell’esplorazione, altro non è che colui che nell’ormai lontano 1877 mise piede sul suddetto minuscolo lembo di terra insieme ad altri uomini, lo stesso dove dal 1704 al 1709 visse da naufrago il marinaio inglese Alexander Selkirk, la cui odissea ha ispirato dieci anni dopo le pagine del celeberrimo romanzo di Daniel Defoe, “Robinson Crusoe”. Ed è proprio su quella roccia circondata dal mare che von Rodt ha trascorso la bellezza di ventotto lunghi anni, sviluppando tutta una serie di piccoli e grandi progetti strutturali, politici, economici e sociali, che ancora adesso resistono perché custoditi e tramandati nel corso delle stagioni dai suoi discendenti.
La pellicola del cineasta elvetico rimette insieme tutti i tasselli della storia dell’isola e lo fa attraverso un vero e proprio intreccio spazio-temporale, dove il presente annoda i suoi fili con quelli del passato e viceversa. L’escamotage per rendere ciò possibile è semplice e funzionale, ma non aspettatevi nulla di originale dal punto di vista del modus operandi scelto. I tempi della colonizzazione vengono rievocati con la voce fuori campo di Mathieu Amalric che fa sue le parole, gli scritti, i sogni, le idee e le riflessioni lasciate in eredità ai suoi discendenti da von Rodt. Al presente ci pensa invece Goël con la sua troupe sbarcata sull’isola per raccogliere nell’arco di una manciata di settimane gli highlights di quotidianità, pedinando e osservando quello che di volta in volta si va a manifestare davanti la macchina da presa. Il più delle volte sono immagini mozzafiato che ritraggono una natura che regala scenari indimenticabili, gli stessi che la cinepresa restituisce in tutta la loro indescrivibile bellezza. A queste fanno da controcampo stralci di di vita vissuta di uomini, donne e bambini alle prese con i benefici, i privilegi, ma anche gli svantaggi e le sofferenze dell’isolamento. Il tutto passando per un’interazione minima dell’apparato filmico con gli abitanti, preferendo alle interviste one to one l’ascolto puro di discorsi, incontri e confidenze pubbliche e private, uscendo dai nuclei abitativi per entrare nei spazi comuni, a cominciare dall’unico ristorante presente sull’isola per finire con il porto e la chiesa.
Il risultato è un viaggio fisico ed emozionale che accompagna lo spettatore di turno in un palleggio continuo e insistito tra il 4% abitabile dell’isola e la restante più ampia rimasta volutamente incontaminata e preservata dall’intervento umano. E la mente non può non tornare al recente Mauro da Budelli, nel quale Marco Tagliabue racconta le vicende dell’Isola di Budelli, un paradiso terrestre nel Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, nel nord della Sardegna. Qui da quasi trent’anni vive Mauro Morandi, unico abitante e custode della “Spiaggia Rosa”, una piccola insenatura con la sabbia color fenicottero. Come il protagonista del documentario di Tagliabue, anche la popolazione che anima l’isoletta cilena di Insulaire combatte per proteggere l’Eden che la ospita. Una battaglia da combattere contro possibili “invasori” dal Continente e anche contro le forze della natura, quelle che nel 2010 hanno spazzato via tutto con un violentissimo tsunami del quale si vedono ancora le cicatrici impresse, che riviviamo attraverso sequenze di repertorio, racconti orali e piani di ricostruzione.
Al netto, Insulaire è un documentario d’impatto visivo più che di contenuti, ridondante in certi momenti, ma comunque capace di offrire al pubblico interessanti interrogativi sull’appartenere ad un luogo: siamo noi a possederlo o è esso a possederci? Alla fruizione l’ardua sentenza.

Francesco Del Grosso