Il diritto di contare

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7.0 Awesome
  • voto 7

I numeri contano

8 marzo 2017. Quale giorno migliore se non quello in cui si celebra la Festa della donna per portare nelle sale nostrane un film come Hidden Figures. Ed è proprio questa la data scelta dalla 20th Century Fox per distribuire in Italia, con il titolo Il diritto di contare, la trasposizione per il grande schermo di Theodore Melfi del libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly. Pagine, quelle della scrittrice americana, che hanno fatto da base allo script firmato a quattro mani dal regista di Brooklyn  e da Allison Schroeder, al quale è andata una delle tre nomination agli Oscar assegnate al film, ossia quella per la migliore sceneggiatura non originale. Candidatura, questa, che come le restanti due (miglior film e migliore attrice non protagonista a Octavia Spencer), non si è tramuta in una statuetta, lasciando Melfi e il suo entourage a bocca asciutta.  Ma si sa la cerimonia degli Academy è sempre piena di sorprese e il finale al cardiopalma dell’ultima edizione lo testimonia. Nella notte delle stelle hollywoodiane, infatti, non sempre i pronostici vengono rispettati e non sempre i più meritevoli si aggiudicano l’ambito riconoscimento. La concorrenza è sempre feroce e il livello dei contendenti di turno è altissimo. Di conseguenza, i premi difficilmente rispecchiano i reali valori in campo. Nello specifico de Il diritto di contare, sarebbe stata davvero una grandissima sorpresa se avesse portato a casa qualcosa, non perché non lo meritasse, ma perché con titoli più gettonati in circolazione come i vari La La Land, Arrival, Barriere, La battaglia di Hacksaw Ridge o Moonlight, la percentuale di difficoltà si gonfia in maniera esponenziale.
Quello scritto e diretto dal regista statunitense è un film che avrebbe avuto tutte le carte in regola per prendersi qualche soddisfazione in una delle categorie nelle quali è stato candidato, a cominciare dalla performance davanti la macchina da presa di Octavia Spencer che, insieme a Janelle Monàe e Taraji Hanson, forma lo straordinario terzetto protagonista. Le loro interpretazioni rappresentano, insieme alla regia classica ed elegante di Melfi e alla cura nei dettagli della messa in scena, la vera forza del film. Le tre attrici si passano meravigliosamente il testimone, regalando scena dopo scena grandi emozioni. Quando non ci riescono è solo perché la drammaturgia, il racconto o la componente dialogica girano a vuoto, si lasciano andare a futili digressioni o calcano troppo la mano su concetti già ampiamente espressi e banali. Sono questi i limiti strutturali de Il diritto di contare, quelli che non consentono all’opera di alzare ulteriormente l’asticella.
Ciò che resta è comunque un film piacevole, che sa quali corde toccare per tenere a sé gli spettatori. Biopic e dramma storico comunicano discretamente tra loro, a sufficienza per garantire al prodotto finale una vicenda coinvolgente, appassionate e prima di tutto vera, seppur romanzata per esigenze cinematografiche, che a suo tempo tenne il popolo a stelle e strisce e non solo con il fiato sospeso. Per coloro che non lo sapessero, il film di Melfi racconta la storia della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, che collaborò con la NASA, sfidando razzismo e sessismo, e tracciando le traiettorie per il programma Mercuri e la missione Apollo 11. Il suo contributo, insieme a quello delle colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson, fu determinante ai fini della corsa allo spazio. Usando i suoi calcoli, John Glenn divenne il primo astronauta americano a fare un’orbita completa della Terra.
Insomma, l’ultima fatica dietro la macchina da presa del regista di St. Vincent, ma soprattutto la storia che racconta, in quanto vera rappresenta un tassello che getta letteralmente nel cestino la tanto celebre e scomoda “Teoria del complotto lunare”, secondo cui le missioni del programma spaziale “Apollo” non avrebbero realmente trasportato gli astronauti sulla Luna, e le prove degli allunaggi sarebbero state falsificate dalla NASA, in una cospirazione condotta con la collaborazione del Governo degli Stati Uniti. Il tutto grazie alle mirabilie della Settima Arte e alle mani sapienti del grande Stanley Kubrick. Di conseguenza, tutti i litri di inchiostro versati e i metri di pellicola impressi in tutti questi decenni dedicati alla suddetta teoria (da Capricon One a Operation Avalanche, passando per Moonwalkers), sarebbero fini a se stessi.

Francesco Del Grosso