Il colore nascosto delle cose

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5.0 Awesome
  • voto 5

Il talento nascosto di Soldini

Dopo la proposta innovativa e sfaccettata dei Manetti bros., nel Fuori Concorso della 74esima Mostra del cinema di Venezia è stato presentato un nostro film esemplarmente convenzionale, soprattutto se constestualizzato all’interno della filmografia di Silvio Soldini: Il colore nascosto delle cose è un buon esempio del cinema italiano più piatto e inoffensivo, che sino a questo momento il regista era riuscito ad evitare (anche se già Il comandante e la cicogna (2012) poteva considerarsi un Soldini di serie B, stanco e ripetitivo, lontano dai fasti del suo capolavoro Giorni e Nuvole (2007), ma anche da Brucio nel vento (2002) e Cosa voglio di più (2010) ).
Teo (Adriano Giannini), agente pubblicitario, è uno scapolo sfuggente e inquieto, che trascorre le sue giornate tra lo studio, l’appartamento da poco condiviso con la sua compagna, e il divano dell’amante. Il suo passato e la sua infanzia sono cose a cui preferisce non pensare, in nome di un egoismo che oramai sembrerebbe inestirpabile. Fino a quando non incontrerà Anna (Valeria Golino), una non vedente che lavora come osteopata: impressionato e influenzato dalla profondità del suo “sguardo”, Teo sarà finalmente in grado di vedere le cose sotto una luce diversa, che ha a che fare più con l’anima che con gli occhi. Tolta l’interpretazione della Golino, che ha qualche scena degna della sua bravura, sono davvero troppe le manchevolezze de Il colore nascosto delle cose, lontanissimo dalla qualità medio-alta alla quale Soldini ci aveva abituati: la sceneggiatura, salvo qualche guizzo nella seconda parte, è piuttosto insignificante, oltre che poco inefficace nei passaggi comici, e l’insegnamento che, a livello metaforico, la non vedente/lungimirante Anna impartisce al vedente/inavveduto Teo è di un didascalismo talmente esplicito da risultare fastidioso. Non è facile mettere in scena un handicap senza scadere nella banalità: i rischi sono molteplici, e quello di esaltare un limite fisico misurandolo con una condizione di salute ipocrita e irresponsabile è uno di questi. E Soldini è incappato proprio in tale insidia, dando il film in pasto ad una retorica tanto facile quanto fasulla. Di fronte al primo vero passo falso di una dignitosissima carriera, confidiamo che a Soldini rinvenga presto il suo talento, che in quest’ultimo film resta nascosto come quei colori che solo un non vedente sarebbe in grado di rinvenire negli oggetti.

Ginevra Ghini