Incontro con Robin Campillo

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I fantasmi dell’A.I.D.S. in “120 battiti al minuto”

«”Quanti animali innocenti vivisezionati per curare questi cosi?“: per chi non l’avesse capito, questi cosi sarebbero i gay (“perdipiù” malati di Aids) raccontati da 120 battiti al minuto. Il post in questione, che commentava un’intervista al regista Robin Campillo e al protagonista Arnaud Valois pubblicata da un importante sito internet italiano, non è che l’ultima esibizione di quei “leoni da tastiera” che nelle ultime settimane hanno approfittato dell’uscita del film per tornare a esibire con orgoglio la propria – quella sì, incurabile – ignoranza.
Qualcuno dirà che sono casi isolati, “cretini” a cui non si dovrebbe prestare attenzione. Ma c’è molto di più, in quelle parole: c’è un odio per il diverso che dalla tastiera di un computer può riversarsi altrove. Per questo abbiamo sperato fino all’ultimo che 120 battiti al minuto riuscisse ad arrivare nelle sale italiane come “film per tutti”: sarebbe stato un segnale forte, per dimostrare che gli uomini che amano altri uomini non spaventano più nessuno. Così non sarà, perché il film è stato vietato ai minori di anni 14». Abbiamo voluto introdurre l’intervista all’autore di quest’opera con alcuni estratti dalla nota ufficiale della Tucker Film, che distribuisce un lungometraggio innegabilmente coraggioso. Le parole sopra riportate dimostrano quanto sia fondamentale mettere a tema questi argomenti, conoscere ciò che è stato, qual sia la situazione attuale e «quanto ci sia ancora da fare in termini di lotta», come ha sottolineato lo stesso cineasta.

Insieme ad alcuni colleghi, abbiamo avuto modo di incontrare Campillo, il quale ha lavorato tanto con Laurent Cantet (di cui ricordiamo La classe, insignito della Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2008) e che nell’ultima edizione della kermesse cannense ha vinto il Grand Prix conquistando per il mix creato e l’onda d’urto con cui travolte lo spettatore di turno.

D: 120 battiti al minuto è stato selezionato dalla Francia come candidato Oscar per il Miglior Film Straniero, ma non è l’unico film queer tra i favoriti dell’annata basti pensare a Una donna fantastica di Sebastian Lelio o all’ultimo lavoro di Luca Guadagnino. Incuriosisce che siano tutti europei e d’autore, come mai secondo lei?
Robin Campillo: In Europa è più facile produrre film indipendenti e posso parlare con più cognizione di causa della Francia. In tal senso il successo in patria del film mi rende felice anche perché c’è stato chi ha fornito dei finanziamenti e questo sta ampiamente ripagando l’investimento economico dei nostri produttori e il loro coraggio. A Hollywood, invece, c’è meno libertà, gli schemi produttivi degli studios imporrebbero qualche attore famoso per dare risalto al progetto o potrebbero esserci dei paletti su determinate scene. Io ho potuto muovermi come più desideravo, senza ricevere alcun tipo di limite né pressione.

D: Sembra che in quest’opera la tematica sociale sia sì significativa, ma quella ancora più importante è il tempo. Lei cosa ne pensa?
R. C.: Per me questo film è stato una riflessione sul tempo: gli anni sono passati, sono successe tante cose e sono sopravvissuto a persone che non ce l’hanno fatta. sono morte. Con gli attori ho lavorato per sincronizzare alcuni elementi della mia vita vissuta mettendoli in scena mixandoli con elementi di finzione. Io quindi per 120 battiti al minuto parlerei di spazio-tempo, aggiungendo un’altra dimensione, e ce ne sono varie, si va dalle aule dove si incontra l’associazione ai muri bianchi ai muri bianchi connessi all’atto di compiere delle azioni e, infine, ci sono i locali notturni dove il non c’è più la parola, ma sono in scena solo i corpi. Scatta così un andare fuori dal tempo, per com’è regolarmente inteso, proiettando verso l’infinito. Ho giocato su questi vari elementi e livelli per rievocare le emozioni e i sentimenti che si provavano quegli anni; anche per questa ragione non ci sono scene di raccordo in cui si scendono, ad esempio, le scale; è come se ci fossero dei passaggi tra una dimensione e l’altra non esplicitati.
C’è un aspetto singolare: mi sono reso conto che io di quel periodo della mia vita ricordo solo quello che facevo con Act Up Paris, i ricordi sul resto sono più sconnessi, quasi fossero un a parte con quella realtà. Ho ricostruito questa architettura mettendola in una prospettiva.

D: Lei ha affermato come ci sia un’impotenza politica ai giorni nostri, al contempo ha definito questo film anche politico. Che significato ha per lei questo termine?
R. C.: Non ho ancora avuto modo di distaccarmi dal film e mi rendo conto di essere geloso delle persone realmente esistite che sono rientrate in questa storia. Ciò che ho compreso col tempo è che la politica non è mai scissa dalla possibilità di compiere un atto politico. Si apre, a un tratto, una finestra che ti consente di intervenire in prima persona, sperando di cambiare le cose. Questo avviene quando si avverte l’urgenza. Io ero l’ultima persona che ci si sarebbe aspettati diventasse un militante; l’ho fatto quando ho compreso di aver sprecato la giovinezza e un amore con cui non ci sono stato mentre si ammalava e aveva bisogno di me. Ero fuori sincrono rispetto a ciò che stava accadendo. Mi sono riallineato solo successivamente, avvertendo il bisogno di fare qualcosa per evitare che altre persone ne pagassero le conseguenze. Quindi l’impegno politico deve ritrovare un corpo fisico in cui esprimersi, oggi, forse, non sono così evidenti le opportunità per un intervento simile.

D: Perché quest’opera che racconta di eventi ormai distanti è ancora “necessario”?
R. C.: Se devo rispondere sinceramente non ho pensato di girare questo film perché fosse necessario; l’ho realizzato perché io avevo bisogno di farlo. Due sono stati i punti fondamentali nella mia esistenza: l’epidemia di AIDS e il cinema. Sentivo il bisogno di mettere in contatto questi grandi capitoli della mia vita perché era venuto il tempo di chiudere il cerchio. Certamente l’ho girato nel modo più onesto possibile e mi stupisce constatare come venga recepito. Chi ha vissuto quegli anni è contento perché ha raccontato finalmente quell’iniziativa di associazionismo, quell’epoca così strana perché caratterizzata da un forte senso di morte. I giovani di oggi, invece, scoprono quel tempo che conoscono poco. Tuttavia 120 battiti al minuto per me rimane innanzitutto un film molto molto personale, che però può esser visto come un autoritratto collettivo.

Maria Lucia Tangorra