Il codice del babbuino

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Notte scura, notte senza la sera

Tempo di ritorni. Da un lato l’uscita nelle sale di un film come Il codice del babbuino, che oltre a possedere un valore intrinseco rappresenta anche il riaffacciarsi di Distribuzione Indipendente, realtà piccola ma estremamente combattiva che abbiamo sempre sostenuto volentieri, con un nuovo listino. Ed è già questo un ritorno che promette benissimo. Difatti l’anteprima per la stampa del film diretto da Davide Alfonsi e Denis Malagnino è stata anche l’occasione per annunciare le nuove uscite, tra cui abbiamo già ravvisato diverse chicche, almeno a giudicare dai trailer visionati in loco e dai nomi coinvolti: si va da Bogside Story, documentario italiano realizzato in Irlanda del Nord che non stonerebbe certo se selezionato dall’Irish Film Festa, alla commedia dall’aria scoppiettante girata da Gianfranco Lazotti con la Capotondi, Francesca Reggiani e Philippe Leroy tra i protagonisti, ovvero La notte è piccola per noi; da La morte legale, documentario in cui il grande Giuliano Montaldo ci riporta alla genesi di Sacco e Vanzetti, fino ad Anna del canadese Charles-Olivier Michaud, sembratoci dalle prime immagini un thriller formalmente molto curato.
E a proposito di atmosfere nerissime, crude, ansiogene, condite però di una strisciante e pungente ironia, con Il codice del babbuino c’è ovviamente da festeggiare il rientro in grande stile di Davide Alfonsi e Denis Malagnino, reduci dalla positiva esperienza del collettivo Amanda Flor. Stessa genuinità ma con una maturità espressiva divenuta probabilmente più alta, considerando il ritmo così elevato e la qualità dello script.

Vogliamo per inciso ricordare che ad Amanda Flor si deve, tra le altre cose, la realizzazione di due autarchici, graffianti prodotti cinematografici, La rieducazione (2006) e Ad ogni costo (2010), che con la loro freschezza seppero fare breccia anche nel sistema, talora ostico e respingente, dei grandi festival. Ritrovato l’assetto con una nuova veste produttiva, abbinata però a quell’approccio “guerrigliero” al set rimasto pressoché inalterato, Alfonsi e Malagnino (quest’ultimo anche nelle vesti, indossate con notevole scioltezza, di interprete principale) sono tornati per raccontarci alquanto “scorsesianamente” una truce storia ambientata alle porte di Roma, da vivere (e all’occorrenza morire) tutta in una notte. Periferia infinita. Periferia (apparentemente) senza speranze. Dall’oceano di cemento e slot machine di Guidonia i due autori hanno tirato fuori un’odissea notturna che avvince dall’inizio alla fine.
Sorprendenti, in quanto esordienti o quasi, alcuni dei protagonisti, con nota di merito per Stefano Miconi Proietti nei panni sornioni del Tibetano, un filosofeggiante criminale di borgata davvero da antologia. I momenti in cui si muovono assieme lui, il personaggio di Tiberio Suma e quello dello stesso Malagnino spiccano anche a livello di dialoghi. C’è da vendicare lo stupro di una ragazza. Ma questo evento è poi lo spunto che fa emergere tensioni sommerse, istinti ferini, spinte razziste, ipotesi di riscatto sociale e quant’altro, in un contesto filmico che ammicca intelligentemente tanto ai grandi del noir americano che agli eccessi del filone rape and revenge, tanto al miglior cinema indipendente nostrano dislocato in zone periferiche che agli stilemi della black comedy. Non mancano del resto le citazioni cinefile, introdotte nel racconto con leggerezza e ironia. Fino al fortissimo picco satirico rappresentato dalla beffarda citazione del Mereghetti, del suo famoso (o famigerato) Dizionario del Cinema, che da solo meriterebbe una standing ovation.

Stefano Coccia