Il libro dei morti

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Lirismo nipponico a passo uno

Tra le note più positive di questa XVI edizione del Ravenna Nightmare vi è stata anche la proficua collaborazione con l’Ottobre Giapponese. Da tale simbiotico rapporto ha preso vita una sezione del festival il cui valore cinefilo, decisamente alto, si è espresso da un lato attraverso la riproposizione al pubblico ravennate dell’ultimo capolavoro di Shin’ya Tsukamoto già passato alla Mostra del Cinema di  Venezia 2018, Killing (Zan, Giappone 2018), dall’altro con la riscoperta di un autore forse poco noto in Italia, ma di grande importanza per lo sviluppo dell’animazione nell’arcipelago nipponico: Kihachirō Kawamoto.
Nonostante quelle periodiche difficoltà a realizzare i propri lavori dovute al mercato, alla sua endemica diffidenza nei confronti di un approccio creativo tanto lirico e rigoroso, Kihachirō Kawamoto è stato fino al 2010, anno della sua morte, uno dei maestri riconosciuti dell’animazione a passo uno. Con grande tatto e sensibilità le sue marionette sono state chiamate a impersonare figure classiche della tradizione buddista (sovrapposta talora a rituali autoctoni di matrice shintoista), del teatro Nō, dell’antica farsa Kyōgen, in un tributo al passato del Giappone che si è perpetuato di lavoro in lavoro, svelando nell’autore un’amorevole condivisione di valori riflessa in una altrettanto lodevole dedizione, nei confronti della certosina tecnica da lui adottata. Del resto abbiamo appreso, attraverso la brillante introduzione in sala di Marco Del Bene, che la passione di Kihachirō Kawamoto per questo tipo di animazione e di materiali era stata alimentata a suo tempo dal confronto diretto con Jiri Trnka e con altri colleghi, avvenuto in quella Cecoslovacchia la cui filmografia (vedi ad esempio il grande Jan Švankmajer) può vantare rispetto a tale approccio esiti sopraffini.

A Ravenna è stato possibile recuperare alcuni dei suoi corti più famosi, da Hanaori (1968) a Kataku (1979). Ma ancor più emozionante è stata la proiezione de Il libro dei morti (2005), quasi la summa della sua poetica: più impegnativo nella durata, circa 70 minuti, tale film ambientato nell’epoca Nara (VIII secolo d.C) riprende la vicenda raccontata in un romanzo di Orikuchi Shinobu facendone emergere tutta la pietas di fondo, se ci si concede l’uso di un termine in uso nella cultura occidentale.
Nel prologo si narra la triste storia del principe Otsu, ucciso a tradimento in seguito a una congiura di palazzo. L’interesse del narratore si sposta poi su Iratsume, giovane donna di famiglia aristocratica che appare da subito devota a Buddha e ai suoi insegnamenti, al punto di intraprendere un solitario pellegrinaggio verso il Monte Futakami, dalla cui direzione le era apparsa una mistica e armoniosa visione. Ma l’esito del viaggio sarà diverso da quanto lei si aspetta all’inizio. Perché la misteriosa apparizione la farà invece entrare in contatto con lo spirito errante e in pena del principe Otsu, verso il quale Iratsume proverà una compassione tale da scioglierne gli affanni, ponendo così fine a quei tormenti spirituali che erano stati generati dall’atroce misfatto.
La profondità d’animo e il rispetto delle tradizioni che hanno guidato Kihachirō Kawamoto nella realizzazione di questo delicato lungometraggio d’animazione sono palpabili. Così come lo sono la cura degli elementi scenografici, la ricerca del bello nel modellare le marionette e lo stile di riprese approntato per valorizzare tanto il contesto storico che gli elementi onirici, attraverso quel laborioso processo creativo da cui deriva un fascino senza tempo.

Stefano Coccia