Il ritorno dei morti viventi

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Fa andare via il dolore

Correva l’anno 1981 e due giovani ma già brillanti stelle del cinema indipendente americano (uno proveniente dal successo di Piranha, l’altro dal trionfo di Blues Brothers), Joe Dante e John Landis, cambiarono in simultanea l’horror cinematografico in un aspetto preciso. Con il sostegno creativo di effettisti, anch’essi giovani ma prossimi alla consacrazione, quali Rob Bottin e Rick Baker, Dante e Landis presero una delle creature dell’horror, tra quelle canonizzate dalla Universal agli albori del cinema sonoro, e lo stravolsero. Il licantropo, come tutti gli altri mostri, non aveva una tangibile tridimensionalità corporea. Non che non avesse una complessità ben definita, ma a mancare era sempre stata la dimensione fisica: la trasformazione di Lon Chaney Jr avveniva con delle semplici dissolvenze, un espediente che non era cambiato di una virgola dalla morte del conte Orlok nel Nosferatu di Murnau. La credibilità stava a zero: come poteva una mutazione tanto drastica risolversi in un maniera così semplice, priva di conseguenze?

È qui che Dante e Landis, con L’ululato e Un lupo mannaro americano a Londra, si trovarono uniti nel discordare su questo punto, nel tagliare con il passato: la trasformazione non può essere una cosa da poco. Ecco quindi due delle scene più iconiche dell’intera storia dell’horror e del make-up cinematografico, veri e propri tour de force morbosi, autentico feticismo dello strazio (è possibile vederle qui: 12). Nel trasformarsi in licantropo, i protagonisti sentono dolore. Non il dolore interiore, emozionale della Creatura di Frankenstein di Whale, bensì dolore fisico, atroce, insopportabile: il licantropo è il primo carnefice di se stesso, vittima della sua stessa maledizione.

Nel 1984 allo sceneggiatore Dan O’Bannon, già passato alla storia con la scrittura di Morti e sepolti, Dark Star e soprattutto Alien, viene proposto di fare il grande passo alla regia per sostituire Tobe Hooper nel dirigere uno zombie movie strettamente imparentato con il La notte dei morti viventi, lo spartiacque di George Romero. Hooper mollò perché più interessato a prendere l’impegno con la realizzazione di Space Vampires (tra l’altro co-sceneggiato dallo stesso O’Bannon).

Parlare di sequel è quantomeno improprio, sia perché O’Bannon ha sempre dichiarato di avere troppo amor proprio e rispetto per il capostipite da volersene distaccare il più possibile da un punto di vista stilistico, creando non poche incomprensioni con la produzione, inizialmente sbigottita nel vedere morti viventi così scattanti, sia perché a far evolvere il mondo del capolavoro romeriano ci ha sempre pensato Romero stesso, con una serie di seguiti iniziata nel 1978 con Zombi.

Perfettamente calato nello Zeitgeist 80s che volle coniugare, con risultati più o meno parossistici, l’horror con la commedia, il film è diventato prestissimo oggetto di culto per la sua forza dinamica, per la sua trascinante colonna sonora a base di punk, effetti speciali che portarono gli zombie a essere visti come mai in precedenza (prendendo anche qui le distanze da Romero, prendendo direttamente ispirazioni da studi di cadaveri e delle mummie di Guanajuato), nudità e ritmo sfrenato.

Ma un aspetto, forse ancora più importante, viene spesso taciuto. Perché che i morti viventi del film siano velocissimi e comicamente famelici, con tanto di scenette buffe (la chiamata della centrale affinché mandino altri poliziotti), è pienamente in sintonia con lo spirito del film, così come i retroscena apocalittici di nubi tossiche, piogge acide, pandemie e soluzioni finali (riprendendo in qualche modo il Mattei di Virus, anticipando Street Trash e presagendo addirittura Chernobyl); lo è molto meno la visione dello zombie che il film porta a dare. Nella scena più commovente della pellicola, quella che vede la “mezza zombie” legata e costretta a confessarsi ai protagonisti, O’Bannon si discosta non solo da Romero, ma anche da tutta la tradizione precedente, rendendo i suoi morti viventi dei morti sofferenti: mangiano cervelli non per fame, non per istinto, ma per placare il dolore che lo status di zombie comporta. La stessa trasformazione è un atto doloroso del tutto in linea con quello dei werewolfes di Dante e Landis. Tanto che il finale, così spaventoso per noi vivi, è per loro una pace che finalmente arriva.

Forse il meno grande tra i classici Midnight finora editi, Il ritorno dei morti viventi è comunque un film che non ha perso un goccio della sua forza ludica, tanto meno del suo insospettabile sapore poetico.

COMMENTO ALL’EDIZIONE BLU RAY MIDNIGHT FACTORY

Sembrano passati millenni da quando la neonata “fabbrica della mezzanotte” proponeva cult trash come Zombeavers e Piranha 3DD, titoli che non lasciavano presagire una scalata così repentina. Sono invece passati poco più di tre anni e Midnight Factory è un’etichetta dal respiro e lo spessore sempre più internazionali, forse l’unica che abbiamo. Tanto che, giunta solo alla quinta prova, la collana Midnight Classics è già… un classico. Bellissimi i cofanetti a livello di packaging (anche questa copertina è opera di Enzo Sciotti), sempre più inattaccabili a livello di specifiche.

Questa edizione de Il ritorno dei morti viventi è poi, con ogni probabilità, la migliore edizione attualmente in commercio in tutto il mondo, superiore anche alle dirette concorrenti made in USA & UK, un’abbondanza di contenuti da lasciare sfiniti. Fiore all’occhiello è ovviamente il monolitico documentario More Brains, con le sue due ore di durata più lungo addirittura del film che esamina, ma da segnalare anche i gustosissimi Come fare un morto vivente, sui retroscena riguardanti effetti speciali e creazione degli zombie, The decade of darkness, riflessione sull’horror degli anni ‘80 e le sue peculiarità, e Party Time, incentrato sulla frizzantissima colonna sonora del film.

In attesa del pezzo da novanta Non aprite quella porta, previsto per fine novembre, non si può che ripetersi nell’applaudire questo piccolo grande miracolo del mercato home video nostrano.

Riccardo Nuziale

Il ritorno dei morti viventi (The return of the living dead)
USA, 1985
Regia di Dan O’Bannon
Con Clu Gulager, James Karen, and Don Calfa
Aspect Ratio: 1.85:1
BD-50
Durata: 90 minuti (disco 2: 166 minuti; disco 3: 182 minuti)
Audio: Italiano 2.0 DTS HD master audio, Inglese 5.1 DTS HD master audio, Inglese 2.0 DTS HD master audio
Sottotitoli: Italiano

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DISCO 1
Commento audio di Gary Smart e Chris Griffiths
Il trailer sanguinario
Il trailer ancora più sanguinario
The Talking Dead
Tv spot
Credits

DISCO 2
More brains: il documentario definitivo
I morti sono risorti
Come fare un morto vivente

DISCO 3
Copia lavoro del film
The Decade of Darkness
Party Time: il ritorno dei morti viventi in musica
Terre sconsacrate: una visita alle location del film
Designing the Dead