Insidious – L’ultima chiave

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6.0 Awesome
  • voto 6

Fantasmi molto umani

Se un paio di indizi possono essere già sufficienti a fornire una prova tangibile, pare davvero il caso di affermare che senza l’organizzazione formale e concettuale di James Wan in cabina di regia la saga di Insidious perde moltissimo del proprio potenziale. Se il terzo capitolo – per l’appunto Insidious 3 – L’inizio, diretto in prima persona dalla sceneggiatore di tutti i vari segmenti Leigh Whannell – difettava stranamente proprio nell’evoluzione narrativa, questo Insidious – L’ultima chiave prova ad apportare qualche significativa modifica nella diegesi al fine di riconquistare quei fans rimasti delusi dall’esito non trascendentale del film precedente.
Ancora più del terzo lungometraggio, questo chapter four è incentrato sulla figura della sensitiva Elise Rainier (sempre interpretata da una più che mai iconica Lin Shaye), della quale lo spettatore viene a conoscenza, dapprima attraverso una lunga introduzione e in seguito grazie a significativi flashback, di ogni possibile trauma subito nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, soprattutto a causa di un padre che definire degenere sarebbe assai riduttivo. Trattandosi di Insidious pare dunque abbastanza scontato come Elise sarà costretta, nonostante sia un po’ avanti con gli anni, a fare definitivamente i conti con il proprio scioccante passato, fratello e prole di lui compresi; ed è su questo versante che la sceneggiatura di Whannell punta stavolta l’obiettivo, cercando di far emergere un’efficace e voluta “confusione” tra fantasmi effettivi ed esseri umani passati e presenti, sia carnefici che vittime sospesi tra corsi e ricorsi storici, talmente confinati in situazioni estreme da sembrare essi stessi creature provenienti dalla fatidica altra dimensione. Idea senza dubbio non male che però viene pesantemente inficiata da una regia – firmata dall’anonimo Adam Robitel, attore sporadicamente in transito dall’altra parte della macchina della presa – del tutto incolore poiché carente proprio dal punto di vista immaginifico. Cioè da quello che sarebbe risultato il punto di forza dei primi due lungometraggi, guarda caso quelli diretti in prima persona da un James Wan limitatosi in seguito a ruoli meramente produttivi bell’ambito della serie.
Si potrebbe allora definire questo Insidious – L’ultima chiave alla stregua di un onesto tentativo di fornire nuova linfa ad una saga che ha ormai già sparato le sue cartucce migliori. Tuttavia la sacra legge della Blumhouse – che al solito produce, stavolta affiancata da una major come la Sony Pictures – prevede lo sfruttamento del franchise finché porta dollari di guadagno e tutti sembrano adeguarsi allo scopo. Ivi compresa la coppia comica composta da Angus Sampson e lo stesso Legh Whannell – nella parte dei due buffi assistenti di Elise sin dalla prima uscita – nell’occasione sin troppo preponderante nello stemperare toni orrorifici già annacquati in partenza da un’orchestrazione a dir poco inesperta. Attendiamo dunque, con non troppa ansia a dire il vero, di sapere se il raccordo finale presente nell’epilogo di questo quarto episodio – ancora temporalmente antecedente al film primigenio – con il primo sarà destinato a scrivere la parola fine sulla serie, oppure a partorire un reboot, un sequel o uno spin-off. L’unica certezza è che sarà il botteghino a prendere la definitiva decisione. Ed è un peccato che un genere per sua natura sovversivo come l’horror – perlomeno quello a cavallo tra mainstream e indie che oggi va per la maggiore – si vada riducendo a questo assunto sin troppo venato di pragmatismo.

Daniele De Angelis