Il professore cambia scuola

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  • voto 6.5

Quando si abbattono i “muri”

Non è la prima volta che la scuola e la figura dell’insegnante diventano materia viva per un film o uno spettacolo teatrale. Nel primo caso senza dubbio appartiene all’immaginario collettivo di tutti il professor Keating nella straordinaria interpretazione di Robin Williams ne L’attimo fuggente di Peter Weir; nel secondo caso ci viene in mente una pièce vista recentemente all’Elfo Puccini di Milano, “La Classe” di Vincenzo Manna, per la regia di Giuseppe Marini (produzione Accademia perduta Romagna Teatri, Società per attori, Goldenart production). In quest’opera ambientata ai giorni nostri, si pone al centro la classe di recupero crediti per studenti sospesi per motivi disciplinari. Il tutto all’interno di una scuola superiore situata in un quartiere multietnico alla periferia di una cittadina europea, che diventa specchio della depressione sociale ed economica. Con le dovute differenze di plot rispetto a Il professore cambia scuola (ci teniamo a riportare il titolo originale Les grandes esprits), c’è un punto di contatto fortissimo tra i due, che sembra essere la chiave di svolta: conquistare la fiducia dei ragazzi. Probabilmente il primo passo è abbattere anche i propri muri e pregiudizi ed è ciò che si può notare, nello specifico, nell’evoluzione del prof. François Foucault (reso molto credibile da Denis Podalydès della Comédie Française). I toni scelti da Olivier Ayache-Vidal (sceneggiatore e regista alla sua opera prima) sono leggeri, ma non per questo meno efficaci nel restituire con realismo l’«handicap socioculturale» che vige in determinate zone, forse alimentato anche dagli approcci precostituiti degli adulti/insegnanti.
«Una mente che non legge dimagrisce, come un corpo che non mangia», diceva Victor Hugo ed è questo che il docente mandato dal più prestigioso liceo parigino cerca di trasmettere a chi non sa neanche chi sia questo scrittore francese perché, magari, si sente un idiota (o come tale è stato trattato).
«A contatto con gli studenti, mi è stato chiaro da subito che loro erano gli unici in grado di trasferire le loro parole sullo schermo e che nessuno meglio di loro avrebbe potuto incarnare quei personaggi. Pertanto, solo i ruoli principali della sceneggiatura sono stati interpretati da attori professionisti», ha spiegato il regista. «Questo film non è destinato a mostrare una verità sulla capacità del sistema educativo nazionale francese né a fornire risposte e soluzioni per le scuole situate in zone “difficili”. Ispirato alle recenti, contraddittorie opere di Philippe Meirieu e Liliane Lurçat, il mio film ha l’ambizione di offrire una fotografia dell’istruzione pubblica e aprire il dibattito sulle possibili risposte che l’educazione nazionale può dare a questi studenti, a cui è difficile proporre un modello pedagogico unitario». Dal lungometraggio emerge, infatti, come in primis l’insegnate debba mettersi in discussione, utilizzando degli strumenti che creino dialogo effettivo con gli studenti, adattandosi di volta in volta. Il professore cambia scuola ha il pregio di non scadere in facile retorica, ma col sorriso riesce a far andare al di là del caso specifico affrontato, riuscendo nell’intento di portare a una riflessione sul rapporto docente-alunno e di cosa possa fare la scuola pubblica nel processo educativo, ripartendo probabilmente dalla domanda: «cosa vi interessa nella vita?».
Dopo esser stato presentato nel 2018 al Festival del Cinema Europeo di Lecce, il film è nelle nostre sale dal 7 febbraio.

Maria Lucia Tangorra