I Peggiori

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7.0 Awesome
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(Super)eroi (non) per caso

Se qualcuno dall’inquadratura dall’alto non avesse ancora riconosciuto in quale città ci troviamo ne I peggiori – Eroi a pagamento, con la macchina a mano tra i vicoli ci si sentirà subito a Napoli. L’impressione è che i nostri protagonisti stiano scappando, ma non tutto è come sembra, di lì a poco li vedremo nella loro quotidianità, ad esempio nell’accompagnare la sorella minore a scuola. L’esordio dietro la macchina da presa di Vincenzo Alfieri si svela fotogramma dopo fotogramma proprio come questa storia. Due fratelli, Fabrizio (lo stesso Alfieri) e Massimo (Lino Guanciale, che qui si mette in gioco anche su altre corde recitative rispetto ai ruoli incarnati sul piccolo schermo) Miele, arrancano economicamente. Il primo lavora nell’archivio del tribunale, l’altro in un cantiere insieme agli immigrati – sempre in attesa della paga. A gestirlo è Durim Basha (Tommaso Ragno), un albanese che sfrutta a sua volta gli stranieri e invischiato in dinamiche che verranno a galla. Con la sorella Chiara (Sara Tancredi colpisce per la spigliatezza e la presenza scenica) sono stati trapiantati a Napoli, lo intuiamo dall’accento e da accenni del loro passato che pian piano ricompongono il puzzle.
Versando in questa situazione, i problemi sono dietro l’angolo, dallo sfratto al rischio di perdere l’affidamento della piccola, a metterli in guardia è proprio l’assistente sociale (Miriam Candurro).
Quando si tocca il baratro, si sa, bisogna inventarsi per forza un modo per riemergere ed è questo il pensiero che attraversa Massimo nella proposta che sottopone al fratello. «Un furto mascherato sembra la cosa migliore non avendo valide alternative. D’altronde Massimo sa bene che Durim nasconde nel suo ufficio i soldi degli stipendi arretrati, basterà entrare di nascosto e prendersi ciò che in realtà già gli spetta» (dalla sinossi). Il presupposto che lo muove sarebbe quello di prendersi quello che non gli è stato ancora dato, ma che gli spetta (lo stipendio più gli arretrati). «Ma quella che era partita come una rapina, si trasforma in qualcosa di inaspettato: al posto dei soldi i fratelli trovano i passaporti sequestrati ai dipendenti extracomunitari. Quando la polizia arriva sul posto, poco dopo che Massimo e Fabrizio sono scappati, trovano i passaporti e quello che era partito come un atto criminale, si trasforma in un gesto di grande eroismo cittadino».
Un ruolo importante nello sviluppo drammaturgico lo svolgono i social (elemento dietro cui c’è una sottile denuncia o quantomeno un voler lanciare un segnale sulla potenza della rete). Il video diventa virale e la trendicenne nota come «tutti vorrebbero sputtanare qualcuno e loro sembrano le persone giuste». I due fratelli diventano così degli eroi a pagamento, i demolitori, ma sul proprio percorso intercetteranno qualcosa di (apparentemente) più grande di loro che affronteranno in modo originale in linea con la propria natura.
I peggiori è un mix di registri discretamente riusciti, dando vita a un film di genere che ha le peculiarità della nostra italianità, ma strizza l’occhio anche ad esempi d’oltreoceano. Non era semplice star alla larga dal solito ritratto di Napoli e, parallelamente, giocare sul filo di una realtà in cui non si è nati (sono romani), forse neanche hanno scelto di viverci, ma si sono adeguati. In alcuni momenti innegabilmente la mente va a Lo chiamavano Jeeg Robot o Smetto quando voglio, ma non lo affermiamo in un’accezione negativa. Alfieri mostra padronanza del linguaggio cinematografico e anche di divertirsi con un film di genere di cui si sta riscoprendo l’interesse. Va detto che l’idea de I peggiori nasce in lui proprio negli anni in cui i ragazzi si cibano di fumetti e supereroi al cinema – magari già con una certa consapevolezza. «Ho cominciato a scrivere I peggiori quando ancora frequentavo il liceo. Avendo cambiato numerose città e scuole a causa del lavoro dei miei genitori, non sono mai riuscito a crearmi delle amicizie stabili. Eppure non ero mai solo. Centinaia di fumetti e film hanno accompagnato la mia adolescenza e grazie a loro sono riuscito a trovare una valvola di sfogo per un carattere esuberante e sempre alla ricerca di qualcosa. Soprattutto grazie ai supereroi riuscivo ad estraniarmi, creandomi mondi e storie nelle quali io ero protagonista. Ma una cosa mi è sempre stata chiara, in Italia, un eroe votato solo alla giustizia non avrebbe potuto essere concreto quanto in America» (dalle note di regia).
In quest’opera si passa dal riso all’azione, affrontando e facendo passare valori come la famiglia, l’impegno e i sacrifici per vivere. I minuti scorrono e si arriva all’epilogo con un ritmo che coinvolge la platea di turno (buon montaggio di Alfieri con la collaborazione di Consuelo Catucci).

Maria Lucia Tangorra

P.S. Informazione di servizio: restate in sala anche per i titoli di coda…