I Am Thalente

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8.0 Awesome
  • voto 8

Quel destino chiamato “Talento”

I Am Thalente ha vinto il premio del pubblico come Miglior Documentario al Los Angeles Film Festival lo scorso giugno.
Il film diretto da Natalie Johns racconta la storia di Thalente Biyela, un giovane skater sudafricano salvato dalla vita di strada. Il suo destino era forse scritto nel suo nome (pronunciato Talent) che significa proprio “talento” nella lingua Zulu. Un’infanzia difficile che lo vede perdere la mamma all’età di 12 anni, fuggire da un padre violento e vivere per diversi anni sulla strada. L’unica cosa che in quegli anni lo ha tenuto vivo è stato lo skateboarding. Ed è proprio qui che inizia il documentario, tra le strade di Durban, che Thalente e il suo skate conoscono molto bene. La sua voce fuori campo ci accompagna tra i viali e vicoli della città sudafricana e ci introduce ad un personaggio profondo, saggio e molto più maturo della sua età anagrafica. Thalente ha una luce negli occhi e il suo skate lascia una scia che è difficile non vedere.
Ha spacciato droghe e ne ha abusato nei momenti più duri quando viveva sulla strada ma la sua passione e il suo talento gli hanno permesso di farsi notare da molte persone al parco degli skater, tra i quali Tammy Lee-Smith, che diventa un mentore e una figura materna per Thalent, nonché colei che introduce la storia del giovane sudafricano a Natalie Johns, regista, che inizia a seguirlo con la sua telecamera per cercare di aiutarlo nel 2011. La Johns non aveva nessuna idea all’inizio di quello che il progetto sarebbe diventato ma, durante le riprese, capisce la vera natura di Thalente, la sua umanità e il suo livello di accettazione verso tutto e tutti. Un viaggio che lei stessa definisce sorprendente e molto educativo. Che Thalente fosse bravo lo si sapeva già da diversi anni, visto che circolavano su YouTube filmati di un giovanissimo ragazzino nel parco degli skater a Durban. E’ proprio mentre era in azione che venne avvicinato dal famoso Tony Hawk, il quale, impressionato dalle sue mosse, chiese a Thalente se potesse inviargli gra-tuitamente indumenti e attrezzi per lo skate. “No, non è possibile” Thalente rispose. “Io vivo per la strada, non ho un indirizzo”.
Quando la Johns inizia a filmare diventa lei stessa parte attiva della storia. La sua voce e la sua presenza si fanno sentire nelle interazioni con Thalente e diventa ancora più visibile quando porta Thalente con sé nel suo trasferimento a Los Angeles. C’è anche l’aiuto di campioni americani come Tony Hawk e Kenny Anderson, che lo inseriscono nell’ambiente professionista degli skaters, facendolo partecipare a competizioni via via sempre piu’ importanti. La regista dice che si trattava di seguire Thalente in uno spazio dove gli veniva data la possibilità di mostrare dav-vero il suo talento e seguire la sua crescita, da vicino, secondo il suo ritmo e senza interferire nel suo progresso umano e professionale.
Il documentario della John ha un grande pregio: non si focalizza sulla parte tragica e difficile del passato di Thalente, la affronta e lo fa delicatamente, per poi concentrarsi invece sul presente e sul futuro del giovane. La Johns mostra il vero lato di un promettente skateboarder professioni-sta, che in molti spesso considerano una carriera facile. L’inserimento all’interno di una cultura diversa come quella losangelina è per un Thalente una nuova scommessa. Dopo aver abban-donato la scuola a dieci anni, torna a studiare a 19 anni senza saper leggere nè scrivere, trova nuovi amici, si innamora per la prima volta, studia per il test della patente e allo stesso tempo perfeziona le sue abilità sullo skate. Le sue emozioni sono un saliscendi continuo e mostrano una graduale crescita personale. Thalente però ha dalla sua una grande cerchia di amici e supporters che vogliono vederlo volare in alto. La telecamera si muove tra una serie di filmati di Thalente con il suo skate, le interazioni di Thalente con molti campioni dello skateboard, interviste a cuore aperto che confermano la genuinità di questo giovane uomo. In un crescendo di emozioni, nell’ultima scena del documentario Thalente parte per un campo estivo nel ruolo di insegnante per degli apiranti skateboarder in California. In quegli occhi c’è la speranza di un giovane uomo che condividerà il suo entusiasmo per la vita e la passione per uno sport per contribuire al futuro di altri giovani.
I Am Thalente non è il solito “film di skateboard”, ma la storia di un giovane uomo la cui vita ha regalato momenti molto difficili ma che si sta riscattando con umiltà e coraggio, giorno per gior-no. Il suo sorriso è contagioso e non è un caso che anche il pubblico lo abbia premiato per la sua storia di grande ispirazione. Alla fine della nostra intervista Thalente confessa: “Non so cosa mi riserva il futuro, tra dieci anni sarò una persona diversa. Evolviamo tutti come esseri umani, ma spero che il film possa portare un messaggio positivo per tutte quelle persone che sono state in una situazione simile alla mia. Il cambiamento è possibile, ma ci vuole tempo e bisogna sempre essere positivi”.

Vanessa Crocini