Il tuo ultimo sguardo

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6.0 Awesome
  • voto 6

Una relazione all’inferno

Al Festival di Cannes 2016 pare sia stato lo sport preferito da addetti ai lavori e non solo: sparare a zero sull’ultima fatica registica di Sean Penn, Il tuo ultimo sguardo (The Last Face in originale), partorita a ben nove anni di distanza dall’acclamato Into the Wild. Il mondo va avanti e le cose cambiano, in tutta evidenza. Ed il “peccato originale” de Il tuo ultimo sguardo è persino troppo facile da individuare: l’eccessivo accumulo di istanze può creare o assuefazione oppure intolleranza. Ed è un rischio che il film non riesce a schivare. Primo drappo rosso sventolato metaforicamente da Penn di fronte ad una certa critica imbufalita il fatto di aver gettato nell’inferno africano di paesi quali Sudan e Liberia la storia d’amore, peraltro narrata (aggravante…) per ellissi, tra due sex symbol quali Charlize Theron e Javier Bardem. I cui personaggi interpretati dal duo – rispettivamente la figlia di uno dei maggiori filantropi mondiali, di recente scomparso, e un chirurgo impegnato sul campo per conto di Medici senza Frontiere – vivono la tormentata storia d’amore che li unisce e al contempo separa sullo sfondo di tragedie immani la cui efferatezza la regia di Penn quasi mai risparmia allo spettatore. Si fa dunque largo ben presto il sospetto di stare assistendo all’ennesimo lungometraggio più o meno catartico sugli insopprimibili sensi di colpa dell’opulento occidente, impotente di fronte ad eventi incontrollabili nella loro barbara ferocia. Consequenziale aumento del risentimento da parte dei detrattori. Tuttavia Sean Penn – e la sceneggiatura firmata da Erin Dignam – non ha alcuna intenzione di fermarsi a tutto ciò; aggiunge infatti A.I.D.S., infanzia abbandonata, varie problematiche esistenziali di protagonisti e personaggi di contorno e molto altro ancora. La misura, insomma, dovrebbe essere colma, al fine di catalogare Il tuo ultimo sguardo tra le opere “sbagliate” per assoluta assenza di modulazione narrativa. Come se si fosse tentato un improbabile crossover tra il cinema poderosamente introspettivo di Terrence Malick e quello, da soap in lussuosa confezione estetica, tipico di Susanne Bier. Opinione difficilmente confutabile. Eppure sussiste un visibile filo di coerenza a legare quest’ultima alle altre opere che vanno a comporre la scarna filmografia registica di Penn. Riscontrabile sotto la voce generosità. L’autore degli ottimi Lupo solitario (1991) e La promessa (2001) non smette nemmeno per un attimo di credere in ciò che racconta. La sua intenzione di alzare il velo di disinformazione e ipocrisia su quello che accade in paesi africani a cui il sistema capitalistico globale non è per nulla interessato è comunque lodevole. Al pari di un ultimo soldato giapponese che ancora non sa o non vuole credere che la guerra è finita da un pezzo. Con la sconfitta. Si potrà insomma discutere sui modi, ma non sulle premesse del discorso.
Probabilmente il fascino un po’ perverso de Il tuo ultimo sguardo risiede proprio nella temerarietà estrema di aver messo in relazione diretta uno sfaccettato rapporto sentimentale che non sarebbe potuto esistere se privato del contesto in cui è germogliato, ovvero tra gli orrori più indicibili che il cinema – non di finzione ma ancorato alla realtà – abbia mai mostrato. Retorica della sofferenza? Forse. Ma nella fattispecie è preferibile un’opera che pecca per eccesso di senso della misura piuttosto che il silenzio nei confronti di zone del mondo sulle quali il villaggio globale ha tutto l’interesse a tacere. Tra i molti difetti de Il tuo ultimo sguardo – tra i quali non c’è un giudizio negativo sulle performance attoriali, anzi; semmai un rammarico per ruoli poco scritti e perciò superflui come quelli interpretati dalla Adèle Exarchopoulos dello splendido La vita di Adele di Abdellatif Kechiche (2013) – risulta senz’altro in contumacia quello più importante, cioè la mancanza di un senso complessivo a contrassegnare l’intera operazione. Proprio per tale ragione Il tuo ultimo sguardo meriterebbe di essere visto, dibattuto, anche disprezzato se si vuole ma non lasciato cadere nell’oblio dell’indifferenza. Sempre sperando che ora non comincino le classiche, odiose, riletture critiche “a posteriori” delle precedenti opere di un artista e uomo a tutto tondo che meriterebbe solo rispetto, rispondente al nome di Sean Penn.

Daniele De Angelis