In Dubious Battle

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Rivendicazioni dal frutteto

Una volta appurata la nobile origine letteraria – il romanzo omonimo di John Steinbeck; in italiano “La battaglia”, con traduzione illustre di Eugenio Montale – e scorrendo i grandi nomi presenti nel cast (su tutti il compianto Sam Shepard, ma pure Robert Duvall, Ed Harris), ci vuole poco a capire come In Dubious Battle coltivi l’ambizione di diventare una sorta di film-manifesto delle lotte per i diritti civili. Un’opera che possa fungere da risveglio nei confronti di uno status quo a dir poco sonnecchiante in materia. Ed è appunto d’importanza relativa che il lungometraggio diretto ed interpretato dal prolifico, a dir poco, James Franco sia ambientato, al pari del testo ispiratore, nel 1933 ai tempi della Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti: purtroppo determinate tematiche risultano sempre di stringente attualità a livello di discriminazione sociale, sia razziale che sessuale. Si vorrebbe dunque parlare o scrivere al meglio possibile di quest’ultima fatica di Franco, uomo di cinema realmente a tutto tondo che dedica alla Settima Arte ogni stilla della propria energia. A maggior ragione con premesse narrative, che vedono due attivisti supportare i braccianti malpagati e sfruttati dai proprietari terrieri nella raccolta delle mele, ad ispirare immediatamente sentimenti di solidarietà e condivisione d’impegno.
Eppure, durante la visione, In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi – come indica la titolazione italiana, con il film peraltro coprodotto e distribuito da Andrea Iervolino e la sua Ambi – rivela in pratica da subito un’impostazione da sceneggiato televisivo ricco di buone intenzioni ma quasi del tutto privo di quella profondità necessaria allo sviluppo artistico compiuto del progetto. Tutti i personaggi rimangono stereotipi in completa balia della presunta potenza del messaggio socio-politico, mentre il plot si arena ben presto tra le secche del racconto puramente manieristico. Non bastasse tutto ciò nell’epilogo il James Franco regista inciampa pure in una inopinata – dato lo sviluppo narrativo essenzialmente corale, in linea con una visione “comunista” delle vicende umane trattate – autocelebrazione del personaggio da lui interpretato, con un finale “cristologico” capace di rivaleggiare a colpi di retorica con il peggior cinema di Mel Gibson, tanto per dare un’idea a chi leggerà queste righe. Così, quello che in prima battuta avrebbe potuto essere l’avvincente racconto di una forte e dolorosa presa di coscienza da parte del giovane Jim Nolan (interpretato dal volenteroso Nat Wolff), voce narrante dell’opera, condotto per mano dal mentore e sindacalista in pectore Mac (James Franco), si trasforma gradatamente in un’illustrazione piuttosto asettica da ritratto d’epoca con poca anima e senso del pathos, che pure avrebbe potuto e dovuto abbondare in una vicenda storica tesa a rievocare gli albori di una sanguinosa lotta tesa all’ottenimento dei più elementari diritti sul lavoro.
Un film, insomma, che rivela senza troppi alibi tutta l’immaturità del James Franco regista, “reo” non solamente di un cinema dal vago sapore narcisista – imperdonabile pure la sbandata nella soap, con il personaggio interpretato da Selena Gomez a vestire i panni della ragazza-madre contesa, per un breve frangente narrativo, dai due protagonisti – ma pure artefice di una sorta di affronto al testo di Steinbeck, del quale la sceneggiatura – opera del fido collaboratore di Franco Matt Rager – rimaneggia personaggi essenziali come quello del dottor Burton, autentica coscienza simbolica dei fatti narrati nel romanzo, trasformando quindi la prosa essenziale dello scrittore in piatto didascalismo di stampo prettamente divulgativo. D’accordo sul fatto che un messaggio dalla valenza universale debba essere caratterizzato da una facile accessibilità; ma in questa specifica circostanza Franco confonde la stessa con la superficialità, non rendendo un buon servizio nemmeno ai valorosi attori coinvolti, citati ad inizio articolo.
C’è da sperare che la bulimia professionale del generoso interprete di 127 ore (2010) porti prima o poi a qualche frutto davvero maturo, tanto per rimanere nello spirito del film. Perché In Dubious Battle rappresenta soltanto una ottima occasione quasi del tutto sprecata.

Daniele De Angelis