Il primo Re

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7.0 Awesome
  • voto 7

Fuoco cammina con noi

Quando nell’ambiente iniziarono a circolare le prime indiscrezioni riguardanti il quarto lungometraggio di Matteo Rovere e una volta delineato con esattezza il DNA del progetto, a cominciare dal genere nel quale si andava a gamba tesa a collocare, una fortissima curiosità si è subito impossessata delle menti degli addetti ai lavori – la nostra compresa – e del pubblico in generale. Curiosità che, con lo scorrere del tempo, si è poi tramutata in un’attesa via via sempre più grande nei confronti di un’operazione sulla carta ambiziosa, dal respiro internazionale e lontana dagli attuali standard produttivi della cinematografia italiana. Un’operazione, questa, che per arrivare in porto ha richiesto una lunga e approfondita preparazione, sette settimane di riprese, quattordici mesi di postproduzione e un budget complessivo che gravita intorno ai nove milioni di euro (in coproduzione con il Belgio).
Ma ora che Il primo Re si è finalmente palesato nelle sale (a partire dal 31 gennaio) con le 300 copie messe a disposizione da 01 Distribution, l’attesa – almeno per quanto ci riguarda – è stata ripagata dalla visione di un film che, seppur con qualche carenza strutturale nella scrittura dettate dalla velocità di alcuni interscambi narrativi e drammaturgici presenti in una timeline che oltrepassata la soglie delle due ore, può considerarsi in gran parte riuscito. Riuscito per una serie di motivi che andremo qui di seguito ad evidenziare e che al netto delle suddette fragilità consegnano allo schermo una pellicola della quale andare fieri e da difendere, in primis dagli attacchi di chi non ha gradito e si aspettava ben altro.
Con Il primo Re, il regista e produttore capitolino regala alla platea e al contempo all’inesistente industria cinematografica nostrana contemporanea un oggetto filmico ampiamente lontano dalla portata del suo radar, vuoi per la tipologia di progetto, vuoi per lo sforzo produttivo richiesto e profuso per dargli vita, vuoi per le precise linee guida che l’autore ha deciso di seguire per dargli forma e sostanza. Se dell’impianto produttivo abbiamo già parlato, sintetizzando quanto e cosa ci è voluto ed è stato speso per dare vita al film, per quanto riguarda la natura del progetto, quella di fronte la quale ci siamo trovati è un’operazione tanto complessa quanto coraggiosa.
Dopo il successo di Veloce come il vento, con il quale Rovere ha di fatto riportato in Italia un racing movie sulle quattro ruote degno di nota, il cineasta ha alzato e di molto l’asticella di difficoltà (e di conseguenza i rischi) andando a ripescare nell’antica e gloriosa storia della cinematografia tricolore un filone ormai dimenticato e chiuso a doppia mandata – produttivamente parlando – in un baule in soffitta. Stiamo parlando del peplum, sottogenere del dramma storico del quale l’Italia è stata tra i grandi cultori della materia, ma che nei decenni ha fatto perdere gradualmente le tracce sino a scomparire, lasciando definitivamente il palcoscenico ai kolossal a stelle e strisce. In tal senso, l’avere riesumato tale filone, per di più con esiti più che apprezzabili, è già meritevole di un plauso. Per farlo, Rovere ha attinto a piene mani dai fasti del suddetto filone, prendendone in prestito temi, stilemi e dinamiche classiche fondanti, ma con un approccio personale, che lo ha portato a prendere decisioni e ad operare scelte mirate che possono essere condivise oppure no. Tra queste c’è sicuramente quella di rimanere con i piedi saldamente piantati nella terra di mezzo che sta tra la Storia e il Mito, portando sullo schermo una delle lotte fratricide per antonomasia che si perdono nella notte dei tempi, ossia quella tra Romolo e Remo, sul cui sangue è nato non solo un Impero ma le basi della nostra civiltà e dell’intero Occidente.
Abbandonato il presente nel quale erano ambientati i precedenti film che ne portavano la firma in calce (Un gioco da ragazze, Gli sfiorati e il già citato Veloce come il vento), per la sua ultima fatica dietro la macchina da presa il regista romano ha deciso di riavvolgere nuovamente le lancette dell’orologio come aveva fatto all’epoca degli esordi sulla breve distanza con i pluri-premiati Sulla riva del lago e Homo Homini Lupus, ma stavolta spingendole ancora più in là sino al 753 a.C.. Trattasi di un periodo storico sfiorato dalla Settima Arte in rarissime circostanze, seguendo però traiettorie diverse come nel caso del Romolo e Remo di Sergio Corbucci del 1961. Ne Il primo Re, infatti, sono venuti meno la genesi divina dei suoi protagonisti (che li vuole secondo figli di Rea Silvia, discendente di Enea e di Marte), lo svezzamento dai capezzoli della lupa e tutto ciò che la leggenda o i volumi accademici hanno trasferito sino ai giorni nostri. Rovere e i co-sceneggiatori (Francesca Manieri e Filippo Gravino) “riscrivono” la Storia, stando però attenti a non depredarla o addirittura a cancellarla. Al centro del plot e intorno ad esso ruotano i destini di due uomini agli antipodi seppur legati da un indissolubile vincolo biologico, fatti di carne ed ossa, vittime e carnefici di se stessi, ma anche di un disegno divino, lo stesso che loro malgrado decideranno prima di sfidare e poi assecondare.
Nel suo dipanarsi narrativo e drammaturgico, Il primo Re segue una traiettoria che pende decisamente dalla parte storiografica, con una venatura naturalistica dominante (che ricorda il Malick di The New World) che non esclude però il fattore divino. La furia degli elementi e la superstizione, il sacrificio e la ritualità, la volontà degli Dei e le barbarie perpetrate in un periodo storico tanto ostile quanto sanguinario, diventano una cosa sola, che potrebbe anche fare storcere il naso a chi non ha apprezzato il modo in cui Rovere & Co. hanno condensato il tutto. La scrittura se ne è avvalsa per tratteggiare un percorso semplice e lineare, quello che ha portato due fratelli sino al punto di non ritorno. Forse è questa scarnificazione a non avere convinto una parte del pubblico e di addetti ai lavori, scelta che invece a nostro avviso ha reso più emotivo, catartico e realistico il racconto. A non funzionare perfettamente nell’ingranaggio è il respiro che si dà nell’alimentare e giustificare certe azioni commesse (soprattutto in quelle compiute da Remo e che ne decretano una velocità eccessiva nella mutazione caratteriale), ma per il resto il racconto ha una chiusura coerente. Ne viene fuori un film che rivolgendo lo sguardo al passato prova a dire qualcosa sul e al presente a proposito del potere e di come questo nasce, prende forma e viene utilizzato nel bene o nel male.
Il regista romano costruisce tutto, compresa la confezione estetico-formale, all’insegna di una dimensione emozionale e profondamente realistica che trasuda dalle scelte stilistiche e da ogni singolo fotogramma che compone la timeline. Il primo Re sembra strizzare l’occhio a Braveheart o a Valhalla Rising, ma se proprio dobbiamo andare a trovare qualcosa che gli si avvicina per impostazione e spirito, allora Apocalypto di Mel Gibson ci sembra più in sintonia. Da qui la decisione di puntare su dialoghi in protolatino, sull’utilizzo della sola luce naturale (straordinaria la fotografia di Daniele Ciprì) e sul formato anamorfico, ai quali si accompagnano anche una cura nelle ricostruzione delle location, del trucco e del parrucco, che rende la messa in scena un’esperienza immersiva e di forte impatto. Pregevoli ed efficaci nella resa sono infatti le sequenze d’azione (vedi l’incipit dell’esondazione del Tevere), ma anche i combattimenti estremamente realistici (su tutti quello nella foresta, tripudio di accelerazioni e decelerazioni grondanti sangue, fango, pioggia battente, arti mozzati e corpi attraversati da lame) che limitano al minimo indispensabile l’intervento della computer grafica ed esaltano il lavoro sul campo degli stunt. Al resto ci pensa un Alessandro Borghi nei panni di Remo alle prese con un’altra indimenticabile performance attoriale fatta di intensità e fisicità, le stesse che ci ha messo il compagno di set Alessio Lapice nel vestire i panni di Romolo. Consigliamo di tenere d’occhio Tania Garribba e Nina Fotaras.

Francesco Del Grosso