Il palazzo del Viceré

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7.0 Awesome
  • voto 7

India in fiamme

Tra i non moltissimi modi di mettere in scena la Storia – quella per l’appunto con S maiuscola – la Settima Arte sceglie sovente la classica formula del piccolo racconto umanista rapportato al grande dramma epico. Non sfugge a tale soluzione narrativa Il palazzo del Viceré, opera presentata Fuori Concorso alla Berlinale 2017 e diretta dalla regista anglo-indiana, seppur kenyota di nascita, Gurinder Chadha, nota soprattutto per commedie leggere tra le quali ricordiamo con piacere il piccolo cult calcistico al femminile Sognando Beckam (2002).
Siamo nel 1947. Il Regno Unito, ancora intento alla ricostruzione dopo i danni subiti nel corso della pur vittoriosa Seconda Guerra Mondiale, decide di abbandonare, a seguito delle molteplici pressioni locali, la propria colonia più vasta: l’India. A gestire la delicata fase di passaggio viene chiamato l’ultimo viceré, Lord Mountbatten (un apprezzabile Hugh Bonneville), accompagnato da moglie (Gillian Anderson, ottima e sempre all’altezza) e figlia. Ma nel crogiolo di razze e religioni la soddisfazione per l’indipendenza alfine raggiunta viene sovrastata da una guerra civile che culminerà in inauditi massacri ed esodi biblici. Anche la pregnante storia d’amore tra i giovani Jeet e Aalia, di religione differente, vivrà momenti a dir poco contrastati.
Diamo subito atto a Gurinder Chadha – anche sceneggiatrice del film assieme a Moira Buffini e Paul Mayeda Berges – di aver avuto il grosso merito di riaprire una pagina storica troppo in fretta dimenticata, perlomeno nell’opulento occidente, peraltro causa primaria di ciò che è avvenuto per la sua tendenza storica allo sfruttamento di terre altrui. Cosa che continua indefessamente ad avvenire, a livello magari non ufficiale, anche nel presente. Come ovvio che sia però Il palazzo del Viceré non è un film politico in senso stretto, anche per la tendenza un po’ ecumenica della produzione – pure britannica, of course – a mantenere una certa equidistanza da un materiale narrativo tuttora rovente. Così come la stessa India verrà ripartita, creando uno stato apposito come il Pakistan musulmano, anche il lungometraggio in questione distribuisce le responsabilità in modo salomonico, facendo comunque risaltare la nefasta ragion di stato dei poteri forti della Gran Bretagna ad offuscare gli sforzi di chi invece si è prodigato per il bene del paese ospitante, come la famiglia di Lord Mountbatten. Colpisce invece in positivo il fatto che la regista, visto il proprio background, non abbia ammorbidito più di tanto i toni del racconto. Grazie anche all’utilizzo di autentiche immagini d’epoca abilmente incrociate con quelle di finzione che paiono reali, Il palazzo del Viceré acquisisce strada facendo una vis-drammatica decisamente rilevante, in grado di giocare a favore anche riguardo l’empatia del pubblico nei confronti della tormentata storia d’amore giovanile appena menzionata. Tutto ciò rende il film un’opera che non vuole certo nascondere i propri intenti didattici e di denuncia, non trascurando però una componente essenziale per la buona riuscita come la creazione di un genuino pathos.
Unico, non trascurabile, difetto, la pressoché totale mancanza di un qualsivoglia approfondimento sulle differenze, del tutto inconciliabili, tra due culture agli antipodi: quella europea e quella indiana. Ma allora sarebbe stata necessaria la mano di un David Lean – rivedersi di corsa il suo splendido Passaggio in India (1984), tanto per citare un titolo – straordinariamente abile nel descrivere, a posteriori, cosa ha veramente significato, sia per gli inglesi che per gli indiani, il termine colonialismo. Così com’è, dunque, Il palazzo del Viceré resta un’operazione cinematografica corretta e ben studiata, che riscatta la propria evidente programmaticità di fondo attraverso una regia in grado di lasciar trasparire tutto il coinvolgimento emotivo di cui è capace.
Decisamente abbastanza, per consigliarne la visione.

Daniele De Angelis