Infernal Affairs

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

“Sono un poliziotto”

L’edizione 2017 del Far East Film Festival di Udine ha offerto ai suoi spettatori la proiezione di Infernal Affairs, capolavoro del genere action di Hong Kong. Prima di far iniziare il film, i presenti hanno potuto ascoltare un intervento di Erik Tsang, celeberrimo attore e presentatore cinese, che sul palco del cinema Visionario ha definito senza esitazioni Infernal Affairs (in cui interpreta il boss Sam) il suo miglior film.
Datato 2002, Infernal Affairs è sicuramente un cult, in grande parte anche grazie a Martin Scorsese, che ha tratto il suo gioiello The Departed da una sceneggiatura remake di Infernal Affairs. È un grande piacere per cinefili e non mettere a confronto le due versioni della storia, molto vicine concettualmente e stilisticamente, anche se l’originale mantiene un sapore tutto suo, soprattutto in quanto rispetto agli action movies cinesi contemporanei è privo di qualsiasi abuso di effetti digitali: così Infernal Affairs, seppur ricco di elementi tecnologico-digitali, diventa quasi un mirabile testamento ad uno stile di filmmaking artigianale, in cui i movimenti di camera e il mondo in cui si muovono i protagonisti ha una sua consistenza concreta, lontana dalla fluidità irrealistica di un certo cinema digitale degli anni ’10. A proposito dei movimenti di camera, essi sono molto fluidi e perfettamente sincronizzati con il ritmo delle diverse scene, in particolare nelle tesissime imboscate dei poliziotti ai criminali; in questi momenti il montaggio alternato diventa quasi ubriacante, soprattutto considerando l’intrecciarsi di dinamiche e doppi giochi tra la stazione di polizia e la gang del boss.
Il tema dell’identità la fa da padrone, rappresentato dagli espedienti del poliziotto sotto copertura in mezzo ai criminali e del criminale sotto copertura tra i poliziotti. Entrambi sembrano avere difficoltà a riconoscersi nella loro posizione originale: Andy Lau (l’ispettore Lau Kin-ming) è attratto dal suo ruolo di agente del bene, mentre Chen Wing-yan, interpretato da un umanissimo Tony Leung, deve faticare per non dimenticarsi che la sua brillante carriera criminale è solo una recita. Questa coinvolgente danza tra verità e menzogna, tra realtà e finzione, potrebbe reggere benissimo da sola un qualsiasi film, dipingendolo di una riflessione sulla differenza che c’è in ogni uomo tra la persona che presenta quotidianamente agli altri, e il vero sé, sempre che questo sé continui ad esistere dopo anni di “recitazione sociale”. La sequenza dello stereo, in cui i due protagonisti condividono una simpatica conversazione senza sapere chi è l’altro, è forse la finestra per scorgere la vera identità del poliziotto-criminale e del criminale-poliziotto… Due uomini che possono godersi una canzone ben amplificata in un momento di relax. Di certo i due non sono i veri sé stessi con i propri colleghi, come è ovvio, ma nemmeno con le donne che amano: e quando queste donne scoprono la verità, la rivelazione le porterà, seppure in due modi diversi, all’eliminazione di ogni possibile rapporto con i loro uomini.
Erik Tsang, nel suo intervento a Udine prima della proiezione, ha sostenuto che Infernal Affairs, rispetto a The Departed, è costruito sulle relazioni personali tra i personaggi, mentre nel film di Scorsese le due talpe sono mosse principalmente dall’avidità e dall’ambizione. Questo è vero, però solo a partire dalla seconda metà del film, ovvero dopo che Lau e Chen rivelano all’altro la propria vera identità. A partire da quel momento, il film diventa davvero un grandioso scontro personale tra due uomini che hanno fin troppo in comune. Solo loro possono capire cosa significa sacrificare la propria vita per fingersi un altra persona, ma i loro obiettivi opposti purtroppo impediscono ogni forma di consolazione reciproca. L’incontro finale tra i due, in cima al grattacielo, è forse il momento più iconico del film, e una perfetta risoluzione allo scontro di personalità che regge la seconda parte del film.
La prima parte di Infernal Affairs è maggiormente segnata dall’antagonismo tra il boss Sam e l’ispettore Wong (memorabile la battuta rivolta da Sam a Wong che gli allunga la mano: “Chi ha mai visto qualcuno stringere la mano a un cadavere?”), ma in questa sezione a farla da padrone è lo stile cinetico da perfetto action-movie di Hong Kong: il montaggio è frenetico, i ralenties enfatici, i flashback fulminei, tutto questo nell’ambiente da giungla urbana di Hong Kong, con i suoi enormi spazi. A rivedere oggi Infernal Affairs, risulta inoltre molto notevole l’uso esteso dei cellulari come mezzo della narrazione, e l’elemento ricorrente del codice morse che cattura il ritmo nervoso della vicenda (come anche i vari tic dei personaggi). Tutto considerato, Infernal Affairs rivela oggi poche ingenuità (cosa che non si può dire di molti film di genere vecchi di 15 anni) e grazie alla sua sensibilità per i risvolti psicologici della propria trama si mostra come molto più che un riuscitissimo esercizio di stile nel genere hard-boiled… Il che sarebbe stato comunque abbastanza per renderlo memorabile.

Riccardo Basso