Il segreto di Pulcinella

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il killer (in)visibile

Cos’è un “Segreto di Pulcinella”? Presto detto: è un idiotismo della lingua italiana usato per indicare un segreto che non è più tale, qualcosa che ormai è diventato di pubblico dominio nonostante i tentativi di tenerlo nascosto da parte di chi lo detiene e, più in generale, la locuzione può anche essere usata per sottolineare un’ovvietà. Insomma, qualcosa che è sotto gli occhi di tutti e che in molti fanno finta di non vedere. Quel qualcosa nell’omonimo documentario firmato da Mary Griffo, che prende in prestito il titolo proprio dal suddetto idiotismo, è quanto da anni accade in una vasta area situata nell’Italia meridionale, che si estende in Campania, a cavallo tra la provincia di Napoli e quella di Caserta, battezzata in seguito al Rapporto Ecomafie 2003 di Legambiente “Terra dei Fuochi”.
Lì da decenni la criminalità organizzata ha sversato e continua a sversare e interrare milioni di metri cubi di rifiuti tossici di ogni sorta (tra cui amianto e idrocarburi), provocando, oltre all’inquinamento di falde, terreni coltivati e allevamenti, anche forme tumorali che hanno portato alla morte di bambini e adulti residenti nelle vicinanze delle zone imputate. Morti, queste, causate anche dai roghi quotidiani dei rifiuti incendiati, disseminati, o abbandonati in discariche abusive e in prossimità di zone abitate. Il tutto è entrato a fare parte della narrazione mediatica attraverso le immagini che, come in un bollettino di guerra, venivano e vengono tutt’ora riportate sul piccolo schermo e sulle pagine dei quotidiani. Ciononostante i potenti e chi dovrebbe fare qualcosa non hanno voluto fare niente per mettere la parola fine a quello che a tutti gli effetti può essere definito un biocidio. Tutto in nome del profitto dei pochi legati a giganteschi interessi e per sotterrare le identità – anche illustri – dei responsabili.
C’è chi, però, al silenzio a preferito gridare ad alta voce la verità negata puntando il dito contro il killer (in)visibile che ogni giorno distrugge e miete vittime, un omicida seriale che compie i propri delitti alla luce del sole. Quel qualcuno è un gruppo sempre più nutrito di uomini, donne, adolescenti, medici, preti, casalinghe, mamme, figli, giornalisti, coraggiosi investigatori e attivisti; tutti accomunati dallo stesso timore e dalle stesse ansie, perché tutti vivono sotto lo stesso cielo, nel quale si disperdono i fumi prodotti dai fuochi. Loro hanno scelto di combattere e di non voltarsi dall’altra parte. Questa lotta e non solo ha trovato terreno fertile e sano sulla timeline del documentario di Mary Griffo, Il segreto di Pulcinella – Storie dalla Terra dei Fuochi, presentato in anteprima italiana nel fuori concorso della 15esima edizione del Sa.Fi.Ter., dopo la premiere dello scorso novembre al Festival du Film Italien de Villerupt.
Per l’esattezza ci troviamo al cospetto di una docu-fiction, forma ibrida nella quale, in questo caso, vanno a convergere tre piani narrativi ben distinti che nei 76′ a disposizione si cedono di volta in volta il testimone: documentario d’inchiesta, teatro e fiction. Questi piani, con relativi linguaggi e codici identificativi, stili e modus operandi, si alternano sullo schermo dando origine a un architettura drammaturgica stratificata, che per gran parte della durata scorre in maniera efficace, salvo in rarissimi casi quando si nota uno scollamento. Quest’ultimo si verifica in primis nelle sequenze di fiction, quelle che vedono Marisa Laurito nel ruolo della moglie di Carmine Schiavone, un tempo boss temuto della mafia e ora pentito redento. Le parti affidate all’attrice partenopea fanno da controcampo e compendio ai brani dell’intervista allo stesso Schiavone. Fiction e documentario qui si intrecciano senza soluzione di continuità, ma non sempre in maniera equilibrata e armoniosa. L’intervista all’ex famigerato boss è una bomba a orologeria che tiene incollati allo schermo, perché dotata di un peso specifico che le parti di fiction al contrario non riescono loro malgrado a eguagliare. Non è in discussione la performance attoriale della Laurito, sentita e partecipe, ma il modo in cui questa viene incastonata nel tessuto narrativo; quanto basta per assumere la forma di un corpo estraneo inserito con delle forzature dettate dalla scrittura a tavolino.
Diversa la resa e i risultati che gli altri due piani sono riusciti a raggiungere. Da una parte, il documentario classico d’inchiesta funziona e colpisce nel segno, anche grazie al buon utilizzo dei materiali di repertorio raccolti e assemblati con le interviste. Dall’altra, ossia la componente teatrale basata sul racconto di Pulcinella ai bambini, funziona altrettanto bene. La sua voce e il suo volto simbolo della cultura napoletana all’estero, saranno il filo rosso che attraverserà l’intero documentario. Proprio il burattino Pulcinella, infatti, protagonista del teatro delle guarattelle e animato da Bruno Leone, introdurrà o anticiperà i temi e le storie che i personaggi raccontano, traghettando lo spettatore in quella che un tempo era la Campania fertile e felice, ormai trasformata in Terra dei fuochi, un luogo triste, pieno di fumi, cibo avvelenato e malattie; una specie di “pattumiera d’Italia”, una terra da riconquistare e ricostruire. Di fatto, la presenza di questi altri due piani consentono all’opera della regista campana di collocarsi di default esattamente a metà strada tra i due approcci alla materia, diametralmente opposti, offerti rispettivamente in Biùtiful Cauntri del trio Calabria-D’Ambrosio-Ruggiero e in Bella e perduta di Pietro Marcello: dal primo prende la forza devastante dell’inchiesta, mentre dal secondo cerca di replicare, non con la medesima incisività, la poesia dell’Arte messa al servizio di un racconto immaginifico.
Il segreto di Pulcinella è un’opera coraggiosa e importante, alla pari di tutte quelle che si sono fatte portatrici di atti di denuncia nei confronti di impunità, malvagità, verità negate, ingiustizie e atrocità perpetrare. Quello della Griffo è un film meritevole di attenzioni per il valore informativo e di testimonianza consegnato allo spettatore di turno. Tale valore va riconosciuto, sottolineato e riportato. Tuttavia, c’è un limite e un neo nel progetto che, per quanto ci riguarda, non può essere ignorato. Quel limite, che non ne frena le aspirazioni e i meriti riscontrati, è il controllo della misura, ossia la mancanza di un freno che impedisce all’autrice di valicare la linea rossa. Il problema si nota soprattutto nel piano documentario, quando il fruitore si trova a fare i conti con il montaggio di alcuni brani di interviste, nello specifico alle madri dei bambini deceduti. Il sottolineare ed enfatizzare il racconto con dettagli come foto su magliette o fotografie delle vittime a compendio delle testimonianze orali, l’indugiare su primi piani che restituiscono la commozione della figura di turno, prestano il fianco, a nostro avviso, a una spettacolarizzazione del dolore. Le parole e i racconti restituiti sullo schermo dalla regista campana erano già carichi di sofferenza e dolore, toccanti e potentissimi, tanto da arrivare al cuore e alla mente dello spettatore come delle vere e proprie pugnalate. Le suddette aggiunte rappresentano quel plus di troppo che infligge alla vittima un ulteriore, evitabile, colpo di grazia. La cosiddetta “TV del dolore” è maestra di tale pratica. Alcuni passaggi de Il segreto di Pulcinella scivolano purtroppo in queste sabbie mobili, le stesse nelle quali si sono inabissate molte altre opere analoghe (vedi la vasta filmografia di documentari realizzati sull’ILVA). Il docu-film della Griffo non ne aveva affatto bisogno, per cui la presenza sulla timeline di questi nei influisce negativamente su un giudizio complessivo che altrimenti sarebbe stato un altro.

Francesco Del Grosso