Il giovane Karl Marx

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Un’altra porzione di Storia

21 febbraio 1848: i giovani Karl Marx e Friedrich Engels pubblicano a Londra il Manifesto del Partito Comunista. Un documento, questo, che cambierà per sempre la storia della politica mondiale, ma che, malgrado tutto, al giorno d’oggi è probabilmente uno dei documenti di cui maggiormente si parla, ma che, di fatto, in pochi – al di là della propria fede politica – possono dire di conoscere realmente. Una sorta di delucidazione, almeno in occasione dei 170 anni dalla pubblicazione, era praticamente necessaria. E a questo, di fatto, ha pensato il cineasta haitiano Raoul Peck, negli ultimi tempi prolifico come non mai (basti pensare, infatti, alla recente uscita dell’interessante documentario I am not your Negro, realizzato nel 2016 e presentato in anteprima alla 67° Berlinale), il quale ha deciso di raccontarci cosa è successo prima della sopracitata pubblicazione, prima che Karl Marx e Friedrich Engels diventassero coloro che tutti conosciamo. A tal fine è stato realizzato il lungometraggio a soggetto Il giovane Karl Marx, presentato anch’esso alla 67° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Berlinale Special Gala.

La vicenda, dunque, ha inizio nel momento in cui un ventiseienne Karl Marx è costretto – insieme alla moglie Jenny – a recarsi in esilio a Parigi. Qui il giovane avrà modo di incontrare Friedrich Engels, figlio di un potente industriale, ma con una spiccata curiosità nei confronti dei movimenti proletari. In seguito al loro incontro, tra rivolte, raid della polizia e censure di ogni genere, inizierà a prendere vita quella che è stata probabilmente una tra le più importanti pubblicazioni dei secoli scorsi.
Nel mettere in scena questo importante capitolo di Storia, Raoul Peck – complice una regia pulita e priva di inutili fronzoli e uno script lineare e mai scontato – ha saputo dar vita a un lavoro necessario e mai banale, con il giusto pathos e importanti picchi narrativi che, tuttavia, non fanno perdere di credibilità a un lavoro che, benché, a tratti, necessariamente romanzato, risulta assai fedele al reale svolgimento dei fatti.
Parecchio interessante, a tal proposito, la stessa ambientazione e le numerose location ricostruite per l’occasione, che ben sanno rendere sul grande schermo l’idea di un mondo dove povertà e ricchezza convivono a stretto contatto, con conseguente pericoloso e marcato dislivelli tra ricchi e poveri. Se a tutto ciò sommiamo una fotografia dai toni saturi ma mai eccessivi, immediatamente, per estetica, ci viene da pensare al bellissimo Oliver Twist di Roman Polanski (2005), probabilmente una delle migliori trasposizioni del romanzo di Charles Dickens (senza nulla voler torgliere a quella realizzata nel 1948 da David Lean, ovviamente).
Non vi sono, all’interno della narrazione, eccessivi cliché. Non v’è, fortunatamente, quella pericolosa retorica spesso presente all’interno di un biopic. O meglio, quest’ultima è necessariamente presente in chiusura del lungometraggio, con tanto di fotografie e didascalie che ci mostrano i reali protagonisti della vicenda e prima di un suggestivo filmato dove, montate a ritmi frenetici, vediamo – prese direttamente da momenti della nostra contemporaneità – scene di vita quotidiana e importanti momenti per quanto riguarda la stessa vita politica.
Ultima considerazione: il giovane attore tedesco August Diehl – che già ha avuto modo di farsi notare, tra l’altro, ne Il falsario – Operazione Bernhardt di Stefan Ruzowitzky (2007), in Treno di notte per Lisbona di Bille August (2013) e, soprattutto, nell’acclamatissimo Bastardi senza gloria del nostro amato Quentin Tarantino (2009) – si è rivelato, con il suo volto poliedrico ma, di base, scanzonato quanto basta, particolarmente adatto a rappresentare un giovane Karl Marx pieno di entusiasmo e di voglia di fare. Un nome, il suo, da tenere a mente e che di certo ci regalerà molte altre belle sorprese.

Marina Pavido