Il tunnel dell’orrore

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Non sono un elefante! Sono una mucca a due teste!

Nei tre film che lo consacrarono come icona indiscussa dell’horror cinematografico, Boris Karloff è di fatto una maschera muta, non molto dissimile da Lon Chaney Sr o Conrad Veidt. Vero, in quello che è considerato l’apice della trilogia con l’attore (e dell’intera serie Universal di Frankenstein), La Moglie di Frankenstein, la Creatura effettivamente qualche parola la dice, ma per il più del tempo il “mostro”, soprattutto nei due film di James Whale, è un uomo che con il silenzio tende al contatto, alla compassione e all’amore. I suoi atti distruttivi sono risposta alla sofferenza interiore dovuta a un’umanità che non lo capisce e accetta, ma che anzi lo ripudia come male da debellare. Il suo è un silenzio di dolore.

Quando Il tunnel dell’orrore entrò in pre-produzione, Tobe Hooper non sapeva ancora di poter inserire una delle leggende della storia del cinema: la prima realtà era quella affine alle sue opere precedenti, ovvero indipendenza a basso budget, tanto che lo sceneggiatore Larry Block fu pagato una miseria. Lo scenario cambiò drasticamente quando la Universal, alla ricerca di un horror da contrapporre al grande successo Paramount Venerdì 13, scelse proprio Hooper e il suo progetto, lasciando il povero Block con un pugno di mosche (si sarebbe rifatto successivamente quando la Universal dovette pagargli fior fior di royalties per assicurarsi i diritti di una trasposizione romanzata del film) ma rendendo all’improvviso Il tunnel dell’orrore un prodotto major. L’opera ha quindi un’importanza particolare nella carriera di Hooper: è vero che due anni prima, con l’adattamento televisivo de Le notti di Salem, aveva fatto il suo esordio nel giro che conta, ma questo è stato il suo primo film destinato alla sala cinematografica prodotto da una grande casa di produzione, apripista per il successo planetario di Poltergeist.

La possibilità di sfruttare il look originale della Creatura di Frankenstein, quella di Karloff e Jack Pierce, ha dato modo a Hooper di sviluppare un linguaggio filmico più complesso e variegato. Come i freak del luna park (chiamati dagli imbonitori tutti figli di Dio, non dell’uomo, e tutti vivi, a citare con sarcasmo il famoso “it’s alive! Now I know what it feels like to be God!” pronunciato dal dottor Frankenstein), il mostro e la mucca a due teste, il film è un’opera bifronte: può essere letta chiaramente come pura opera di intrattenimento di grande artigianato, immersa nella fotografia debitrice di Bava e Argento e che trova nelle magnifiche scenografie e nella partitura orchestrale le punte di diamante tecniche; ma vi è anche una riflessione molto più profonda.

Film sull’incomunicabilità e sulla solitudine, Il tunnel dell’orrore fa del silenzio il grande protagonista. Muto come la Creatura, il povero mostro non indossa la maschera di Frankenstein per nascondersi, ma per palesarsi: come la Creatura, è in costante, fallimentare ricerca di amore. La cerca in quello che si professa il padre, un magnifico Kevin Conway, che nel film si moltiplica nei tre imbonitori del luna park, e la cerca soprattutto nella figura femminile: nell’atto sessuale con l’indovina, nell’abbraccio con Liz, in Amy. La violenza in lui è pura reazione al vedere di essere disprezzato come essere vivente, rifiutato come loro pari.

Il suo è inoltre un legame non solo con la Creatura, ma anche con il personaggio per eccellenza del corpus hooperiano, Leatherface, anch’egli maschera muta: se questi metteva a nudo la propria sconfitta facendo danzare a vuoto la motosega, diventata di colpo simbolo fallico d’impotenza, il mostro muore “danzando” per il dolore tra gli ingranaggi (il compositore, John Beal, ha detto di aver voluto accelerare il tema della colonna sonora per questa scena per renderla un macabro valzer). Una tematica, quella del mostro più umano degli umani, che in quegli anni fu molto esplorata dal cinema mainstream, basti pensare a The Elephant Man o a Sloth, ne I Goonies.

Non è affatto un caso che la pellicola inizi e finisca nella totale assenza di dialoghi: per sentire la prima parola del film bisogna aspettare circa 3 minuti e 20 (6 se si considerano i titoli di testa), mentre l’ultima parola arriva addirittura a 12 minuti dalla fine (13 e 30 se si considerano i titoli di coda). La prima parola è “Joey!”, l’ultima “Run!”. Due esclamazioni che scandiscono perfettamente il ritmo della pellicola e le sue due facce: se il primo silenzio è quello goliardico, a suon di omaggio a Psycho e alle soggettive argentiane, tette e coltelli finti, a far credere che il film sia tutto spasso in cui nessuno si fa male (la scena fu girata a fine riprese per volere dei produttori, che temevano la mancanza di azione vera e propria nella prima mezz’ora di film), il secondo è summa della disperazione del diverso, che si vede respinto. Nel suo lunghissimo inseguimento verso Amy, c’è la lacrima di Karloff quando scopre di essere schifato persino da quella “moglie” creata appositamente per la sua compagnia.

Lo stesso Joey, il fratellino di Amy, alter ego “bello” del mostro, vive nel silenzio e non ha una vera e propria collocazione all’interno del film, vaga senza una meta e un perché in scene del tutto inutili ai fini del susseguirsi degli eventi, alla ricerca di una comprensione che non trova nemmeno in famiglia.

Così, come il film inizia con una citazione hitchcockiana, si conclude alla stessa maniera: la panoramica dell’alto che osserva il luna park ancora dormiente nelle prime ore del mattino, con Amy allontanarsi verso casa, ricorda la soggettiva degli uccelli che osservano Bodega Bay in fiamme con disinteresse fatalista. Qui però vi è derisione a tutti gli effetti: la risata sguaiata dell’inquietante matriosca che giganteggia sulla funhouse è la derisione di Dio verso un’umanità che non fa che palesarsi come cul de sac evoluzionistico. Come i clienti del luna park vanno a osservare per puro piacere donne nude, scherzi di natura e spettacoli di magia macabri, in arroganza di superiorità, Dio osserva i clienti: Dio vede e sente tutto, aveva detto la vecchia “pazza” alle due ragazze protagoniste la sera prima dei misfatti. Ecco quindi che la risata liberatoria di Marilyn Burns che concludeva Non aprite quella porta diventa qui un ghigno denigratorio e asfissiante: siamo tutti figli di Dio, siamo tutti vivi, siamo tutti mucche a due teste.

COMMENTO ALL’EDIZIONE BLU RAY MIDNIGHT FACTORY
Alla terza prova nella categoria Classics, dopo L’Armata delle Tenebre e Carrie (senza dimenticare Zombi, antecedente però alla nascita della collana), Midnight Factory continua il suo viaggio celebrativo nell’horror americano con un tributo, a distanza di un anno dalla scomparsa, a Hooper. Non solo quindi a un’opera che, come abbiamo visto, merita di stare tra i grandi titoli della sua filmografia e dell’horror anni ‘80 in generale, ma anche ad aspetti meno conosciuti del grande maestro.

Fiori all’occhiello di questo cofanetto in edizione limitata sono infatti la proposta degli esordi del regista, finora inediti in italiano. Eggshells, il suo primo lungometraggio, è una mistura (abbastanza sconclusionata) di art-house, psichedelia e fantascienza; figlio fino al midollo del suo tempo, il film è comunque tappa importante che ha permesso a Hooper sperimentazioni e approcci stilistici poi diventati marchi autoriali del suo cinema (ad esempio lo scantinato che anticipa Non aprite quella porta). Probabilmente meno importante ma sicuramente molto più godibile è il corto The Heisters, primissima opera di un Hooper ancora studente e omaggio tanto alla comicità muta che ai colori sanguigni della Hammer (opera che fu a un passo dalla nomination Oscar, sfuggita per il dilungarsi delle tempistiche di post-produzione).

Vi sono poi interviste a Hooper (ovviamente la più lunga e interessante), l’”uno e trino” Kevin Conway, William Finley, il produttore Mark Lester e il compositore John Beal (interessante i suoi ricordi sulla scelta di una colonna sonora orchestrale, in un’epoca in cui i sintetizzatori dominavano il cinema popolare); scene, decisamente superflue, girate esclusivamente per la versione televisiva, sottoposta a censura; commento audio di Hooper sia per Il tunnel dell’orrore che Eggshells.

Molto bella è la fattura del box, una slipcase cartonata con apertura a tre ante e libretto in doppia lingua incollato, e ancora più gradito è il contributo di Enzo Sciotti, uno dei giganti dell’illustrazione cinematografica italiana anni ‘80 e ‘90 (in carriera ha realizzato oltre tremila manifesti): è sua la copertina, appositamente commissionata per questa edizione.

Le poche note negative riguardano la mancata sottotitolazione dei commenti audio, pienamente apprezzabili quindi solo da chi ha una perfetta conoscenza dell’inglese, e la relativa scomodità nel maneggiare i due dischi sovrapposti nella stessa parete della slipcase. Pazienza. Non esitate ad acquistare un prodotto convincente sia sul lato cinefilo che su quello fetish-collezionistico.

Riccardo Nuziale

Il tunnel dell’orrore (The Funhouse)
USA, 1981
Regia di Tobe Hooper
Con Elizabeth Berridge, Cooper Huckabee, Largo Woodruff, Miles Chapin, Kevin Conway, Sylvia Miles, William Finley
Aspect Ratio: 2.35:1
BD-50
Durata: 95 minuti (versione uncut), 90 minuti (versione italiana), 85 minuti (Eggshells), 10 minuti (The Heisters)
Audio: Italiano 2.0 DTS HD master audio, Inglese 5.1 DTS HD master audio, Inglese 2.0 DTS HD master audio
Sottotitoli: Italiano

SPECIFICHE CONTENUTI LIMITED EDITION
DISCO 1
Versione italiana del film
Extra: Arriva qualcosa di malvagio – Intervista col produttore esecutivo Mark L. Lester, Colonna sonora, Interviste a Tobe Hooper, Kevin Conway, William Finley, Scene alternative per la TV
DISCO 2
Versione uncut del film
Extra: Commento audio originale, Trailer, Spot TV
DISCO 3
Corti di Tobe Hooper (Eeggshells, The Heisters)
Extra: Commento a Eeggshells, Credits