Il Grinch

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6.0 Awesome
  • voto 6

Quello strano Babbo Natale tutto verde

Sin da quando, nel lontano 1957, il Dr. Seuss inventò la figura del Grinch – singolare personaggio dalla pelliccia verde particolarmente burbero e che odia il Natale – tale simpatico mostriciattolo è entrato a tal punto a far parte dell’immaginario collettivo, da far sì che anche il cinema si accorgesse di lui. Al punto da realizzare, fino ad oggi, ben tre trasposizioni del celebre racconto per ragazzi. Se, infatti, già nel 1966 è stato prodotto il mediometraggio d’animazione Il Grinch e la Favola di Natale! (per la regia di Chuck Jones e Ben Washam e prodotto dallo stesso Dr. Seuss), diversi anni dopo – nel 2000, per la precisione – Ron Howard ha detto la sua con il lungometraggio in live action Il Grinch, il quale, pur avendo avuto un’accoglienza alquanto tiepida da parte della critica, si è comunque rivelato un grande successo commerciale. Nel 2018, infine, ecco fare la sua apparizione nelle sale un ulteriore film di animazione – Il Grinch, appunto – prodotto addirittura dalla fortunata casa di produzione Illumination Entertainment. Se, tuttavia, tutti noi eravamo rimasti alquanto soddisfatti dalla fortunata saga di Cattivissimo Me – con tanto di spin off Minions – così come dai riusciti Pets – Vita da Animali (2015) e Sing (2016), questo ultimo lavoro presenta, purtroppo, non poche imperfezioni.

La storia, è quella che conosciamo tutti: il Grinch, che vive solitario in cima a una montagna insieme al fedele cagnolino Max, a causa del suo passato di orfano senza amici, odia il Natale e tutto ciò che esso sta a ricordargli. Non sopportando, dunque, di vedere gli abitanti della vicina Chistaqua felici in occasione dell’imminente festività, egli decide di travestirsi da Babbo Natale e “rubare” il Natale stesso, intrufolandosi di notte nelle case e portando via tutti i regali e le decorazioni natalizie presenti. Sarà, però, l’incontro con la piccola Cindy Chi Lou a smuovere in lui ben altri sentimenti.
Visivamente ricercato e accattivante – anche, volendo, grazie a un lavoro di computer grafica sempre più raffinato, se si pensa ai primi lavori della casa di produzione – Il Grinch colpisce immediatamente lo sguardo dello spettatore grazie soprattutto alla suggestiva città di Chistaqua e alla sua realizzazione che tanto sta a ricordarci un presepe o, addirittura, un carillon, dati i singolari movimenti degli edifici, delle case e dei negozietti, simili a variopinte scenografie teatrali. Stesso discorso vale per l’accuratezza con cui ogni singolo personaggio è stato realizzato e per gli stessi ambienti montani, che ben rendono l’idea di un posto immaginario, completamente isolato dal resto del mondo.
I principali problemi di un lavoro come il presente lungometraggio, però, sono ben altri e riguardano più che altro la stessa sceneggiatura. Se, infatti, la storia inizialmente concepita dal Dr. Seuss colpiva tanto per la sua critica al consumismo, quanto per la sua particolare semplicità (con tanto di sempre azzeccati echi dickensiani), l’operazione qui messa in atto, con tanto di nuovi aiutanti, quali, ad esempio, la renna Fred e la sua famigliola, tende a tirare in ballo più di un argomento (tra cui, ovviamente, l’importanza degli affetti e della famiglia) avvalendosi di diverse sottotrame (vedi, ad esempio, la decisione di Cindy Lou di catturare Babbo Natale e il suo desiderio di trovare un aiutante per sua mamma) che, tuttavia, vengono sviluppate in modo eccessivamente sommario, con tanto di soluzioni affrettate che tendono a far calare di pathos l’intero lavoro. A poco serve, tra l’altro, la riuscita voice over, che ricalca fedelmente le rime del racconto scritto dal Dr. Seuss: adoperata in modo eccessivamente saltuario e discontinuo, avrebbe potuto rivelarsi una scelta registica alquanto interessante, proprio come nel 2009 aveva fatto Robert Zemeckis, riprendendo quasi alla lettera il testo originale di Dickens per il suo A Christmas Carol. Il risultato finale, dunque, è un prodotto che – proprio per quanto riguarda il potenziale emotivo – molto ha da invidiare alle precedenti trasposizioni cinematografiche – in cui era tangibile l’intento originario dell’autore – e che, purtroppo, rappresenta una sorta di “scivolone” all’interno della blasonata produzione della Illumination Entertainment.

Marina Pavido