Il Ministro

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7.0 Awesome
  • voto 7

Diseducazione civica

Il Ministro è il tipico esempio di cinema da “due camere e una cucina”, ma se il più delle volte tale “categoria” assume un’accezione negativa attribuita a pellicole povere di idee e di budget, al contrario, nel caso dell’ultima fatica di Giorgio Amato, ciò acquista caratteri positivi. La scrittura, infatti, trasforma gli ormai cronici limiti del cinema ombelicale nostrano in veri e propri punti di forza, bypassando tanto gli ostacoli produttivi quanto quelli di natura drammaturgica e narrativa. Fattore, questo, che non è sfuggito alla giuria della quinta edizione del Prato Film Festival, che proprio al film ha attribuito il premio per la migliore sceneggiatura, oltre a quello per il miglior attore protagonista a Gianmarco Tognazzi.
La pellicola, distribuita da Europictures con una toccata e fuga nelle sale lo scorso 5 maggio, racconta la storia di Franco Lucci (Gianmarco Tognazzi), un imprenditore sull’orlo della bancarotta. La salvezza della sua società è appesa a un grosso appalto pubblico che potrebbe ottenere grazie all’intervento di un Ministro (Fortunato Cerlino) del quale è diventato amico e che ha invitato a cena. Insieme a Michele (Edoardo Pesce), suo socio e cognato, Franco ha organizzato la serata perfetta: oltre a pagargli una cospicua tangente, i due gli fanno trovare una ragazza disposta ad andare a letto con lui in cambio di una raccomandazione. Il tutto sotto gli occhi di Rita (Alessia Barela), la moglie di Franco, che cerca di assecondare il marito in questo ultimo disperato tentativo di ottenere l’appalto milionario. Ma per colpa della ragazza la serata prende una piega inaspettata.
Il regista milanese, qui alla sua terza prova dopo il web movie Circuito chiuso e l’opera prima The Stalker, mette in quadro una black-comedy da camera che ha nell’unità di spazio e di tempo il motore portante e non un escamotage di ripiego per fare di necessità virtù e fronte alle scarse finanze a disposizione (400.000 Euro per 16 giorni di riprese). Chiamiamolo pure un piccolo miracolo, anche se a certe “imprese” non bisognerebbe mai abituarsi, perché per realizzarle è necessario il sacrificio di tutti coloro che sono stati chiamati a lavorarci, davanti e dietro la macchina da presa, spesso senza percepire alcun compenso. Non può e non deve essere così.
Detto questo, il merito di Amato è prima di tutto quello di aver portato sullo schermo, senza filtri, peli sulla lingua e mezze misura, quello che dall’alba dei tempi è scolpito nell’immaginario comune, ma che per un motivo o per un altro si ha sempre paura a dire e a mostrare: dalla meschinità e la miserabilità dell’accondiscendenza del Potere al suo abuso, dalla corruzione a più livelli e i cosiddetti “favori” concessi ai deliri di onnipotenza di chi lo detiene. Quando il tutto è riuscito a trovare sbocchi nella Settima Arte è stato il più delle volte grazie alle coraggiose iniziative dei pochi (su tutti di Petri e Rosi), oppure il risultato epurato di una serie di compromessi. Compromessi ai quali, per fortuna, il cineasta lombardo non è sceso. Il Ministro è, in tal senso, un vaso di Pandora che si fa compendio dello spregevole malcostume italiota e non solo, con il salotto di casa Lucci che si tramuta in una cloaca dove si riversa tutto il peggio di noi. Nei protagonisti della serata a base di sesso, coca, spettacolini osé, ammiccamenti e accondiscendenze di ogni sorta, c’è lo specchio della Società di oggi, che riflette l’immagine dei mostri, delle mostruosità e delle cattive abitudini di chi la popola.
La ristrettezza delle quattro mura dettate dal desiderio di dare vita a un claustrale kammerspiel dove tutto questo va in scena, non costituisce mai per Amato o per il cast un handicap, al contrario la dimensione e l’impostazione teatrale che la vicenda assume è assolutamente funzionale alla storie e alle sue dinamiche. Le poche sortite all’esterno dell’appartamento sono boccate d’aria concesse allo spettatore per rifiatare, perché quello che avviene tra la camera da pranzo, il salotto, la cucina e la camera da letto, è quello che con moltissima probabilità avviene ogni santo giorno in tantissimi altri luoghi analoghi. Del resto, è nelle “stanze dei bottoni” e nell’intimità che si consumano certe cose, di sicuro non alla luce del sole.

Francesco Del Grosso