Il Cinema “sentimentale” di Paul Thomas Anderson

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Verso terre misteriose

Una volta che il film è uscito nelle sale – e magari è stato visto e metabolizzato dagli spettatori – è forse il caso di tornare su Il filo nascosto. Anche perché Paul Thomas Anderson, in ogni sua opera, aggiunge un tassello su quello che potremmo definire il suo personalissimo viaggio nei territori inesplorati del sentimento. Un’escursione che parte da lontano – da Sydney, opera d’esordio datata 1996 – e che pare ben lungi dal concludersi. Anzi, a ben guardare, ogniqualvolta il suo cinema si colora di vita non può assolutamente fare a meno della propria direzione principale.
Si parte allora da un presupposto molto semplice: quante facce può avere l’amore, in ogni sua possibile declinazione? Infinite. Lo sa bene Paul Thomas Anderson, lo sappiamo tutti. Ma cosa rimane dietro l’apparenza, dietro la comprensione primaria di quello che invece è destinato a restare un mistero indecifrabile? L’enorme pregio del processo cinematografico messo in atto da Paul Thomas Anderson, attraverso i suoi lungometraggi, è essenzialmente quello di non fornire risposte. Come tutti gli uomini baciati dalla grazia del talento, esplora ed osserva. La materializzazione di rapporti simil filiali (Sydney, Boogie Nights, Il petroliere, The Master) che originano sempre da posizioni squilibrate per età o potere e culminano nel dramma per poi attenuarsi nella quieta dolcezza del presente o nel rimpianto di un ricordo quando il percorso giovanile viene completato. Ed il processo può ricominciare con ruoli e parti differenti. La natura del rapporto affettivo, tanto per fare un esempio concreto tornando al già menzionato The Master, tra il giovane Freddie Quell (Joaquin Phoenix) ed il maturo Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) è certamente ambigua poiché si muove sul crinale sottile tra l’affetto sincero e desiderio di prevaricazione. L’istinto naturale dell’essere umano è bifronte: da un lato la pulsione “filantropica” di tramandare le proprie esperienze di vita allo scopo di migliorare l’esistenza altrui e forse appagare la propria vanità personale; dall’altro la “necessità” ineludibile di imporre una posizione di Potere nei confronti del più debole. Ecco dunque che il cinema di Anderson diviene, mediante un processo di spontaneità pressoché unico nella contemporaneità della Settima Arte, testo filosofico aperto dal quale ogni fruitore può attingere una versione soggettiva.
Le cose, se possibile, divengono ancora più complesse quando si parla di un incontro uomo/donna. Non è affatto sbagliato intendere allora Il filo nascosto come una prosecuzione verticale di Ubriaco d’amore (2002): alla visione salvifica, nei confronti delle insicurezze congenite maschili, della donna presente in questo secondo film, sia pure con molti distinguo derivanti dalla complessità inusitata del sentimento – basta ascoltare con attenzione le frasi che si scambiano i personaggi interpretati da Adam Sandler ed Emily Watson al culmine, più o meno, della passione – si sostituisce ne Il filo nascosto un approccio decisamente bipolare che prevede un vertiginoso scambio di ruoli tra vittima e carnefice fino a confondere miracolosamente le due figure dello stilista Reynolds Woodcoock e della ex cameriera Alma. Da notare, infine, come in entrambi i lungometraggi il teorico protagonista maschile sia circondato da esponenti del sesso femminile, autentico “gruppo di Potere” all’opera. Perché così è sempre andato, e andrà, il mondo. E l’unica molla a muoverlo e orientarlo, come testimoniato anche nel lisergico Vizio di forma (2014), risulta essere proprio l’illusorietà di un rapporto forse impossibile nella sua armonica totalità come l’Amore definitivo ed intangibile.
Appare dunque ovvio che un capolavoro come Il filo nascosto evochi paragoni illustri con molto cinema del passato. Spaziando con genialità tra generi differenti si offre a richiami hitchcoockiani – peraltro sir Alfred è stato chiamato in causa dallo stesso Anderson in numerose interviste, citando Rebecca – La prima moglie (nonché il testo di partenza di Daphne du Maurier) come fonte d’ispirazione – nella sua cornice thriller. Oppure Ingmar Bergman per la messa a nudo, tanto metaforica quanto assoluta, dei due personaggi principali. E persino Stanley Kubrick ed il suo conclusivo e definitivo Eyes Wide Shut (1999) per la lucidità estrema dell’analisi di un rapporto uomo/donna denso e contradditorio. Ma anche per le ripercussioni avute sugli attori delle due opere, con la coppia Cruise Kidman “scoppiata” nella realtà poco dopo la lunga lavorazione del film e Daniel Day-Lewis deciso ad abbandonare il cinema dopo la sua performance.
Nessuno poi vieta di leggere Il filo nascosto come una sorta di racconto gotico tradizionale e astratto, in cui due anime incorporee si gettano nella mischia di una simbolica arena alla ricerca di quello che si potrebbe definire uno stato superiore di benessere. Eppure, al tirar delle somme, Paul Thomas Anderson riesce a rimandare solamente a se stesso, alle tappe di un cinema rivolto principalmente a coloro che intendono la vita come spostamento (anche metaforico) continuo. Noi nasciamo. Noi viaggiamo. Noi moriamo. E forse, nella migliore delle ipotesi, riusciamo per qualche istante ad amare. Anche senza la certezza di venire ricambiati.

Daniele De Angelis