Incontro con Terence Davies

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Terence Davies a Roma per l’uscita in sala di “A Quiet Passion”

In occasione dell’uscita in sala del lungometraggio A Quiet Passion – presentato a suo tempo alla 66° Berlinale – prevista per giovedì 14 giugno, il celebre regista inglese Terence Davies è venuto a Roma per presentare alla stampa questa sua ultima fatica. L’incontro, avvenuto lunedì 11 giugno, presso il cinema Moderno, si è rivelato un’interessante occasione per approfondire non solo questo ultimo lavoro, ma addirittura l’intera filmografia – e il soggettivo modus operandi – dello stesso Davies. E così, al termine della proiezione, tra una battuta e l’altra con il pubblico, il simpatico cineasta di Liverpool ci ha svelato i segreti del suo fare cinema.

Partendo, dunque, proprio da questa sua ultima opera, Davies ha rivelato come il personaggio della poetessa Emily Dickinson lo abbia da sempre affascinato. “Avevo diciotto anni quando l’ho scoperta. Ricordo che in televisione Claire Bloom aveva letto alcune sue poesie. Da allora non ho fatto che approfondire per conto mio la conoscenza di questa grandissima poetessa.” – ha affermato. Una Emily Dickinson molto fedele al ritratto di lei che ci è stato tramandato, quella qui messa in scena. Si tratta, infatti, di una donna forte e fragile allo stesso tempo, un’artista che, in vita, non ha avuto i riconoscimenti che meritava (A Quiet Passion, tra l’altro, si scaglia proprio contro questa eccessiva convenzionalità che non sa riconoscere i veri talenti), una persona non proprio religiosa, ma con una grande spiritualità, la quale metteva la cura dell’anima quasi sempre al primo posto. Un personaggio affascinante che, inevitabilmente, dunque, ha finito anche per assumere alcuni tratti caratteriali e biografici dello stesso regista, il quale, sin dagli inizi della sua carriera, non ha mai disdegnato di inserire all’interno dei suoi lavori anche un certo autobiografismo. “Sono cresciuto a Liverpool, dove sin da quando ero bambino sono arrivati molti irlandesi, tutti cattolici. Ciò ha influito molto sulla mia educazione religiosa e anch’io, proprio come la mia Emily Dickinson, mi sono sempre considerato una persona molto spirituale. La protagonista del mio film, tra l’altro, ha sempre avuto un forte attaccamento nei confronti della propria famiglia. E io stesso, a mio tempo, consideravo la mia famiglia come la più bella famiglia che esistesse al mondo. Poi, ovviamente, con il tempo le cose cambiano e alcuni membri vengono inevitabilmente a mancare. Proprio come è successo a Emily, la quale, nonostante questo suo forte attaccamento, si è sempre rivelata particolarmente forte e anticonformista. Al punto di sentirsi quasi un’esclusa all’interno della società in cui è vissuta”. Altra cosa, questa, che accomuna il regista alla sua protagonista: “Sono cresciuto all’interno di una famiglia operaia. Quando ho scoperto di essere gay, ho pregato Dio affinché venissi accettato dalla società. Tuttavia sono rimasto un tipo solitario: non sono uno che partecipa alla vita, ma piuttosto uno che la osserva. Allo stesso modo, per i miei film, non amo un montaggio troppo veloce. Mi dà l’idea di un cinema fast food. Ecco perché i miei film sono lenti. Mostro le cose così come mi appaiono, come le vedo e le sento. Poi sta allo spettatore trovare una propria chiave di lettura”.

Per quanto riguarda la lavorazione, A Quiet Passion, proprio per la forma che Davies ha voluto dargli, si è rivelato un prodotto spesso difficile da gestire. In primis, c’era la questione della lingua. Dal momento che non viene parlato un inglese contemporaneo, è stato complicato, inizialmente, conferire ai dialoghi il ritmo giusto. Altra questione spinosa, ha riguardato la location. Per quanto riguarda gli esterni, è stato girato tutto davanti alla casa della stessa Dickinson, ma, dal momento che nella suddetta villa attualmente c’è un museo, per gli interni si è dovuti andare in Belgio. “Per me l’importante era che venisse ricostruita la stessa, calda luce della casa dove Emily Dickinson aveva vissuto. E così è stato fatto” – ha affermato Davies.
Particolare attenzione merita, inoltre, anche Cynthia Nixon, la quale ci ha regalato un’ottima prova attoriale nei panni della stessa Emily Dickinson. “Avevo visto soltanto un episodio di Sex and the City, peraltro senza audio. Mi interessava vedere le espressioni di Cynthia. Si tratta di una persona vera, passionale e con uno spiccato senso dell’umorismo, che sa rendere molto sul grande schermo”. E, più in generale, sul lavorare con gli attori:”Mi piace lavorare con gli attori, ma, durante le riprese, evito di fare più di sette take. L’ideale sarebbe riuscire a farne uno solo e a volte ci riesco. Alla fine è tutto più fresco e spontaneo”.
Penalizzato per anni da una distribuzione italiana spesso poco coraggiosa, Terence Davies ha tuttavia avuto modo di essere apprezzato – e non poco – da pubblico e critica. Ora, finalmente, grazie a Satine Film, pare che si sia trovato un posto dignitoso anche per lui all’interno del nostro palinsesto. E, diciamolo pure, era anche ora!

Marina Pavido