Incarnate

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Nel mondo degli incubi

Il new-horror targato Jason Blum vive di improbabili crossover narrativi, oltre che di produzioni ad un costo talmente calmierato da intaccare persino le basiche qualità ludiche dei film messi in cantiere. Prendiamo ad esempio questo Incarnate, tracciandone a grandi linee la trama per scoprire se ricorda qualcosa di pregresso. Abbiamo un non meglio specificato scienziato, rimasto paralizzato dalla vita in giù a seguito di un terribile incidente stradale in cui hanno perso la vita moglie e figlioletto, con la capacità innata di inserirsi nei sogni altrui per combattere le possessioni diaboliche. C’è ovviamente un arci-demone (sic!) al quale il dottor Ember (un Aaron Eckhart in versione stropicciata dai dolori della vita), appunto, dà la caccia in quanto convinto essere il responsabile della morte dei congiunti. Il fatale incrocio arriva a causa della non meglio spiegata presenza di Maggie – questo il nome del demonio in gonnella: si sa che il diavolo è essenzialmente donna nell’immaginario collettivo di addetti ai lavori e appassionati… – nel corpo di un ragazzino di nome Cameron, figlio di genitori separati e fresco di guarigione dalla frattura al braccio causata dal padre alcolizzato. Infine c’entra anche il Vaticano, tuttavia senza colpo ferire in qualità di mero osservatore.
Sarebbe dunque abbastanza facile definire Incarnate una rielaborazione quasi al plagio del tipo “Inception meets Insidious“, con Ember a vestire i panni di un novello Cobb (Leonardo Di Caprio) del magnifico film di Christopher Nolan a fronteggiare minacce esoteriche scaturite dal controllo onirico esercitato dal Male nei confronti di esseri umani innocenti. Per poi affidare il tutto ad una mano del tutto priva di qualsiasi capacità di sfumatura come quella del regista Brad Peyton, che vede in curriculum titoli scacciapensieri verso il basso come Viaggio nell’isola misteriosa (2012) e un catastrofico a grado intellettivo in pratica sotto zero quale San Andreas (2015). Un piatto, per usare una metafora gastronomica, da scongelare per essere servito alla tavola di cultori del genere senza molte pretese. Obiettivo allora parzialmente centrato, con qualche distinguo. In primo luogo il lungometraggio risulta in evidente passivo alla voce effetti speciali: se una delle ispirazioni avrebbe dovuto essere la saga (Insidious, appunto) partorita dal duo James Wan e Leigh Whannel allora viene a mancare proprio la prerogativa principale, cioè lo spavento dettato dal manifestarsi imprevisto e improvviso delle paure più subdole. Anche il tentativo di realizzare un’opera appartenente al filone esorcistico, sia pur in modo trasversale, si smarrisce nell’incapacità di prendere di petto il suddetto sottogenere: Incarnate offre infatti pochissime novità orrorifiche rispetto a ciò che si vede in una qualsiasi serie televisiva contemporanea appartenente al genere. Cavalca una tendenza senza la minima spinta all’innovazione, come sovente capita alle produzioni Blumhouse, in grado di scommettere solo su puntate sicure.
A salvare la baracca dal disastro completo arriva solamente la descrizione del personaggio di Ember, autentico catalizzatore di sventure esistenziali nonché capace di provare sofferenze al pari di ogni essere umano dotato di una qualche tridimensionalità. Fattore quest’ultimo in grado di suscitare quel minimo di empatia necessario a sopportare l’intera durata di un lungometraggio di pura routine ed i soliti doppi – se non addirittura tripli – finali, atti a sancire l’esito di una battaglia impari non solo nelle premesse di partenza. Tale quadretto ad ulteriore testimonianza di come la vera pulsione della paura scaturisca dall’attenzione dedicata alla vita vissuta, piuttosto che affidata a spaventi sin troppo rimuginati a tavolino per centrare anche il bersaglio.
Tirando le somme: guardarsi e rifarsi ad altro cinema non potrà mai essere la ricetta giusta per partorire qualcosa di veramente originale. Ecco allora che Incarnate va ad ingrossare le fila sin troppo corpose di quei film da discount di cui non si sentiva particolarmente la mancanza, genere o non genere.

Daniele De Angelis