In un giorno la fine

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Benedetto ascensore

In un giorno la fine è un esperimento.” Così Daniele Misischia nelle note di regia ha definito la sua opera prima, presentata nella sezione Riflessi della 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, prima dell’uscita nelle sale nostrane con 01 Distribution. Cornice ideale quella della kermesse capitolina per un film che verrà ricordato (se verrà ricordato) come il 28 giorni dopo de noantri.
Scherzi a parte, tornando a scorrere le dichiarazioni presenti nel press book, il regista rincara ulteriormente la dose quando afferma: “Riuscire a raccontare una storia di tensione, paura e suspense rimanendo chiusi tra le quattro mura metalliche di un ascensore. Un progetto complicato e ostico ma sicuramente molto divertente e stimolante.” Finite di leggere tali dichiarazioni, con la visione ormai alle spalle, viene da chiedersi quale tipo di esperimento abbia portato a termine Misischia nel suo film d’esordio, perché francamente facciamo davvero fatica a individuarlo. Tale dovrebbe essere, per quanto ci riguarda, un qualcosa che non è mai stato fatto, oppure una variazione rispetto a qualcosa di esistente al quale si tenta di dare una nuova veste o una nuova direzione. Ma a giudicare da quanto portato sul grande schermo, al di là della riuscita oppure no e della sua più o meno efficacia, nessuno dei suddetti casi trova qui una corrispondenza in quanto dichiarato. Ciò che rimproveriamo all’autore è, dunque, l’utilizzo improprio della parola esperimento, perché In un giorno la fine non è tale.
Come avrete modo di constatare, già la lettura della sinossi rivela in maniera piuttosto chiara l’assenza di originalità nel plot. Siamo in una Roma congestionata dal traffico e dal malumore. Claudio, un importante uomo d’affari, cinico e narcisista, una mattina, andando in ufficio per concludere un importante lavoro per la sua azienda, rimane bloccato in ascensore a causa di un guasto. Purtroppo però quel guasto sarà solo l’inizio. Un virus letale sta trasformando le persone in zombie, infetti dall’istinto omicida. Bloccato tra due piani e intrappolato in una gabbia di metallo, con gli infetti che fanno di tutto per entrare e massacrarlo, Claudio dovrà fare affidamento esclusivamente sul suo istinto di sopravvivenza per uscire da quell’inferno.
Quello con la quale ci confrontiamo non è altro che l’ennesimo survivor movie in chiave zombie, che nulla ha da aggiungere al già ricco e ormai logoro filone. La lista di titoli in tal senso è piuttosto vasta e conta su una serie di film prodotti a tutte latitudini. C’è poi il ricorso all’unità spazio-temporale, con la vicenda e i malcapitati di turno (in questo caso il solo Alessandro Roja nel ruolo di Claudio) braccati e circoscritti, alla pari della macchina da presa, in una sola location. Purtroppo, nemmeno su questo versante viene fuori quale sia l’esperimento al quale si riferisce Misischia, poiché di storie circoscritte e consumate in un’unica ambientazione se ne contano innumerevoli. Non c’è, infatti, luogo o non luogo che non siano stati teatro di vicende o situazioni analoghe o dalle medesime caratteristiche, al di là del genere d’appartenenza: dalla cabina balneare de Il casotto a quella telefonica de In linea con l’assassino, dalla stanza d’albergo de L’estate d’inverno e The Big Kahuna all’abitacolo di un’auto di Locke, passando per l’interno di una bara di Buried e per la stanza delle torture del primo capitolo della saga di Saw. Di conseguenza, l’originalità tanto quanto la sperimentazione sono fattori che vengono giocoforza meno, a maggior ragione se con la mente si vanno a scovare altre pellicole dove lo zombie movie o l’horror virale hanno trovato ospitalità nell’unità topografica. Senza riavvolgere troppo le lancette del tempo, casi simili si possono trovare in film come Rec (e relativo remake a stelle strisce, Quarantena) e Train to Busan. Se poi restringiamo ulteriormente il campo, l’ascensore ha già fatto da sfondo a film come The Elevator, Devil e Piano 17; quest’ultimo tra l’altro firmato dai Manetti Bros che sono tra i produttori di In un giorno la fine. Insomma, una volta messe insieme tutte queste analogie e similitudini, a quel punto i motivi d’interesse nei confronti di un’operazione che riteniamo un collage di cose già viste, scemano.
Ciò che resta è comunque un film godibile, che offre bagni di sangue splatter e qualche passaggio divertente. Questo non è sufficiente però a risollevare le sorti di un progetto sul quale pesano i limiti precedentemente sottolineati.

Francesco Del Grosso